Benvenuti nella guerra tra Est e Ovest in Europa (e l’Italia rischia di perdere in ogni caso)

Il nuovo governo austriaco promette di dare la cittadinanza per gli altoatesini e si allinea ai Paesi del'Est contro il ricollocamento dei migranti. Mentre la Commissione europea è pronta a proporre sanzioni contro la Polonia per le sue leggi che minano l’indipendenza della magistratura

Kurz_Linkiesta

JOE KLAMAR / AFP

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20 Dicembre Dic 2017 1245 20 dicembre 2017 20 Dicembre 2017 - 12:45

Prendete una cartina dell’Unione europea e dividetela in quattro parti uguali. A nord troverete i Paesi del rigore finanziario, a sud gli Stati che chiedono flessibilità; a ovest i Paesi favorevoli alle quote migranti e a riformare il trattato di Dublino, a est chi si oppone al ricollocamento e vuole una politica più dura sui migranti. Sono questi i punti cardinali per capire le prossime battaglie politiche che definiranno l’Unione europea dei prossimi mesi. E l’Italia rischia di perdere in ogni caso.

Se lo scontro economico tra nord e sud Europa dura da quasi dieci anni, quello tra est e ovest si è acuito nelle ultime settimane. Oggi la Commissione europea proporrà l’attivazione dell’articolo 7 del trattato sull’Unione europea. Tradotto: sanzionare la Polonia per la legge sulla Corte costituzionale approvata venerdì e considerata da Bruxelles un attacco all’indipendenza della magistratura. Finora l’articolo 7 non è mai stato attivato e nessun Paese europeo ha mai perso il diritto di voto nel Consiglio e l’accesso ai finanziamenti Ue per la sua condotta. Usare questa “bomba atomica” politica sarebbe un punto di non ritorno. E aumenterebbe ancora di più il divario tra i paesi occidentali e il gruppo di Visegrad: l’unione informale tra Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia che da mesi si oppone alle politiche migratorie proposte dall’Unione. Proprio uno di questi Paesi potrebbe mettere il veto all'articolo 7. Infatti per attivare la procedura serve l’unanimità nel Consiglio europeo, l'organo che riunisce i capi di Stato e di governo dei 27.

Da lunedì il gruppo di Visegrad potrebbe accogliere un nuovo membro: l’Austria. Dopo due mesi di trattative, i popolari del Ovp e gli ultranazionalisti del Fpo hanno trovato un accordo per formare il nuovo governo. Nelle 182 pagine di programma oltre alla richiesta di abolire i benefit per i rifugiati e bloccare il processo di adesione della Turchia nell’Unione europea, c’è anche la proposta di confiscare tutti i contanti in possesso dei migranti al loro arrivo per pagare le loro spese di mantenimento. Lunedì, grazie alla mediazione del presidente della Repubblica Alexander Van Der Bellen, il 31enne premier austriaco Sebastian Kurz ha promesso che non indirà un referendum per uscire dall’Unione europea. E martedì è volato a Bruxelles per rassicurare le istituzioni europee. Il primo governo dell’Europa occidentale formato da almeno un partito di estrema destra e populista ha inaugurato la legislatura con una polemica: la proposta di dare la cittadinanza austriaca agli italiani di lingua tedesca e ladina nel 2018 o al più tardi nel 2019. La richiesta viene dal partito altoatesino Svp, accolto anche dal leader del Fpo Heinz-Christian Strache per mandare un messaggio chiaro al suo elettorato.

Difficile che una proposta del genere passi. Il cavillo legale si può sempre trovare ma dare la cittadinanza austriaca agli altoatesini porterebbe più danni che benefici a parte gareggiare alle Olimpiadi invernali sotto un'altra bandiera. E riaprirebbe ferite che ancora non si sono rimarginate. La vera lotta politica europea di Kurz non sarà sui passaporti per gli altoatesini ma per una politica migratoria europea più dura. Nella seconda metà del 2018 l’Austria sarà presidente di turno del Consiglio dei ministri dell’Ue, l’organo che riunisce di volta in volta i ministri degli esteri dell’Unione europea in gruppi a seconda dei dossier da affrontare. Ogni sei mesi uno Stato stabilisce l’ordine del giorno e i temi di cui parlare e soprattutto cosa non fare: nel caso di Vienna la riforma del trattato di Dublino.

Chiariamo: Vienna non è più la capitale dell’Impero austroungarico. Dal 1918 l’Austria è un Paese poco rilevante in Europa con un’economia forte ma dipendente dalla Germania. Non è un gigante dell’Ue ma potrebbe diventare l’ultimo tassello per far sfondare a ovest il domino dell’euroscetticismo. Non sposterà gli equilibri da solo ma sarà l’ennesimo Paese che si oppone alla riforma del trattato di Dublino

Chiariamo: Vienna non è più la capitale dell’Impero austroungarico. Dal 1918 l’Austria è un Paese poco rilevante in Europa con un’economia ora forte ma dipendente dalla Germania. Non è un gigante dell’Ue ma potrebbe diventare l’ultimo tassello per far sfondare a ovest il domino dell’euroscetticismo. Non sposterà gli equilibri da solo ma sarà l’ennesimo Paese che si oppone alla riforma del trattato di Dublino. Molti Stati del centro e nord Europa hanno finora vissuto da spettatori la guerra tra est e ovest. Ora guarderanno con molta attenzione alle riforme migratorie volute dal governo austriaco e copiarle nel caso funzionassero per contenere l’euroscetticismo interno.

