Non solo pensioni d’oro: tutte le ingiustizie e gli sprechi da eliminare (per dare soldi ai giovani)

I numeri parlano chiaro: in confronto agli altri paesi europei la nostra spesa pensionistica è sproporzionata e iniqua. E ci rimettono soprattutto i giovani, nell’indifferenza della politica. Sarà pure stato impreciso, ma almeno Di Maio ha avuto il merito di sollevare il problema

Christopher Furlong/Getty Images
18 Dicembre Dic 2017 0735 18 dicembre 2017 18 Dicembre 2017 - 07:35

Diciamo la verità: non si riesce proprio più a sopportare una campagna elettorale interamente giocata sull’ignoranza del proprio avversario politico. Sia perché di competenza se n’è vista davvero poca da vent’anni a questa parte nella politica italiana. Sia perché in questa maniera si continua a perdere l’occasione di scendere (finalmente) sul terreno dei problemi concreti: terreno su cui un partito che è stato di Governo dovrebbe avere, in teoria, qualche vantaggio competitivo.

Nell’ultima polemica tra Renzi e Di Maio sulle pensioni d'oro - da tagliare secondo Di Maio, da salvaguardare per Renzi - rischia di avere ragione (o meno torto) proprio quest’ultimo. E torto Renzi che ha fatto cadere l’invito al confronto di Francesco Cancellato nel suo editoriale su Linkiesta a confrontarsi con il Movimento Cinque Stelle su una misura che faccia pagare i pensionati d'oro per i loro “privilegi acquisiti”. A dimostrarlo sono i numeri. Quelli che, ad esempio, si possono comodamente consultare sul sito dell’Ocse – il centro studi dei Paesi più avanzati del mondo – nella sezione dedicata al confronto tra sistemi previdenziali.

In Italia, il rapporto tra spesa pensionistica e Pil è al 16,3%, contro una media per i Paesi occidentali pari alla metà (8,2%). La cosa che più sbalordisce è, del resto, che siamo ancora (come conferma lo stesso rapporto Inps) al primo posto in Europa, Paese con le pensioni più costose del continente - nonostante vent’anni di riforme – la prima fu di Amato nel 1992, la settima e ultima di Fornero – e aggiustamenti in Finanziaria; e che la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente. Nell’ultima nota al Documento di Programmazione Economica e Finanziaria presentata dal Ministro Padoan alla Commissione Europea a Settembre, si legge – a pagina 55 – che il rapporto è destinato a salire ulteriormente fino a 18,4 nel 2040. Solo tra 23 anni potremo vedere i primi, timidi miglioramenti della malattia che ci sta già consumando da venticinque anni.

Il rapporto Inps dice che in Italia ci sono 16 milioni di pensionati e 21 milioni di pensioni. Peccato che gli ultrasessantacinquenni – pur in crescita – sono solo tredici milioni

Chiarissimo è, poi, il confronto con la Germania che pure è un Paese che ha la stessa nostra struttura demografica, un welfare più sviluppato del nostro e meno anziani in condizione di povertà: i tedeschi spendono il 10,1% del loro PIL in pensioni. In teoria, se qualcuno fosse così folle dal proporre di allinearci in dieci anni non alla Cina o all’India ma al noioso Paese governato da Angela Merkel, potremmo ottenere risparmi di spesa pubblica pari a circa sei punti di Pil: qualcosa come 90 miliardi di euro all’anno. Alto che i 12 miliardi in dieci anni del prudente Di Maio. Una cifra sufficiente per pagare non solo il reddito di cittadinanza proposto dal M5S, secondo i calcoli dell’Istat. Ma anche per ridurre – finalmente – il debito pubblico di almeno tre punti percentuali e realizzare un taglio delle tasse che, neppure, Berlusconi ha mai sfiorato: un bonus capace di cambiare completamente il Paese e gli esiti di una campagna elettorale addormentata.

Certo un risparmio così enorme è molto teorico perché ci sarebbe da passare sopra ad un certo numero di “diritti acquisiti”, per l'appunto. Di interpretazioni giuridiche autorevoli ma incerte. Di interessi organizzati e di privilegi. E, tuttavia, aiuta la razionalità del confronto ricordare – allo stesso di Maio – che il problema non sono solo le “pensioni d’oro”.

Il rapporto Inps dice che in Italia ci sono 16 milioni di pensionati e 21 milioni di pensioni. Peccato che gli ultrasessantacinquenni – pur in crescita – sono solo tredici milioni. Che ci sono, ancora, mezzo milioni di pensionati che hanno meno di quaranta anni e che, dunque, avevano meno di quindici anni quando Amato scoprì, per primo, che il sistema non era “sostenibile”. Che il 27% dei pensionati riceve più di un assegno e che in Italia – a differenza di altri Paesi europei – non è illegale lavorare ed essere pensionati. Che i militari sono stati risparmiati dalle riforme sulla età pensionabile e nessuno è mai riuscito a capire come ciò possa essere possibile in tempo di pace. Così come nessuno è mai riuscito, davvero, a spiegare perché siano “acquisiti” i diritti di chi è già in pensione; e non quelli di chi lavora e vede l’età pensionabile slittare continuamente in avanti, nel tempo.

Nessuno è mai riuscito, davvero, a spiegare perché siano “acquisiti” i diritti di chi è già in pensione; e non quelli di chi lavora e vede l’età pensionabile slittare continuamente in avanti, nel tempo

Aiuterebbe, infine, la causa un altro raffronto imbarazzante che ho, spesso, citato. Se confrontiamo la spesa in pensioni (che sono, tecnicamente, un sussidio a chi non lavora più) con quella in educazione (dagli asili all’università), scopriamo che spendiamo in passato più di quattro volte quello che investiamo in futuro. Non rischiamo solo di fare un torto ai giovani; ma di non avere più – tra poco - chi sostiene il sistema.

La verità è che la riforma delle pensioni è molto di più di una scelta contabile. Bisognerebbe avere una strategia che rifondi, progressivamente, il principio stesso di protezione portandolo a tutti e senza più farlo dipendere dalla condizione lavorativa di un soggetto. O addirittura di un suo familiare. Come mai, ad esempio, lo Stato si preoccupa di una persona se sopravvive al coniuge morto che lavorava e meno se è povero e da solo?

Legate alla questione delle pensioni ci sono iniquità enormi e forti inefficienze: affrontare in maniera strategica la questione può far saltare il banco sia a Destra che a Sinistra. Partendo sia dalla prospettiva dei giovani senza diritti che da quella dei vecchi trattati come un peso. Ma nessuno lo fa. Preferiamo litigare su chi è più ignorante o ha la minigonna corta. Ed invece il tempo della soap opera è scaduto.

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