Lavoro sì, ma un giorno a settimana: il dramma nascosto degli occupati a bassa intensità

Gli occupati a bassa intensità lavorativa crescono in Italia: è un forte indicatore del rischio di povertà. Il problema è decisamente meridionale, ma anche strutturale dell’habitat economico italiano

Rosso Malpelo Linkiesta
13 Dicembre Dic 2017 0745 13 dicembre 2017 13 Dicembre 2017 - 07:45

Meno del 20% del tempo. Ovvero solo un paio di mesi all’anno. O meno di un giorno a settimana. Questo è quanto lavorano coloro che vengono chiamati in gergo tecnico “occupati a bassa intensità lavorativa”. La proporzione di famiglie in cui vive qualcuno che si trova in una tale condizione è uno dei diversi indicatori del rischio di povertà.

E, guarda caso, è quello che è maggiormente peggiorato in Italia negli ultimi anni, anche e soprattutto durante la ripresa. Tale proporzione era del 9,2% nel 2009, ed è del 12,8% oggi.

Il dato è rilevante anche perchè se 8 anni fa eravamo in fondo (e per una volta) in linea con la media europea, oggi siamo 2,5 punti avanti. La Germania nel 2009 ci superava, mentre ora si ritrova al di sotto della media UE stessa.

La tendenza ad essere tra i Paesi in cui più persone hanno come unica fonte di sostentamento un lavoro occasionale è cosa non nuova, ma oggi si è rafforzata. Sono pochi gli Stati che si superano, tra questi Serbia, Grecia, Spagna.

Attenzione, non si tratta qui del trend del “lavorare meno, lavorare tutti”, che in molti Paesi, compreso il nostro, è in aumento, con la crescita di part time o mini-jobs, soprattutto tra donne e giovani. Questo è lavoro occasionale puro e semplice, una promozione un weekend, qualche ora per fare i pacchi regalo sotto Natale, tre giorni da magazziniere su somministrazione da Amazon in un periodo di picco. Per questo motivo a differenza di un part time è giudicato come un campanello d’allarme per il rischio di povertà. E quello che appare più preoccupante è che non solo si tratta di un indicatore in crescita, ma lo è in modo decisamente diseguale.

In Italia a fronte di un aumento medio del 3,7% delle famiglie con persone a bassa intensità di lavoro, abbiamo un +7,1%, tra le donne tra i 25 e i 34 anni, e un +6% tra gli uomini. Questa fascia di età nel complesso è la più colpita con un 16,1% dei nuclei in questa condizione. Siamo terzi in Europa dopo Grecia e Danimarca, contro il 10% medio della Ue. Nelle altre età va marginalmente meglio, ma si trovano comunque dei peggioramenti rispetto al 2009, soprattutto, in questo caso, tra gli uomini tra i 45 e i 54 anni.

Nella Ue non vi è invece una grande distanza tra fasce di età e sessi, almeno finchè non si prende in esame i 55-59 enni. Tra coloro che non sono distanti dalla pensione vi è stato, al contrario, un miglioramento ovunque, anche in Italia. Sono meno, nonostante l’allungamento dell’età lavorativa, coloro che sono costretti a qualche lavoretti e a dipendere da questo per sbarcare il lunario.

Sono soprattutto coloro che si trovano in situazione atipiche, o marginali, a essere colpiti dal fenomeno. No, non le famiglie numerose, ma quelle con uno o due componenti, le persone sole, o i nuclei non tradizionali. Nonostante sia tra chi ha un figlio che il tasso di bassa intensità di lavoro è cresciuto di più.

Si tratta delle famiglie in cui vi è solo un percettore di reddito, reddito che spesso è una pensione, o una piccola rendita o qualche trasferimento che non deriva da un lavoro.

E naturalmente, e qui c’è poco da stupirsi, si tratta di un problema decisamente meridionale, con una proporzione, al Sud, di famiglie con un lavoratore occasionale al 21,9%, in deciso aumento.

È chiaro quindi, anche incrociando questi dati con altri recenti sull’occupazione, l’identikit delle persone interessate da questo fenomeno.

Una donna meridionale sui 30 anni, che vive con genitori pensionati, non sposata e senza figli, che volendo provare a inserirsi nel mondo del lavoro non trova che piccoli incarichi molto erratici. O un uomo sui 50 anni, spesso ex partita IVA, solo o in un piccolo nucleo, che colpito duramente dalla crisi, fatica a ricollocarsi in modo stabile.

Ed è chiaro anche perchè siamo di fronte a un fenomeno che ha colpito molti osservatori, ovvero quello per cui contemporaneamente crescono sia l’occupazione che il rischio di povertà.

Un dato apparentemente contraddittorio, ma che non deve stupire in una situazione come quella italiana, in cui assistiamo a una ripresa a bassa produttività, e in cui gli ambiti in cui si verifica un maggiore valore aggiunto (alcuni settori dell’industria) non sono quelli in cui cresce l’occupazione (i servizi), basata di conseguenza spesso su un lavoro poco qualificato, facilmente sostituibile, e quindi molto frammentato.

Si tratta di realtà in cui non è solo più facile e comodo, ma spesso anche necessario, ricorrere più al lavoratore a chiamata che al dipendente.

E diciamolo, la colpa non è certo dei voucher maldestramente eliminati e sostituiti dalla somministrazione lavoro, che semplicemente è un sintomo, e non la causa del problema, ma di quella parte dell’habitat economico italiano, fatto di piccole attività a basso valore aggiunto, scleroticamente uguale a se stesso, che nella migliore delle ipotesi cambia troppo lentamente. E soprattutto in perenne ritardo rispetto al resto d’Europa.

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