L'indie è morto, il mainstream pure: ecco perché il 2018 sarà un buon anno per la musica italiana

Ripercorriamo l'anno che è stato, tra dischi deludenti e affermazioni definitive, sbarazzandoci dei cadaveri dell'omologazione, della finta alternativa e dei suoni nati vecchi

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Thegiornalisti, Riccione

28 Dicembre Dic 2017 0745 28 dicembre 2017 28 Dicembre 2017 - 07:45

Passi una vita a fottertene delle regole. Almeno da quelle imposte dagli altri. Pagandone ovviamente le conseguenze, a partire dal fatto che essere un cane sciolto comporta si essere libero di fare quasi tutto quel che ti pare, ma anche senza le sicurezze del branco, il caldo di una cuccia, la ciotola col cibo sempre pronta.

Passi una vita a fottertene delle regole, a scardinare le routine, poi arrivi alla fine dell'anno e, come uno di quei tanti coglioni che ci tengono a far sapere che non è Natale se non guardi Una poltrona per due (fatto salvo che le tette di una già matura Jamie Lee Curtis meritano, ma è già pieno di Gif sui social, non serve mica vedere sempre lo stesso film del cavolo), ti ritrovi a scrivere il classico articolo sugli album miglior del 2017, magari contrapponendoli ai peggiori. Un cane a quattro zampe, il cibo nella ciotola, la cuccia calda alle spalle.

Allora, siccome nonostante il virus, la febbre, il casino della casa sotto le Feste di Natale, il giramento di coglioni per non aver mangiato tutto quel che avresti voluto mangiare, decidi di proseguire nella tua solita modalità, fregandotene di quel che gli altri si aspetterebbero, evitando per una volta di dire quanto faccia cagare l'ultimo di Biagio Antonacci o quanto sia misero il tentativo di Tiziano Ferro di continuare a fare quello R'n'B, quando poi alla gente piacciono solo le sue ballate da iperdepresso, andrò a stirare un elenco anomalo di cosa mi auguro il 2018 andrà a sfornare, ovviamente fuori dai canali principali, ancora ancorati a quei quattro stracci di canoni.

Tanto che l'album mainstream miglior l'abbia sfornato Caparezza, e a una incollatura da lui ci sia Cremonini, già lo sapete, come sapete che è Brunori Sas a aver fatto il salto decisivo fuori dall'indie, nella speranza che prima o poi l'indie crolli portandosi via tutta quella musichetta sciatta a approssimativa.

Cosa auspico, quindi? Che al centro della musica torni la musica, appunto. Non i suoni di moda, che poi a dirla tutto sono spesso suoni che andavano di moda tempo prima altrove, ma la musica

Partiamo dai morti, quindi. Quelli che magari torneranno a muoversi sotto forma di zombie, con noi qui con Lucille, pronti a calare mazzate sulle loro teste. Questo non per tornare a fare critiche negative, ma a stilare i confini di un territorio che potremmo definire, a ragione, area protetta, quella nella quale si muove la musica che vorremmo ascoltare in Santa pace. Nel 2017 sembra evidente che ci abbia definitivamente lasciato l'eletropop italiano, quella musica demmerda cui ci eravamo ormai assuefatti ultimamente, fatta di basi fatte con le macchine, zero originalità, tutto compresso, senza bassi, perché tanto coi cellulari non si sentono, senza dinamica, perché tanti con le cuffiette suona tutto schiacciato, senza armonie, perché che cazzo è l'armonia?, io sono un fonico mica un produttore... L'ulteriore omologazione del suono verso il basso ha reso il tutto ancora meno credibile, e per quanto a furia di sentirsi dire che la merda è buona alla fine la merda piaccia, a un certo punto anche la merda viene a noia. Nel mentre, e qui entra in ballo qualcosa che potrebbe tirare in ballo il destino e la sua ironia, quel che resta dell'indie si è suicidato. Lo ha fatto per mano di Tommaso Paradiso, a cui in tutta probabilità dell'indie non è mai fregato un cazzo, e lo ha fatto producendo alcune delle più imbarazzanti canzoni degli ultimi decenni, roba da far rivalutare Taffy e i Via Verdi. Sempre producendo economie ridicole, l'indie è quindi entrando nel mainstream, andando a prendersi di quel contesto solo gli aspetti negativi, l'incapacità di fotografare l'oggi se non superficialmente, e sopratutto, l'impossibilità di lasciare segni destinati a rimanere nel tempo. Amen. Se con l'astuta mossa del Tavecchio della discografia Mazza, che prima ha messo lo streaming gratuito in classifica e nelle certificazioni e dal primo di gennaio lo toglierà nuovamente, ci leveremo dalle palle anche la trap italiana avremo forse iniziato la strada verso la salvezza. Pregate per noi.

In questo scenario apocalittico, quindi, coi giovani che producono traffico e i vecchi che comprano oggetti obsoleti, il tutto con una dicotomia netta, che sta tra Ernia e Mina/Celentano, potrebbe davvero aprirsi quel varco spazio temporale di cui, ca va sans dire, parlerà come solo lei sa parlare la puntata di Natale di Doctor Who. La salvezza per il pianeta terra.

Se il 2018, per dire, ci regalerà un nuovo lavoro di Patrizia Laquidara, di Ilaria Porceddu, di Romina Falconi, di Chiara Dello Iacovo, di Naelia, di Gabriella Martinelli, tanto per fare qualche nome su cui scommetteremmo senza se e senza ma, o nuove opere di Era Serenase e Coma Cose, di Serena Abrami e Mimosa Campironi, di Roberta Giallo o di Giulia Mei saremo felici e avremo gli anticorpi per affrontare il nuovo di Laura Pausini

Cosa auspico, quindi? Che al centro della musica torni la musica, appunto. Non i suoni di moda, che poi a dirla tutto sono spesso suoni che andavano di moda tempo prima altrove, ma la musica. Volendo essere contemporanei, quindi, una musica che sia urbana e etnica al tempo stesso, Nu Soul nella struttura, nel canto, come già sta succedendo altrove, ma con strumenti laddove gli strumenti servono, vedi alla voce Frank Ocean, e con tutte quelle sfumature world che la rete ci permette oggi di fare nostre anche dal divano di casa. Comporre canzoni con il piano o la chitarra, o con strumenti di altre culture, sia messo agli atti, non è un gesto d'altri tempi, romantico. Ma è un gesto sano, che consente aperture melodiche e armoniche che difficilmente si riescono a ottenere se la musica la si riproduce ragionando su fonder. Col che non si auspica certo una rivolta luddista, ma una giusta integrazione tra tradizione e contemporaneità, volendo anche a futuribilita'. La musica di oggi nn ci sarebbe stata senza il punk e senza il rap, due generi nati da non musicisti. Ma la meticolosa esclusione di aspetti fondanti della musica, come appunto armonia, dinamica e anche melodia, a vantaggio di un sistema di fruizione più che di mondo sonoro, appare un pericolo da evitare, più che un fine da perseguire.

Sul fronte italiano tante cose belle succedono, sono successe e succederanno. Se il 2018, per dire, ci regalerà un nuovo lavoro di Patrizia Laquidara, di Ilaria Porceddu, di Romina Falconi, di Chiara Dello Iacovo, di Naelia, di Gabriella Martinelli, tanto per fare qualche nome su cui scommetteremmo senza se e senza ma, o nuove opere di Era Serenase e Coma Cose, di Serena Abrami e Mimosa Campironi, di Roberta Giallo o di Giulia Mei saremo felici e avremo gli anticorpi per affrontare il nuovo di Laura Pausini. Forse.

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