Rottamare il Giglio Magico: la scelta inevitabile di Matteo Renzi (se vuole avere un futuro)

Troppo pochi e troppo soli: così la leadership Pd compie un errore dopo l’altro. Adesso serve una prova di coraggio: uscire dal bunker e aprirsi a idee diverse e persone nuove, anche a costo di perdere il controllo sulle cose e di sentirsi dire di no. Tutto il resto è disastro

Giglio Magico Linkiesta

Elaborazione su foto di ALBERTO PIZZOLI / AFP, ANDREAS SOLARO / AFP e FILIPPO MONTEFORTE / AFP

Elaborazione su foto di ALBERTO PIZZOLI / AFP, ANDREAS SOLARO / AFP e FILIPPO MONTEFORTE / AFP

22 Dicembre Dic 2017 0740 22 dicembre 2017 22 Dicembre 2017 - 07:40

Amici. Così Renzi inizia molti dei suoi discorsi, quando gioca in casa come alla Leopolda. Un incipit di matrice democristiana certo. Ma nel suo caso anche un modo di sottolineare che la sua parabola politica è effettivamente la storia di un gruppo di amici partiti da Firenze e dalla provincia per cambiare l’Italia. All’inizio è stata la sua forza, questa diversità, questa capacità di elevare un gruppo di amministratori locali, brillanti professionisti, pezzi di società civile, comunque outsider al rango di classe dirigente del Paese. In un momento in cui il Paese chiedeva rinnovamento, facce nuove, competenze e zero compromissioni con il mondo dei palazzi romani lui ha dato loro quel che voleva.

In parte la missione può dirsi riuscita. In questi cinque anni abbiamo imparato a conoscere nomi e facce nuove, in molti casi ad apprezzarne le competenze e le qualità, la freschezza delle idee, la volontà pervicace di cambiare il Paese. Ne abbiamo anche conosciuto i limiti, a volte macroscopici, certo: l’Italia non è la Francia e l’ufficio del sindaco di un capoluogo di provincia non è l'Ena, del resto. Ma non rinneghiamo nemmeno oggi che questa ventata di aria nuova sia stata salutare per un Paese fossilizzato attorno ai vecchi arnesi della politica, ai boiardi di Stato, ai dinosauri della Pubblica Amministrazione che avevano fatto della Seconda Repubblica il loro giardino di casa.

L’energia, tuttavia, ha bisogno di essere alimentata. E Renzi, questo, l’ha fatto solo a sprazzi. Più frequentemente, al contrario, ha perso per strada molti dei suoi compagni di viaggio. Avesse qualche giorno di tempo gli consiglieremmo di farsi un nuovo giro d’Italia per fare due chiacchiere con chi l’ha abbandonato, sia esso un renziano deluso della prima, della seconda o della terza ora. I loro nomi li conosce meglio di noi. Scoprirebbe cose interessanti che se vuole possiamo anticipargli: che molti di loro si sono allontanati a causa del suo narcisismo, della sua tendenza a non ascoltare più chi lo contraddice, del suo vizio di voler decidere tutto da solo, anche le minutaglie, della sua patologica diffidenza verso chiunque non appartenga alla cerchia strettissima dei suoi più fidi collaboratori.

Questo non vuol dire buttare a mare Maria Elena Boschi o Luca Lotti o chi per loro. Vuol dire ridimensionarli e ridimensionare Renzi stesso in un contesto molto più aperto e molto più inclusivo. Vuol dire smetterla di considerare la fedeltà cieca al capo come precondizione per un posto in lista. Vuol dire incentivare il dissenso e il pensiero critico se serve a non fare errori clamorosi come la Commissione Banche

A poco a poco, mentre sfiorivano i petali, quest’ultimo strettissimo cerchio è rimasto solo, chiuso nel bunker di palazzo Chigi prima, del Nazareno poi. Giglio Magico, hanno cominciato a chiamare quel gruppo di amici più amici: Luca Lotti, Maria Elena Boschi, Francesco Bonifazi, forse Matteo Orfini e pochi, pochissimi altri. Fedeli sì, anche troppo. Ma fisiologicamente impreparati a sopravvivere in una giungla piena di trappole come quella della politica romana. Troppo pochi, troppo soli, troppo legati al destino del leader per non essere altrettanto fisiologicamente attaccabili, per attaccare lui. Prima Luca Lotti con l’affare Consip, poi Maria Elena Boschi su Banca Etruria.

In entrambi i casi, gli unici a spendersi per difendere la loro onorabilità e per affermare la loro estraneità ai fatti contestati sono stati proprio i diretti interessati e il loro leader, quasi fossero un corpo a se all’interno del Partito Democratico, un acquario nell’oceano, alieno - se non apertamente inviso - al resto del gruppo dirigente del Nazareno. Prova ne è che nei momenti di difficoltà nessuno degli altri leader del Pd - se non costretto, se non controvoglia - ha speso anche solo più di una parola per loro. Una ristretta accolita che non a caso, ogni volta che si solleva il velo, appare circondata da altri amici e parenti stretti: padri come Tiziano Renzi e Pierluigi Boschi, amici fraterni come Marco Carrai.

Ora, dopo la buriana di Banca Etruria, forse è il momento di dirselo, che il Giglio Magico - indipendentemente dalla qualità politica di chi ne fa parte - rappresenta il più grande limite di Renzi, la sua più grande debolezza. Allargare il perimetro delle relazioni, contaminarsi con altre culture politiche, accettare la dialettica costruttiva con personalità altrettanto forti, sentirsi davvero il primo fra pari, non necessariamente per sempre, di una nuova classe dirigente, incentivare l’autonomia, la creatività, il dissenso costruttivo di altre personalità dovrebbero - e dovevano, stando alle premesse - essere il cuore pulsante di una proposta politica che aveva promesso di abbandonare i caminetti di bersaniana memoria, senza sostituirli con dei bunker di fedelissimi pretoriani.

Questo non vuol dire buttare a mare Maria Elena Boschi o Luca Lotti o chi per loro. Vuol dire ridimensionarli e ridimensionare Renzi stesso in un contesto molto più aperto e molto più inclusivo. Vuol dire lasciar nascere una classe dirigente sul territorio che non sia solamente espressione del partito di Renzi e della sua ortodossia. Vuol dire smetterla di considerare la fedeltà cieca al capo come precondizione per un posto in lista. Vuol dire incentivare il dissenso e il pensiero critico se serve a non fare errori clamorosi come la Commissione Banche. Vuol dire immaginare se stesso come il primo staffettista di una corsa molto più lunga. Tutte cose che Renzi afferma a parole e poi disattende regolarmente nei fatti, a causa del suo debordante autoritarismo. Tutte cose che farebbero di lui un vero leader, anziché una fugace meteora che rischia di aver sprecato la sua gigantesca opportunità. Ci pensi su, che di tempo ce n’è poco, ma ce n’è ancora.

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