I politici pro Brexit volano in America per negare il cambiamento climatico

Sul tema del cambiamento climatico esiste un filo rosso che lega think tank libertari e scienziati americani vicini all'amministrazione Trump ad alcuni politici sostenitori della Brexit. Lo documenta DeSmog, che intanto pubblica in rete un database per far luce sulla situazione

Cambiamento Climatico Linkiests
13 Dicembre Dic 2017 0805 13 dicembre 2017 13 Dicembre 2017 - 08:05

Nell’America di Trump, come vi raccontavamo qualche giorno fa, la propaganda che nega il cambiamento climatico antropogenico è arrivata letteralmente nelle mani di buona parte dei professori di scienze statunitensi nella forma di un opuscolo con allegato dvd.

Ma gli USA non sono l’unico Paese sensibile a questo genere di propaganda. Infatti, quando si parla di cambiamento climatico, esiste un filo rosso che lega gli Stati Uniti all’Inghilterra, e in particolare a quella parte di politici che hanno sostenuto l’uscita dell’Uk dall’Unione Europea.

È il sito Desmog a rivelare che ad ottobre Owen Paterson – politico pro Brexit e ministro dell’ambiente sotto Cameron fino al 2014 – ha incontrato alcuni dei più importanti scienziati che negano il cambiamento climatico durante un tour in America, atto a promuovere una speciale relazione tra i due paesi nel dopo Brexit. Dopo aver incontrato Lamar Smith, James Inhofe e Myron Ebell, Paterson ha anche tenuto due discorsi presso due think tank libertari conosciuti per promuovere la negazione del cambiamento climatico e per lavorare contro le regolamentazioni ambientali: il Competitive Enterprise Institute (CEI) e l’Heritage Foundation.

Come sottolinea DeSmog, non sono persone a caso quelle incontrate da Paterson, infatti sono tutte legate all’amministrazione Trump. E tutte tentano di influenzarla su temi quali il clima, l’energia e l’ambiente. Così Ebell, direttore del settore energia e ambiente al CEI, ha lavorato col team di transizione presidenziale di Trump; mentre Inhofe è il presidente della commissione per l'ambiente e i lavori pubblici del Senato. Smith, da ultimo, è il presidente del comitato della Camera per la scienza, lo spazio e la tecnologia.

Davanti al pubblico del CEI, Paterson ha parlato di ipotetici benefici legati all’ambiente che la Brexit può offrire. «L’approccio dell’Unione Europea all’ambiente – avrebbe detto l’ex ministro – sta soffocando il progresso, facendo pagare le spese al consumatore e al pianeta. La Brexit sta dando all’Inghilterra la possibilità di uscire da questa mentalità sbagliata votata allo statalismo e all’anti scienza».

Non sono persone a caso quelle incontrate da Paterson, infatti sono tutte legate all’amministrazione Trump. E tutte tentano di influenzarla su temi quali il clima, l’energia e l’ambiente

Il discorso si è poi focalizzato su uno dei più grandi nemici di Paterson, la cosiddetta “green blob”, ovvero la rete formata da gruppi di pressione ambientalista, società di energie rinnovabili e funzionari pubblici che “si sostengono a vicenda”, il cui dissenso nei confronti dell’ex ministro avrebbe portato alla sua rimozione dal cabinetto nel 2014 ad opera di Cameron. «La green blob domina la mentalità di Bruxelles, grazie a generose sovvenzioni elargite a “gruppi verdi” in modo che facciano pressioni per le normative, le quali poi richiedono grandi budget per essere messe in pratica» ha spiegato Paterson davanti al pubblico del CEI. Il significato del tour americano dell’ex ministro è riassunto facilmente in un tweet di quest’ultimo datato 9 ottobre in cui Paterson proclama: «è stato bello incontrare un vero conservatore, Jim Inhofe, assieme a Myron Ebell – ci sono reali opportunità di lavorare più a stretto contatto con l’America nel dopo Brexit».

Ma la storia non finisce qui. Perché quello di Paterson non è un caso isolato: prima di lui anche il politico pro Brexit Liam Fox, attuale ministro per il commercio internazionale, aveva fatto visita al think tank negazionista del cambiamento climatico Heritage Foundation nel luglio del 2016. Mentre c’è chi sostiene che abbia fatto un giro di visite anche a giugno del 2017.

Insomma, quello che è chiaro è che, fin dall’inizio della campagna per il referendum c’è stato un collimare tra le politiche sostenute dal fronte della Brexit e la negazione del cambiamento climatico antropogenico.

Ma, nei fatti, con l’uscita dall’Europa unita, cosa ci guadagna l’Inghilterra in materia ambientale? Nulla. Anzi, ha solo da perdere. Come sottolineava l’Indipendent a maggio del 2016, l’Unione Europea ha sviluppato una delle legislazioni migliori a livello mondiale su una serie di tematiche relative al cambiamento climatico che hanno contribuito a “contrastare l'inquinamento idrico e atmosferico, le specie protette in via di estinzione e imposto dure misure di sicurezza sull'uso di colture geneticamente modificate e di sostanze chimiche potenzialmente pericolose”. Secondo l’Institute for European Environmental Policy (IEEP) l’Unione Europea ha sviluppato probabilmente il più completo e influente corpo di leggi in fatto di materia ambientale del mondo. Senza contare che sempre a maggio del 2016 l’organizzazione mondiale della sanità redarguiva che dozzine di città inglesi stavano violando i limiti di inquinamento dell’aria; e forse la situazione sarebbe stata anche peggiore se non ci fossero state le regolamentazioni europee. Ma la questione non si pone perché la Brexit, in quel giugno del 2016, ha vinto, e la Gran Bretagna si accinge ad uscire dall’Europa unita.

A maggio del 2016 l’organizzazione mondiale della sanità redarguiva che dozzine di città inglesi stavano violando i limiti di inquinamento dell’aria

Le connessioni tra politici inglesi, think tank e scienziati americani, e gruppi che negano il cambiamento climatico antropogenico rimangono comunque rilevanti e si presentano come un rischio latente per la società inglese. A questo proposito DeSmog ha pubblicato proprio in questi giorni una guida sulla disinformazione in fatto di cambiamento climatico nell’Uk, un database che prende in considerazione quattro categorie chiave: gli attori governativi, l’industria dei combustibili fossili, i negazionisti delle scienze del clima e think tank, e i donatori.

I protagonisti e le loro connessioni sono presentati sotto forma di una mappa precisa e dettagliata. Questo, forse, è il primo passo per documentare sistematicamente le manovre dei sostenitori di quelle politiche che si oppongono, senza remore, alla stragrande maggioranza della comunità scientifica internazionale nella nuova Gran Bretagna.

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