Lasciate stare D'Avenia e Saviano. Per il 2018 comprate Brodskij, e immergetevi nella poesia di Pontiggia

I libri da leggere e quelli da non leggere quest'inverno. Rinnegate la poesia degli antipoeti e Dan Brown, abbracciate il capolavoro di Stefano Tonietto da agitare a mo’ di corona d’aglio

Saviano Linkiesta
29 Dicembre Dic 2017 0750 29 dicembre 2017 29 Dicembre 2017 - 07:50

Un libro, come un diamante, dovrebbe essere ‘per sempre’. In un libro, in effetti, vogliamo che sia svelato il mistero dell’uomo e del mondo, alla peggio che ci sia offerto un godimento imperituro. Solo che se i libri fossero davvero ‘per sempre’ le case editrici chiuderebbero bottega (quali libri sono effettivamente necessari? Omero, Dante, Shakespeare, Tolstoj, Dostoevskij, Kafka… forse 10, forse 50, di certo non più di 100). Per questo, annaffiano il mercato editoriale di puttanate. I libri ‘per sempre’ – che si trovano anche in biblioteca – non alimentano il mercato; ogni scrittore degno di essere letto pretende di essere il primo e l’unico, è un dio vendicativo, decapita chi lo ha preceduto e incendia la via di chi verrà. Finita la patetica paternale, vengo al sodo: il Natale è il necrologio del genio, la fiera delle banalità, il suicidio della bellezza. Il logorroico spaccio di libri obliate appena varcate le feste. Insomma, ecco i libri da cui stare alla larga durante l’abbuffata natalizia – e quelli, per bonificare l’aria, assolutamente da leggere.

Narrativa Italiana

Meglio Valkyria Castro e il “pene di quattro metri” del Cerbero Saviano e dell’angelico D’Avenia

Attualmente, ahinoi, la narrativa italiana è rappresentata dal Cerbero Sorridente e dall’Angelo Azzurro. Uno è Roberto Saviano, l’altro è Alessandro D’Avenia: pressappoco la stessa età (classe 1979 il primo, 1977 il secondo), entrambi del Sud, stesso successo editoriale, antitetici nel corpo (nero come il carbone Saviano, biondo fatato D’Avenia) e nei temi – Napoli e la malavita il primo, l’amore e la letteratura e l’amore per la letteratura il secondo – equivalenti nella scrittura, abulica, bulimica, brutta. Bacio feroce (Feltrinelli) di Roberto Saviano vorrebbe essere duro&crudo, ma ‘Bob’ Saviano, il Cerbero Sorridente, non ha i coglioni di Céline, non ha il talento di Varlam Salamov, non ha nemmeno la testa fina di Leonardo Sciascia, partorisce un ruggito di polistirolo, la favola della buonanotte della letteratura ‘civile’ italiana. D’altra parte, D’Avenia, angelico principe azzurro delle scolaresche e delle scolarette, in Ogni storia è una storia d’amore (Mondadori) non va oltre le buone intenzioni di pessimo gusto, la sfliza di amorazzi noti – da Keats a Kafka, da Tolkien a Carver, da Fitzgerald a Modigliani – narrati con l’ambizione di un cronachista di Chi, è un camion di Gianduiotti in trachea, roba da indigestione. Il Cerbero Sorridente e l’Angelo Azzurro, per altro, sono accomunati dall’acuminata superbia. Il video promozionale sul libro di Saviano, pubblicato sul sito Feltrinelli, è un grottesco autoinzuccamento. D’Avenia, angelo vendicatore, è ben più letale: se non scrivi che il suo libro è meraviglioso, ti fa scrivere dall’avvocato, diffidandoti dallo scrivere di lui. Provare per credere. Per salvarci dal duo demoniaco, che affolla le librerie natalizie, usate, a mo’ di corona d’aglio Letteratura latina inesistente (Quodlibet), micidiale romanzo ‘borgesiano’ di Stefano Tonietto, uno che per passare gli anni s’è scritto, per gusto, “il poema comico-cavalleresco Olimpio da Vetrego (Inchiostro, 2010) in endecasillabi rimati, per un totale di 4.633 ottave”. Con sapienza al cubo e felicità narrativa, Tonietto ha redatto una antologia di autori (e di testi) latini inventati, da Calpurnius Bestia a Floscio Gallo e Lellio Assiduo. Il personaggio più formidabile, però, è “la filologa femminista” Walkyria Castro, “nata ad Amsterdam nel 1952… amica e sostenitrice dapprima di Erica Jong” autrice di una “polemica con Il ramo d’oro dell’antropologo James Frazer” che a un’amica giornalista consigliò di partecipare alla “festa del fallo che si svolge ancora oggi in Giappone, il Kanamara Matsuri”, dacché “Cavalcare un pene di quattro metri è un’esperienza formativa”. Il libro, già un cult, è eroina pura per i liceali.

Narrativa straniera

Dan Brown e la Allende, libri per l’elettore perfetto (un perfetto idiota). Rifugiatevi in Pasternak e nella fuga di Makine