Da mesi le richieste dell'Italia sono chiare: riformare il trattato di Dublino e costringere tutti i Paesi dell’Ue ad accettare la loro quota di migranti. A novembre il Parlamento europeo ha votato a maggioranza per cancellare la norma che dal 2013 obbliga gli Stati dove sbarcano i migranti a trattenerli in attesa di esaminare le domande di protezione internazionale e inserire un meccanismo automatico per ricollocare i migranti in tutti gli Stati Ue. Finora la posizione di Bruxelles è stata quella di agire a maggioranza, approvando la relocation anche senza l’appoggio del gruppo di Visegrad. Tutto questo finora ha portato a procedure d'infrazione contro i Paesi che si sono rifutati di ospitare, seguiti da ricorsi alla Corte di giustizia Ue, e al concreto rispetto degli accordi.

Anche Donald Tusk ha dichiarato di esere contrario al sistema delle quote obbligatorie per la ripartizione dei migranti, definendola una strategia «divisiva e inefficace». Detto dal presidente del Consiglio europeo fa un certo effetto. La dichiarazione del polacco Tusk sembra fatta ad uso interno per stemperare le tensioni con Jarosław Kaczyńsky. Il presidente del partito al governo, Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwość) da tempo incolpa Tusk per la morte del fratello gemello in un'incidente aereo. La Polonia è stato l'unico dei 27 a votare contro l'elezione di Tusk come presidente del Consiglio europeo.

Per cercare di sbloccare la situazione, il presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni nell’ultimo Consiglio europeo ha partecipato a un mini vertice con il gruppo di Visegrad, organizzato dal premier ungherese Viktor Orban. I quattro paesi dell’Est continuano a rifiutare la relocation ma hanno promesso 36 milioni per finanziare il lavoro e l’addestramento della guardia costiera impegnata nei soccorsi e un centro operativo che coordini il recupero dei migranti. Una mano tesa all'Italia per dimostrare di essere contro il metodo - la relocation - e non la soluzione: gestire l'affluenza dei migranti.

Anche l’Italia non vuole rompere con Visegrad ma in ogni caso rischia di non ottenere nulla di ciò che chiede. A marzo quando il Consiglio europeo discuterà della riforma di Dublino, in Italia ci saranno le elezioni. Nella migliore delle ipotesi avremo un governo dimissionario e quindi senza potere contrattuale; nella peggiore non avremo un governo. E se anche in pochi giorni il centrodestra o il movimento cinque stelle riuscissero a formare da soli o insieme un governo sicuramente non troverebbero l’appoggio degli altri governi euroscettici e populisti.

L’errore fatto dai politici e media pro Unione europea è quello di aver dipinto Emmanuel Macron come un cavaliere senza macchia e senza paura in grado da solo di sconfiggere il drago dell’euroscetticismo. Ma il Consiglio europeo non è la tavola rotonda dei Cavalieri di Re Artù; è il percorso del gioco dell’oca, dove si avanza a fatica con i dadi giusti e un po’ di fortuna. Senza, si rischia di tornare alla casella di partenza.

Da tempo scriviamo che la riforma dell’eurozona promessa da Macron e proposta due settimane fa dal presidente della Commissione Jean Claude Juncker è irrealizzabile con questo risiko europeo. L’errore fatto dai politici e media pro Unione europea è quello di aver dipinto Emmanuel Macron come un cavaliere senza macchia e senza paura in grado da solo di sconfiggere il drago dell’euroscetticismo. Ma il Consiglio europeo non è la tavola rotonda dei Cavalieri di Re Artù; è il percorso del gioco dell’oca, dove si avanza a fatica con i dadi giusti e un po’ di fortuna. Senza, si rischia di tornare alla casella di partenza. Macron ha un'ultima e unica arma politica per spostare gli equilibri: stravincere le elezioni europee del 2019. Per farlo vuole lanciare un nuovo movimento europeo per superare destra e sinistra come ha fatto in Francia con En Marche!

Nel Parlamento europeo è già nato un gruppo informale di 70 eurodeputati guidati dal socialista francese Gilles Pagneaux. Se Macron vuole rendere questa lista europea corposa e credibile dovrà svuotare gli eurogruppi dei socialisti e popolari europei. Per farlo cercherà di mostrare la contraddizione nel Partito popolare europeo che ospita la Cdu di Merkel e Fidesz di Viktor Orban con due visioni opposte sull'europa: una inclusiva, l'altra esclusiva. Nella guerra tra nord e sud per il rigore dei conti e quella tra est e ovest per la relocation dei migranti, l'Italia rischia di perdere in ogni caso. Niente riforma dell'eurozona, niente riforma di Dublino. E senza un governo forte dopo le elezioni di marzo rischiamo di non raccogliere nemmeno le briciole.

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