Vale per Trump come per Boldrini: prendersela con le parole è anti-civile

Dalla censura oscurantista dell'amministrazione Trump alla grammatica antisessista dell'onorevole Boldrini, prendersela con le parole è sempre uno sbaglio, una battaglia di retroguardia, perché per cambiare il mondo dobbiamo cambiarne la semantica, non la grammatica

Romain Vignes 53940
21 Dicembre Dic 2017 1330 21 dicembre 2017 21 Dicembre 2017 - 13:30

Quando, qualche giorno fa, il Washington Post ha pubblicato la notizia della censura di alcune parole ed espressioni che l'amministrazione Trump avrebbe imposto al CDC — Centers for Disease Control — ovvero l'agenzia pubblica per la sanità più importante degli Stati Uniti, in tutto il mondo si è scatenato l'inferno.

L'atteggiamento della presidenza più reazionaria della storia recente degli States è inequivocabile, basta leggere la lista delle parole colpite dal provvedimento: “Vulnerable”, “Entitlement”, “Diversity”, “Transgender”, “Fetus”, “Evidence-based” e “Science-based”. Queste sono le sette tra parole ed espressioni invise al governo statunitense, che in italiano suonerebbero all'incirca come Fragile, Sostegno, Diversità, Transessuale, Feto, Basato su prove, Basato sulla scienza.

Paradossalmente poco importa che il Dipartimento della salute pubblica, ovvero l'autorità statunitense competente in materia di salute, abbia dichiarato proprio al Post che «continueranno ad usare le migliori prove scientifiche disponibili per migliorare la salute di tutti gli americani». Poco importa perché, in tempi di fine dell'autorevolezza e di cosiddetta “post verità”, più che le reali conseguenze sul lavoro del CDC — che nei budget annuali dovrà fare salti mortali di sinonimia e contraristica — conta il fatto che l'effetto più potente e deleterio è ormai raggiunto e un'altra tappa alla guerra contro le parole è stata aggiunta.

Stiamo facendo la guerra alla grammatica al posto di farla alla semantica, prendendo sempre più spesso ogni cosa alla lettera, riducendo le parole a meri significanti e dimenticandoci che esiste anche una realtà oltre i nomi delle cose

Negli ultimi trent'anni, e non solo dalle trincee americane dell'ultradestra reazionaria o della politically correctness liberal, abbiamo assistito a una grande marcia indietro nella storia della cultura occidentale. In maniera assolutamente bipartisan, stiamo arretrando, tornando a modelli di comprensione della realtà di centinaia di anni fa. Dicendola come la dicono i semiotici, stiamo facendo la guerra alla grammatica al posto di farla alla semantica, prendendo sempre più spesso ogni cosa alla lettera, riducendo le parole a meri significanti e dimenticandoci che esiste anche una realtà oltre i nomi delle cose.

La battaglia reazionaria di Trump è un esempio, ma ce ne sono di altri, tinti di altri colori e con fini non per forza oscurantisti. Altri esempi di questo tipo sono quella tensione verso il politicamente corretto che negli anni Ottanta ci ha portato a cambiare il nome di alcune professioni per non stigmatizzarle, o quell'altra che ci fa concentrare sul rapporto tra genere maschile e genere femminile nella lingua italiana, dall'uso degli articoli davanti ai nomi, all'introduzione di nuove forme femminili, per non usare la lingua in modo sessista.

Stiamo lasciando accadere una catastrofe: la vittoria del contenitore sul contenuto, dell'acqua sporca sul bambino, e del dito sulla luna

Chiariamo: i due fronti della battaglia — il machismo di Donald Trump e il buonismo di Laura Boldrini — non potrebbero essere più distanti dal punto di vista degli obiettivi e dei moventi. Una battaglia, quella dell'americano, è oscurantista e indifendibile. L'altra, quella della presidente della Camera, è solo scentrata, ma è comprensibile. Eppure, nella pratica, fanno paradossalmente lo stesso errore, quello già citato prima.

Nel 1987, Alma Sabatini provò a scrivere alcune regole per evitare di usare la lingua italiana in modo sessista. Si consigliava di non usare il maschile in luogo del neutro, ma di usare invece parole che non avevano connotazioni di genere. Fu un tentativo in buona fede, nella maniera più assoluta, ma fu una battaglia inutile, quella che una volta si chiamava battaglia di retroguardia e infatti, a distanza di trent'anni esatti, nel nostro paese la discriminazione femminile è ancora maiuscola ed evidente, e non sarà certo un articolo determinativo in meno a cambiare la situazione. Perché? Perché per cambiare il mondo non devi cambiarne la grammatica, devi cambiarne la semantica, per cambiare il Mondo d'altronde non basta certo iniziare a chiamarlo Pianeta Terra.

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. È la frase finale de Il nome della rosa di Umberto Eco, che se l'è inventata sul calco di un proverbio romano, e significa “Al di là del nome c'è la rosa, ma a noi resta soltanto il nome”. Al di là dell'infinito e annoso dibattito filosofico tra nominalisti e realisti, se lasciamo che si trattino le parole come se fossero le portatrici di qualche colpa che invece dipende dal loro uso e dal loro contesto stiamo lasciando accadere una catastrofe: la vittoria del contenitore sul contenuto, dell'acqua sporca sul bambino, e del dito sulla luna.

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