Terra dei Fuochi: il cibo è sano, le persone no

Un’indagine dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno ha escluso che i cibi prodotti in Campania, Terra dei Fuochi compresa, siano contaminati. Una buona notizia per agricoltori e popolazione. Che però continua ad avere un’incidenza di tumori molto superiore alla media del Sud

Roghi Napoli

Rifiuti incendiati a Napoli, giugno 2011

STR / AFP

16 Dicembre Dic 2017 0750 16 dicembre 2017 16 Dicembre 2017 - 07:50

Il cibo che uccide era una leggenda, i tumori che affliggono la popolazione no. Se si mettono assieme i due studi più recenti che hanno interessato la “Terra dei Fuochi”, è questa la conclusione a cui si arriva. I prodotti agroalimentari non sono contaminati ma nell’area di Napoli si continua ad ammalarsi più della media del Sud Italia: gli uomini hanno il 46% di probabilità di avere un tumore, le donne il 21 per cento. Le due cose vanno assieme: una buona notizia non cancella la necessità di proseguire con forza sull’eliminazione dei fattori di rischio per la popolazione. Per questo dire che “la Terra dei Fuochi è una fake news” sarebbe una sintesi troppo sbrigativa e troppo ottimistica.

Partiamo dal cibo. Un’indagine sull’agroalimentare coordinata dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno, alla quale hanno partecipato 50 istituti pubblici specializzati in salute, ambiente e cibo, è arrivata a conclusioni molto nette: il cibo prodotto in tutta la Campania non è contaminato. Lo dicono i dati: in circa tre anni di indagini sono state coinvolte 10mila aziende, per un totale di 30mila campionamenti. Sono stati esaminati 4mila suoli superficiali e profondi, 1.200 acque sotterranee, 4.200 fluidi biologici e umani e 6mila prodotti di origine vegetale e animale. In totale i dati prodotti sono 100mila (reso disponibili sul sito campaniatrasparente.it). Il risultato? Su 50 mila ettari di terrano coltivati, solo 33 sono stati sequestrati e vietati alle coltivazioni. Su 30mila campionamenti, i casi positivi sono stati solo 6, lo 0,02 per cento del totale.

Praticamente niente. Quella del cibo di uccide era una leggenda, come recitava un reportage che Linkiesta realizzò nella Terra dei Fuochi nel febbraio 2014. Allora si documentò la fuga dal territorio di marchi come Findus e Orogel. O la pubblicità di Pomì con l’immagine di un pomodoro sulla cartina del Nord Italia e lo slogan “Solo da qui. Solo Pomì”. Dalla Campania bisognava fuggire.

Lo sanno gli esponenti di Coldiretti, che oggi possono far farlare di riscatto i propri rappresentanti. «È ancora vivo in noi il ricordo – ha dichiarato Salvatore Loffreda, direttore di Coldiretti Campania e Napoli – delle mortificazioni subìte dai nostri contadini, soprattutto del napoletano e del casertano. Qualcuno ha visto additare i prodotti della sua terra come veleno e loro stessi quasi come untori di manzoniana memoria. Nella foga di un ritratto a tinte fosche è finito di tutto, confondendo la cattiva gestione dei rifiuti urbani con gli abbandoni criminali».

Una discarica abusiva a Caivano, durante l’emergenza rifiuti del 2007

MARIO LAPORTA / AFP

I prodotti agroalimentari non sono contaminati ma nell’area di Napoli si continua ad ammalarsi più della media del Sud Italia: gli uomini hanno il 46% di probabilità di avere un tumore, le donne il 21 per cento. Le due cose vanno assieme. Per questo dire che “la Terra dei Fuochi è una fake news” è una sintesi troppo sbrigativa e ottimistica

