Non prendetevela con Emiliano, l’Italia è come lui (purtroppo)

Cinico e opportunista? Forse. Ma Emiliano è soprattutto un politico. E sa molto bene che carte ha in mano e come può usarle. Se sta mettendo in scacco tutti sulla vicenda Ilva e sta facendo il diavolo a quattro su Tap è perché qualcuno glielo lascia fare. E perché altri, i suoi elettori, apprezzano

Michele Emiliano
14 Dicembre Dic 2017 0750 14 dicembre 2017 14 Dicembre 2017 - 07:50

Michele Emiliano avrà pure tanti difetti, ma è un politico scaltro, di quelli che sanno annusare dove tira il vento, abilissimi a contare le carte che hanno in mano e a riempire i vuoti. Vale la pena ribadirlo, giusto per evitare le ondate di indignazione di chi stigmatizza i suoi ricorsi al Tar sull’Ilva che rischiano di mandare a monte la bonifica dei campi minerari e la ripresa della produzione di acciaio, le sue accuse nemmeno troppo velate contro il ministro Calenda amico delle lobby, le sue sparate sul cantiere di Tap che assomiglia ad Auschwitz.

Sa annusare l’aria, Emiliano. Sa che sull’Ilva può tirare la corda, perché nessuno ha interesse a far saltare il banco, ad esempio, e che questo può legittimarlo come paladino della salute dei tarantini. E sa benissimo che se il banco salterà non sarà lui a doversi scusare, perché non è lui che ci ha messo la faccia, sulla riuscita dell’operazione. E, infatti, è il ministro dello sviluppo che si è detto disponibile a «tornare in Puglia o a fare qualunque cosa».

Emiiano, è evidente, sa anche contare le carte che ha in mano. E sa benissimo che il referendum del 4 dicembre scorso ha rilegittimato le Regioni a mettere il becco sulle scelte strategiche in ambito energetico, e la battaglia contro Tap – sbagliata finché si vuole – è il suo modo di ribadire il concetto. Così come sa bene che Renzi e il Partito Democratico hanno bisogno di lui, se vogliono sperare di non consegnare la Puglia a Berlusconi, alle prossime elezioni politiche. E altrimenti non si spiega l’ignavia con cui i consiglieri regionali del Pd si sono astenuti, di fronte a una mozione di minoranza che gli chiedeva di ritirare il ricorso al Tar.

Emiiano, è evidente, sa anche contare le carte che ha in mano. E sa benissimo che il referendum del 4 dicembre scorso ha rilegittimato le Regioni a mettere il becco sulle scelte strategiche in ambito energetico, e la battaglia contro Tap – sbagliata finché si vuole – è il suo modo di ribadire il concetto

Emiliano, infine, sa riempire i vuoti. Ed è enorme il vuoto che ha lasciato il Partito Democratico alle tematiche ambientali – a partire dal referendum sulle trivelle, ma non solo, come ha spiegato bene Ermete Realacci proprio su questo giornale – lasciando a chiunque la possibilità di presidiarlo. Così come è enorme l’assenza di prese di posizione di Renzi e dei fuoriusciti alla sua sinistra nel merito di questioni cruciali come quelle che riguardano la politica industriale di un Paese, o come quella che contrappone, artatamente, lavoro e salute, lasciando Calenda da solo a difendere il fortino.

Se il suo atteggiamento sia opportunista, cinico, distruttivo lo lasciamo decidere ai puri di cuore e a chi crede che la politica sia rose e fiori, anziché sangue, merda e pelo sullo stomaco. Se non è che una resa culturale al pauperismo e al sereno declinismo, adeguatamente sussidiato, del Movimento Cinque Stelle lasceremo che siano gli eventi a dircelo. Per ora, vediamo solo un abile capopopolo, figlio dello spirito di tempi cupi e di un Paese smarrito e di una politica che non sa ridargli una direzione. Difficile fargliene una colpa, almeno di questo.

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