2017, la rivincita dell’Europa

L’avevamo lasciata in balia di Brexit e Trump, inefficace e senza visione: la ritroviamo in crescita, con tassi d’occupazione da record, una rinnovata fiducia in un futuro comune e tante idee (molte delle quali stanno già diventando realtà). Ma il 2018 sarà tutta un’altra storia

Europa Linkiesta
23 Dicembre Dic 2017 0730 23 dicembre 2017 23 Dicembre 2017 - 07:30

Dov’eravamo rimasti? Ah sì, nella notte di San Silvestro del 2016 l’Europa era a pezzi. Distrutta dalla Brexit, sotto choc dopo la vittoria di Trump, dilaniata dagli attentati di matrice islamica, in perenne affanno economico, invasa dai profughi, odiata dai suoi stessi cittadini, incapace di darsi un senso e una direzione comune e terrorizzata da una serie di appuntamenti elettorali che, si diceva, avrebbero aperto la strada del governo di Paesi come Francia, Olanda, Germania, Austria, Italia alle forze populiste, nazionaliste, anti-europee.

A distanza di dodici mesi, la Storia ha preso una direzione se non del tutto uguale e contraria, sicuramente un bel po’ diversa. Partiamo da un numero, per cominciare: dai 234,2 milioni di occupati censiti da Eurostar nel giugno del 2017, un record: mai in Europa c’erano state tante persone al lavoro. Una crescita dell’occupazione imponderabile solo dodici mesi prima, questa, che è figlia di una ripresa economica che ha permesso all’economia del Vecchio Continente di crescere a un ritmo superiore a quella degli Stati Uniti d’America sia nel 2016, sia - si prevede - pure nel 2017: 2,4% contro 2,1%. Una crescita trainata dall’Euro debole, certo, dalla crescita dei consumi globali che ha favorito le economie esportatrici europee, anche. Ma pure dalla crescita dei consumi interni, che nonostante tutte gli anatemi contro i guardiani dell’austerità sono finalmente ripartiti e pure forte.

A dare una mano, certo, è stato anche un quadro politico che si è rinsaldato, seppure a fatica. L’inatteso (e fortunato) trionfo di Emmanuel Macron alle presidenziali francesi è stato sicuramente l’evento che si è guadagnato la copertina, ma non va dimenticata la ritrovata stabilità spagnola, dopo mesi senza governo, la vittoria di Mark Rutte in Olanda, e pure il fatto che pur con tutte le difficoltà del caso, prima fra tutte l’affermazione di Alternative fur Deutschland in Germania si vada verso una riedizione della grande coalizione che ha governato il Paese in tre delle ultime quattro legislature. Rimane l’Austria, certo, con il neonato governo di Sebastian Kurz insieme all’estrema destra che apre a scenari inquietanti. Ma resta il fatto che l’immagine complessiva dell’Unione sia di gran lunga migliorata, nel giro di dodici mesi. Tra l’inizio del 2016 e la fine del 2017, la percentuale di chi ha un’immagine totalmente positiva dell’Unione Europea è cresciuta dal 34% al 41%. Quella di chi ha un’immagine totalmente negativa è scesa da 27% al 21%.

Si diceva che la difesa comune fosse una chimera, e invece oggi ventitré firme sotto un foglio raccontano che il continente più bellicoso della storia umana ha deciso di iniziare un percorso che lo doti di una politica di difesa e di un esercito comune. E abbiamo soprattutto un pensiero sul futuro dell’Europa, verso un’Unione più stretta, che si è rimesso in moto grazie all’accelerazione di marcia impressa da Emmanuel Macron e dalla sua coraggiosa e vincente professione di europeismo militante, nel momento in cui era più difficile farlo

Probabilmente, lo psicodramma della Brexit ha giocato un ruolo fondamentale, e pure il risultato delle elezioni di Londra, con il crollo dell’Ukip e la vittoria sul filo di lana di Theresa May, la negoziatrice dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, che ha dimostrato tutta la sua indecisione sulla strada da percorrere e tutto il velleitarismo del salto nel buio britannico. Cosa che, a sua volta, ha tarpato le ali ad analoghi sogni accarezzati dai populisti e dai nazionalisti continentali, da Geert Wilders a Marine Le Pen, passando da Matteo Salvini e Beppe Grillo di casa nostra. Ognuno dei quali, a suo modo, a fatto retromarcia, ripiegando i sogni di referendum nel cassetto. Referendum che invece, nel 2017, hanno colpito al cuore gli Stati nazionali, prima fra tutte la Spagna, ancora alle prese con lo psicodramma catalano.

Nel frattempo, la vecchia Europa si è data da fare pure dalle parti di Bruxelles. Si diceva fosse impossibile far pagare le tasse alle multinazionali, e invece Margrethe Vestager è riuscita a imporre ad Apple di pagare 13 miliardi di tasse arretrate all’Irlanda, e a imporre il principio che le imposte si pagano nei luoghi in cui si generano i ricavi. Si diceva fosse impossibile rivedere il trattato di Dublino, e invece abbiamo portato a casa il primo ok del Parlamento Europeo a una sua revisione. Si diceva che la difesa comune fosse una chimera, e invece oggi ventitré firme sotto un foglio raccontano che il continente più bellicoso della storia umana ha deciso di iniziare un percorso che lo doti di una politica di difesa e di un esercito comune. E abbiamo soprattutto un pensiero sul futuro dell’Europa, verso un’Unione più stretta, che si è rimesso in moto grazie all’accelerazione di marcia impressa da Emmanuel Macron e dalla sua coraggiosa e vincente professione di europeismo militante, nel momento in cui era più difficile farlo.

La strada è ancora lunga, certo, e i cicli politici molto brevi. Basta un sasso sulla strada - un’elezione che non va come deve andare: indovinate quale - e l’Unione Europea tornerà a tremare. Il 2017 però ha parlato chiaro: l’Europa, a cinquant’anni dalla firma dei trattati di Roma, c’è, e nonostante tutto è ancora viva. Al 2018 il compito di dimostrare che non si è trattato di un fuoco di paglia.

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