L’associazione dei produttori ritiene verosimili le cifre di 500 milioni di danno economico nei soli anni 2014-2015, diffuse nei giorni scorsi dalla stampa, anche se il calcolo è difficile da fare. Di certo quello che è successo non è stato tanto un calo della produzione da di una compressione dei margini drammatica. «Abbiamo avuto il coltello alla gola», spiegano da Coldiretti Campania. Le pesche, che si vendono a circa 1,50 euro al chilo e che normalmente venivano pagate ai contadini 30 centesimi al chilo, venivano prese per 10 centesimi, «spesso meno del costo di produzione». Gli intermediari della grande distribuzione o i grossisti dei mercati generali aspettavano il periodo di maturazione della frutta e, con gli alberi ancora carichi, imponevano i loro prezzi. La frutta, aggiungono da Coldiretti Campania, veniva spesso fatta arrivare a mercati generali di altre regioni, in modo da non renderla riconoscibile come proveniente dalle province di Napoli e Salerno. I kiwi di Scampia venivano comprati e mischiati con altri di altre regioni. I conti e le esportazioni sono in ripresa, spiegano, «ma il pregiudizio c’è ancora».

Gli italiani che i prodotti agricoli fossero pericolosi lo hanno visto in televisione. In uno degli episodi più citati, il sacerdote don Maurizio Patriciello portò gli operatori di Linea Verde sul posto, indicando dei pomodori e spiegando che dalle verifiche era stato trovato moltissimo piombo. Si scoprì poi, come ha ricordato nei giorni scorsi Il Foglio, che il piombo era presente perché lì sorgeva un poligono di tiro. Il sacerdote ha nei giorni scorsi ricordato tutta l’attività che negli anni ha portato lui e i volontari a scoprire e denunciare discariche abusive.

Se che il cibo fosse contaminato non era vero, è indubbio che l’area è stata devastata negli anni da sistematici sversamenti illegali di rifiuti tossici e industriali. Le denunce c’erano state già negli anni Novanta. L’Italia se n’era accorta con libri come Gomorra di Roberto Saviano (2006). Erano poi arrivate le rivelazioni dei pentiti di camorra. Quelle di Gaetano Vassallo, il “Buscetta dei rifiuti”, che si consegna nell’aprile del 2008 e racconta di un’attività andata avanti dal 1987-88 al 2005. E quelle di Carmine Schiavone, che nel 2013 disse ai microfoni di Sky Tg24 che aveva contribuito ad avvelenare il suo territorio. Aggiunse di averlo detto anche nella Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti del 1997. La presidente della Camera Laura Boldrini decise allora di desecretare i verbali. Il caso divenne nazionale e il governo Letta varò il Decreto Terra Fuochi. Al primo punto c’è la necessità di una mappatura dei terreni. Gli studi pubblicati in questi giorni sono figli di quel decreto.

La “Terra dei Fuochi”, però, non è fatta solo di interramento di rifiuti industriali. A caratterizzarla, come dice il nome, ci sono stati i roghi: incendi abusivi dove si incendia di tutto e che portano al rilascio di diossina nel territorio, nelle città e nei campi. Ci sono anche centinaia di discariche abusive, tra cui alcune contenenti amianto. Il fenomeno è peraltro non limitato alle più note zone di Caivano, Giugliano e Afragola, ma si estende a nuove aree, come quelle della “Terra dei Fuochi Vesuviana“, documentata in un servizio de Linkiesta del 2016.

Una manifestazione di protesta a Napoli nel 2013

AFP PHOTO/ MARIO LAPORTA

Il risultato dell’indagine dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno? Su 50 mila ettari di terrano coltivati, solo 33 sono stati sequestrati e vietati alle coltivazioni. Su 30mila campionamenti, i casi positivi sono stati solo 6, lo 0,02 per cento del totale

Come è possibile che, a fronte di queste fonti di inquinamento, non ci siano stati effetti sui prodotti agroalimentari? La risposta che arriva dall’Istituto Zooprofilattico è che un terreno contaminato non necessariamente si traduce in prodotti agroalimentari contaminati. «La pianta prende solo quello che le serve: il fosforo, per esempio, e non il cromo», dice il direttore generale dell’istituto, Antonio Limone. Inoltre, aggiunge, i contaminanti si accumulano prevalentemente nella parte grassa delle piante, perché sono liposolubili. Il pomodoro è composto per il 96% di acqua e i contaminanti nel pomodoro non possono essere accumulati. «Anche tra le piante fitoestrattive - aggiunge - abbiamo osservato che i contaminanti si sono immagazzinati nella prima parte dell’apparato radicale». Qual era, invece, la spiegazione per i pomodori dal cuore nero e i limoni deformi? «Sono da attribuire a funghi e batteri, non a mutazioni di rifiuti tossici. I cibi sono innocenti».

