Lo Ius Soli? La prova che il bicameralismo perfetto è la rovina dell’Italia

Sono passati 13 anni da quando lo Ius Soli è entrato in Parlamento e non siamo riusciti a far votare due volte lo stesso testo alle due Camere. Tutto lascia pensare che dal prossimo giro sarà peggio. Ecco perché forse una riforma dell’iter legislativo è ancora necessaria. Nonostante il 4 dicembre

Ius Soli
26 Dicembre Dic 2017 0744 26 dicembre 2017 26 Dicembre 2017 - 07:44

Ci sono poche cose che raccontano l’importanza della governabilità più della questione ius soli. O meglio, di quanto la lentezza, la farraginosità, la salvaguardia del principio di rappresentatività di ciascuna forza politica sopra ogni cosa, e la paura della cosiddetta “svolta autoritaria” siano uno dei maggiori freni allo sviluppo economico, sociale e politico di questo Paese.

Lo Ius Soli, dicevamo. È da tredici anni che il nostro parlamento ne parla, cinque legislature in cui le proposte di legge traccheggiano tra aula e commissione, per poi ripartire da zero ogni volta. Ed è da due anni, dall’ottobre del 2015, che la Camera ha approvato il testo che qualche giorno fa il Senato ha deciso di non approvare facendo mancare il numero legale. In tredici anni, detta in altre parole, non si è mai riuscito a far votare lo stesso testo di legge dalle due Camere.

Tempi fisiologici, per la discussione di una legge? Non scherziamo. Tredici anni fa era un’altro pianeta: gli stranieri nati in Italia - le cosiddette seconde generazioni - nemmeno venivano censite dall'Istat. Si comincerà a farlo nel 2006, quando la loro incidenza non superava le 400mila unità, mentre oggi sfiorano il milione. Pensate all’esperienza che avremmo accumulato sui percorsi di costruzione di nuove identità sociali e culturali, di nuove forme di integrazione, di nuova cittadinanza allora, se avessimo potuto darci una mossa. Un Paese serio affronta il problema nel momento in cui si pongono, in un senso o nell’altro. Non ci mette tredici anni a portare un testo in un’aula parlamentare.

A meno che il governo non decida di usare lo strumento del decreto o quello del voto di fiducia le discussioni decantano in un estenuante balletto, ingolfando i tempi dell’iniziativa parlamentare. Non vogliamo tornare su questioni sepolte dal voto popolare, ma basterebbe ci fosse una camera in meno, o due camere che fanno due cose diverse, per ridurre almeno un po’ questo problema

Da noi funziona così. A meno che il governo non decida di usare lo strumento del decreto o quello del voto di fiducia le discussioni decantano in un estenuante balletto, ingolfando i tempi dell’iniziativa parlamentare. Non vogliamo tornare su questioni sepolte dal voto popolare, ma basterebbe ci fosse una camera in meno, o due camere che fanno due cose diverse, per ridurre almeno un po’ questo problema. Così come un sistema elettorale maggioritario potrebbe, allo stesso modo, consentire a chi governa di disporre di maggioranze più solide per accelerare l’iter di approvazione delle leggi.

Può sembrare una questione di secondaria importanza, ma se abbiamo un impianto legislativo fermo al secolo scorso, incapace di interpretare buona parte della modernità che ci è piovuta in testa in questi ultimi trent’anni, è colpa anche di questo. E sarà sempre più così, peraltro, visto come e quanto si sta scomponendo il quadro politico: ha ragione chi dice che questa potrebbe essere l’ultima finestra utile per una riforma della cittadinanza. E non tanto perché manchi volontà politica, ma perché ci stiamo condannando a un ciclo politico fatto di maggioranze spurie che difficilmente affronteranno questioni divisive e controverse, ancorché fondamentali per decidere che Paese vogliamo diventare, come lo è questa.

Senza fare le vedovile del 4 dicembre: pensiamoci su, di nuovo, a come rendere più veloce ed efficiente il nostro sistema di costruzione delle leggi, di traduzione della volontà politica, di interpretazione della modernità. Perché questo, lo dicevamo un anno fa, lo ribadiamo oggi, non funziona più.

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