Di Maio ha ragione da vendere: giù la spesa e via le pensioni d’oro (ora però lo aspettiamo al varco)

Il candidato premier del Movimento Cinque Stelle presenta una ricetta economica choc per finanziare l’abbassamento dell’età pensionabile. Una proposta che potrebbe piacere anche a Pd e Lega Nord. Azzardiamo: un patto trasversale su queste misure?

Luigi Di Maio
16 Dicembre Dic 2017 0750 16 dicembre 2017 16 Dicembre 2017 - 07:50
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Ricalcolare le pensioni d’oro «che da sole costano 12 miliardi». E attingere ai «50 miliardi di sprechi del bilancio dello Stato che non certifico io ma il centro studi di Confindustria». Difficile a credersi, ma sono parole e musica di Luigi Di Maio, candidato premier del Movimento Cinque Stelle, che attraverso queste due misure vorrebbe «abolire totalmente la legge Fornero» sulle pensioni, o meglio, come ha spiegato successivamente, «tornare all'età pensionabile che c'era prima», salvaguardando, par di capire il metodo di calcolo contributivo.

Così fosse, se davvero Di Maio ha in mente di realizzare quanto promesso, ci alziamo ad applaudire, senza esitazioni. Perché in un colpo solo, il candidato premier dei Cinque Stelle ha messo in luce le due vere, principali zavorre del sistema Italia, al netto di tutte le paranoie, i complotti e gli alibi sui nemici esterni: i regali ingiustificati a specifiche categorie di pensionati e l’improduttività della spesa pubblica italiana, da inserire nel quadro più ampio di una generale riorganizzazione dello Stato.

Può sembrare una spacconata, l’ennesima promessa irrealizzabile ed estemporanea, anche perché arriva a poche settimane di distanza da un’altra proposta di segno opposto, quella di un taglio choc delle tasse, stile Trump per intenderci, da finanziare in deficit. Proviamo a prenderlo sul serio per un minuto, però, Di Maio. Perché offre l’occasione per ribadire che né l’attacco ai diritti acquisiti, tali sono le pensioni d’oro, né la revisione della spesa sono idee irrealizzabili. Al contrario, se nessuno ha provato o è riuscito ad abbattere questi due Moloch è per scarsa volontà politica.

Partiamo dalle pensioni d’oro e dai diritti acquisiti. Ha ragione, Di Maio, nel dire che costano circa 12 miliardi di euro. Di più: quattro anni fa, l’allora sottosegretario Carlo Dell’Aringa aveva presentato un conto ancora più oneroso, rispolverando un elenco di centomila pensionati-paperoni che, complessivamente, costano all’ente previdenziale circa 13 miliardi di euro. Diritti acquisiti intoccabili, direte voi. Vero in parte. Primo: perché se è vero che nella nostra Costituzione l’articolo 25 comma 2 dice che «Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso», è vero anche che in teoria questa legge disciplina soprattutto il diritto penale e che si estende al calcolo delle pensioni solo per analogia. E che si potrebbe in ogni caso immaginare una forte tassazione di queste pensioni, «non per cassa ma per equità», come ebbero a dire qualche anno fa su LaVoce.info, l’attuale responsabile economia del Partito Democratico Tommaso Nannicini e l’attuale presidente dell’Inps Tito Boeri, in un articolo a firma congiunta. Non esattamente gli ultimi due che passano per strada.

Proviamo a prenderlo sul serio per un minuto, però, Di Maio. Perché offre l’occasione per ribadire che né l’attacco ai diritti acquisiti, tali sono le pensioni d’oro, né la revisione della spesa sono idee irrealizzabili. Al contrario, se nessuno ha provato o è riuscito ad abbattere questi due Moloch è per scarsa volontà politica

Lo stesso in fondo vale per la revisione della spesa. 50 miliardi, dice Di Maio, più austero di Wolfgang Schauble. Secondo Carlo Cottarelli, commissario alla spending review del governo Monti, ne basterebbero 30 - lui ne aveva programmati 32 in tre anni - per arrivare ad un livello sostenibile di spesa, comparabile con gli altri Paesi europei. Un risultato, questo, che si può raggiungere attraverso con una forte digitalizzazione dell’apparato statale, senza peggiorare la qualità dei servizi, anzi. Secondo uno studio del Politecnico di Milano del 2013 una compiuta dematerializzazione della pubblica amministrazione consentirebbe di ottenere risparmi pari a 43 miliardi all’anno.

Facile a dirsi, difficile a farsi, è vero. Che però la forza populista per definizione di questo Paese sia stata l’unica a porre la questione - seppur nei modi spicci di Di Maio e soprattutto senza sostanziare come - è una palla che non va lasciata cadere. Che ne pensa il Partito Democratico, ad esempio? È disposto ad andare a sfidare Di Maio su questo terreno creando un patto trasversale in questa direzione? Ed è disposto Matteo Salvini a seguirli entrambi, visto che l’abbassamento dell’età pensionabile e la fine degli sprechi di Roma e delle regioni del Sud, la Sicilia in testa, sono due dei cavalli di battaglia del suo partito? E che ne pensano, dalle parti di Liberi e Uguali? Noi siamo qua a osservare, molto interessati da due proposte che da sempre questo giornale sostiene con forza. Se non altro, per vedere chi bara, chi bluffa e chi dice la verità. Ammesso ci sia.

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