Mario De Biase, ex commissario e ora funzionario delegato alla chiusura delle attività commissariali per le bonifiche nell‘area di Giugliano e Castel Volturno non è stupito dai risultati dell’indagine dell’Izsp. «Già negli anni scorsi con l’Istituto superiore di sanità facemmo dei prelievi e non trovammo nulla». Racconta, per esemplificare il concetto, dell’area di San Giuseppiello (a Giugliano), sei ettari di terreno agricolo della famiglia Vassallo, dove il pentito confessò di aver sversato centinaia di tonnellate di rifiuti industriali. «Pur sapendo con certezza che quei terreni sono contaminati, non abbiamo mai trovato prodotti agricoli contaminati», sottolinea De Biase. Attualmente, aggiunge, è in corso una sperimentazione. «Abbiamo individuato l’area più contaminata di tutte e iniziato la semina di diverse piante, tra cui ortaggi a foglia larga come il cavolo selvatico, per vedere se saranno contaminati». Nell’area agricola sono stati piantati 20mila pioppi, che sono piante fotoestrattive e dovrebbero incamerare nelle radici i metalli pesanti superficiali, mentre gli idrocarburi sono trattati con batteri. L’obiettivo, spiega, è stato evitare un “capping” costoso dell’aria, da 10-15 milioni di euro, e si è proceduto con un progetto da un milione di euro. «Mi auguro che tra 5-10 anni si trasformi di nuovo in terreno agricolo, dato che questa è una delle più fertili al mondo», dice De Biase.

Se sui prodotti agricoli si può tirare un sospiro di sollievo, i veleni non sono certo scomparsi dall’acqua e dall’aria. «Aria, acqua e suolo sono in sinergia tra loro - dice Stefano Tonziello, coordinatore scientifico dei Comitati della Terra dei fuochi, da 30 anni impegnato nelle attività di ricerca e denuncia -. Se l’aria è intrinseca di sostanze nocive, questo è uno degli elementi peggiori per la salute. Rimane anche se si mangiano verdure non contaminate». Tonziello dichiara non aver ancora letto la relazione dell’Istituto Zooprofilattico ma si mostra scettico: «Penso - dichiara - che abbiano cercato di deviare il problema. Non stanno bonificando le aree individuate dalla magistratura. Ci sono sette aree vaste con forte incidenza di impatto negativo e non sono state bonificate».

Come è possibile che, a fronte di queste fonti di inquinamento, non ci siano stati effetti sui prodotti agroalimentari? La risposta che arriva dall’Istituto Zooprofilattico è che un terreno contaminato non necessariamente si traduce in prodotti agroalimentari contaminati. «La pianta prende solo quello che le serve: il fosforo, per esempio, e non il cromo», spiega il direttore generale Antonio Limone

Sull’inquinamento dell’acqua di falda si concentrò in particolare la “Relazione Balestri”, dal nome dell’ex consulente della Procura di Napoli, Giovanni Balestri. Contattato da Linkiesta, il geologo toscano ribadisce: «La Procura di Napoli ha studiato la contaminazione delle falde e ha emesso condanne per complessivi 140 anni di carcere. Quello che noi abbiamo scritto nella relazione è che l’acqua contaminata è dannosa se ingerita dall’uomo e per questo non può essere bevuta; non abbiamo mai detto che la fragola o l’ortaggio fa male. Non è stato mio compito dire che cosa fosse mangiabile». Riguardo all’acqua bevuta, aggiunge che per valutare gli effetti bisognerebbe verificare l’incidenza di malattie su chi ha bevuto l’acqua dei pozzi per anni. È importante chiarire che per legge l’acqua che esce dai rubinetti delle case deve essere garantita dal distributore e non può essere l’acqua dei pozzi. Tuttavia una casa abusiva potrebbe attaccarsi a un pozzo, a una profondità tale da venire in contatto con inquinanti.

Un altro problema è quello della qualità dell’aria. Spiega l’ex commissario Mario De Biase che un monitoraggio dell’aria nell’area vasta di Giugliano ha portato a identificare 99 contaminanti. È l’area della discarica Resit, uno dei simboli degli sversamenti illegali di rifiuti tossici, ora sottoposta a una “messa in sicurezza” arrivata finora a circa il 60%. Dalla relazione finale dell’indagine “BioQuAr - BioGas e qualità dell’aria nell’area vasta di Giugliano”, la conclusione è duplice. Si specifica che «per tutti i composti considerati le concentrazioni in aria sono risultate significativamente inferiori alle soglie di riferimento per la nocività sulla salute umana». Ciononostante, si aggiunge in conclusione, «va considerato che le sostanze che danno origine alle concentrazioni relativamente più elevate (toluene, xilene, etilbenzene, 1-1 dicloro etilene, tetracloro etilene e metiletilchetone) sono composti di provata nocività e che il contributo delle emissioni delle discariche va a sommarsi a valori di fondo, potenzialmente non trascurabili, dovuti all’insieme delle sorgenti presenti sul territorio dell’agglomerato Napoli-Caserta».

La somma di queste “sorgenti” di veleni porta i problemi di salute ricordati all’inizio. Lo scorso 8 novembre è stata pubblicata dal Senato l’Indagine conoscitiva “Inquinamento ambientale ed effetti sull’incidenza dei tumori, delle malformazioni feto-neonatali ed epigenetica”, con relatore il senatore Lucio Romano e correlatore il senatore Maurizio Romani. Il dato più significativo è quello che riguarda il tasso complessivo di incidenza di tutti i carcinomi maligni nell’Asl 3 Napoli Sud: rispetto al resto del Mezzogiorno è più alto del 46% per gli uomini e del 21% in più per le donne. Rispetto alla media nazionale il dato è più basso in entrambi i generi: meno 2 punti percentuali il tasso riferito ai maschi, meno 11 punti quello riferito alle donne. Il problema è che il Meridione è storicamente meno interessato dai tumori. Quello che emerge dall’indagine è che l’area metropolitana di Napoli sta perdendo in modo «rapidamente progressivo le caratteristiche di area con “fattori protettivi” che storicamente hanno caratterizzato le popolazioni meridionali nei confronti della patologia neoplastica».

È la tendenza, quindi, a preoccupare. L’indagine conoscitiva, tuttavia, pur elencando gli elementi contaminanti trovati, non arriva a dire che esista una sola causa. Vengono ricordati anche gli altri fattori di rischio: la deprivazione socio-economica, la bassa adesione agli screening, la debolezza della rete sanitaria, il fumo di sigaretta, la diffusione dei virus dell’epatite B e C, spesso determinante nello sviluppo delle neoplasie del fegato.

Se sui prodotti agricoli si può tirare un sospiro di sollievo, i veleni non sono certo scomparsi dall’acqua e dall’aria. E la popolazione continua ad ammalarsi

Un altro progetto di ricerca, denominato Sentieri (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio
da Inquinamento) ha analizzato la mortalità delle popolazioni residenti in prossimità di una serie di grandi centri industriali attivi o dismessi, o di aree oggetto di smaltimento di rifiuti industriali e/o pericolosi. «I risultati - sottolinea l’indagine del Senato - indicano che lo stato di salute dei residenti nei SIN (Siti di Interesse Nazionale per le bonifiche), per quanto misurato attraverso la mortalità, è meno favorevole rispetto al riferimento regionale. Nonostante alcune limitazioni dei dati e delle metodologie, l’analisi ristretta alle cause indentificate in Sentieri come maggiormente plausibili fornisce un’ulteriore indicazione, rispetto al passato, del ruolo delle esposizioni ambientali».

Altre ricerche sono in corso, come il progetto Spes, Studio di esposizione nella popolazione suscettibile. Attraverso una campagna di screening condotta nelle piazze, sono state sottoposte a controlli 4.300 persone, alle quali è stato anche sottoposto un questionario sulle abitudini di vita. Per ora l’indagine ha portato a scoprire che la media dei metalli pesanti nelle persone esaminate è inferiore alla media nazionale. Manca però ancora uno studio analogo sui livelli di diossina e il lavoro va inteso come il primo passo di un monitoraggio continuo.

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