Abitiamo nel peggiore dei mondi editoriali, è ora che ce ne rendiamo conto. Qualche tempo fa faceva ‘rumore’ l’ultimo libro di Alberto Moravia e ‘vendeva’ l’ultimo romanzo di Italo Calvino, mentre si chiacchierava dell’ultima impresa letteraria ed esistenziale di Ernest Hemingway. Ora nella classifica delle vendite svetta Quando tutto inizia (Mondadori) di Fabio Volo, seguito da Origin (Mondadori) di Dan Brown, mefitico pandoro narrativo per poveri di cervello, e Oltre l’inverno (Feltrinelli) di Isabel Allende, che da La casa degli spiriti (libro modesto da cui è tratto un film modesto) scrive sempre lo stesso libro, per altro male. Dan Brown e la Allende, comunque, sono la fonte eccelsa per risalire all’identikit del lettore di oggi: cretinetti, propenso a credere nelle facili cospirazioni e nelle facili passioni, anestetizzato dall’estetica, sufficientemente incolto (non s’è letto, per dire, l’abc, Flaubert, Tolstoj, Kafka, altrimenti non accetterebbe di spendere soldi per simili ‘pacchi’). Insomma, è l’elettore ideale in un Paese dove tutti si pensano intelligenti dalla vertigine della propria ignoranza. Per salvarci dalla tortura, un grandissimo di ieri e un grande libro di oggi. Il grandissimo è Boris Pasternak: Il dottor Zivago (Feltrinelli), esperienza estetica ed etica somma (così Feltrinelli, nel 1958, all’immenso poeta russo: “In un’epoca in cui i valori umani vengono accantonati, gli esseri umani vengono ridotti a robot e la maggior parte delle persone pensa soltanto a fuggire da se stessa e a risolvere i problemi del proprio ego affrettandosi e uccidendo quanto resta della sua sensibilità umana, Zivago ha impartito una lezione indimenticabile”), torna in libreria, 60 anni dopo, nella traduzione ‘restaurata’ – e bellissima – di Serena Prina. Il grande libro è L’arcipelago di una vita (La Nave di Teseo) di Andreï Makine, l’assurda storia d’amore, nella Russia sovietica degli anni Cinquanta, tra un soldato inquieto e una tungusa fuggiasca di “dura bellezza”. I due si ritireranno dal mondo spietato e collettivista (“Non erano i due fuggiaschi bensì l’umanità stessa a perdersi in un’evasione suicida”) abitando un’isola remota, tra la Siberia e il Giappone. L’amore – muto, devoto, assoluto – che vince la Storia è, in fondo, il tema dominante di Pasternak, qui trattato, però, con una scrittura rapace e dolente, di un Joseph Conrad scampato all’orrore di Stalingrado.

Saggistica

Fate felici Calasso, re Mida delle ovvietà: comprate Brodskij

Avere una casa editrice al solo scopo di pubblicare i propri quattro fogli nell’armadio. La diabolica utopia è realizzata da Roberto Calasso, con la più aristocratica (ergo: la più figa) delle case editrici italiane. Nel mistico ‘catalogo Adelphi’ l’opera dell’arcisapiente Calasso supera in quantità quella di Franz Kafka, di Ludwig Wittgenstein, di Thomas Mann, di William Faulkner, c’è chi può. Nell’ultimo libro, dal titolo impossibile, L’innominabile attuale, Calasso si svela per quello che è: un genio in grado di rendere ostico l’ovvio, labirintico il banale, complicato il semplice. Esempio: “fondamento del terrore è l’idea che soltanto l’uccisione offra la garanzia del significato”. Oppure: “Se i turisti vengono osservati con qualche imbarazzo e un accenno di riprovazione, è l’umanità che guarda se stessa e sospetta di aver perduto qualcosa”. Due pensieri limpidi come una caramella, financo elementari, che però scritti da Calasso, con quel tutù retorico, sembrano la verità propalata dal vecchio della montagna. Aureolato da sacre citazioni, difeso da una trincea di ‘fonti’ – più catacomba che piramide – Calasso fa l’effetto del già letto. Solo che gli altri – i succintamente citati dall’ultrasapiens – scrivono meglio. Più che Calasso, allora, nutriamoci di Iosif Brodskij, poderoso poeta in catalogo Adelphi. Se non vi va l’ultima raccolta poetica appena edita dall’editore di Calasso, E così via, in effetti non la più bella, vi bastino le sessanta pagine di Dall’esilio, oppure Fuga da Bisanzio, raccolta di saggi spesso memorabili. Stampa tutto Adelphi, Calasso sarà felice.

Poesia

Contro gli abbecedari della lirica stupidità, il poema cosmico di Pontiggia

Dobbiamo combattere con foga incessante la battaglia contro il ‘poetico’ e il ‘poeticume’, il pattume della lirica. Vengo al sodo. La poesia non è la lieta melassa dei buoni sentimenti che vanno a capo. Con i buoni sentimenti non si fa poesia, eventualmente si chiede la mancia a mammà. La poesia è un altrove che dilania le consuetudini esistenziali e grammaticali. D’altronde, l’uomo si crede complesso e complicato, ma è un “monotono universo” (copyright Ungaretti): tutti pensiamo le stesse beate cose di fronte alle stesse cose (luna piena=stupore; mare d’inverno=malinconia; bambino massacrato=indignazione), c’è più enigma in un algoritmo che nel cuore della creatura eretta. La poesia, appunto, è nell’abbaglio dell’inspiegabile, nello squarcio di un ritmo australe, nell’accostarsi al paradosso come al citofono di casa. Eppure, nella classifica dei libri di poesia più comprati dalle masse impoetiche ci sono solo non poeti, antipoeti che lucrano con la lirica. Il libro ‘di poesia’ più venduto del rione è Ti voglio bene (Mondadori) di Francesco Sole, un florilegio di pensierini patetici che dovrebbero far incazzare qualsiasi autentico adolescente uscito dalla larva della stupidità, dalla bulimia di nulla in cui ama nascondersi (esempio: “I tuoi occhi mi hanno fregato./ Sì, quel paio di occhi/ in cui dentro vedo tutto”). Seguono Capita a volte che ti penso sempre (Fabbri) di Gio Evan e Ogni volta che mi baci muore un nazista (Rizzzoli) di Guido Catalano, abbecedari dell’idiozia lirica. Non che vada meglio nei sacrari dedicati alla poesia: la mitica ‘bianca’ Einaudi ha pubblicato Promemoria, di Andrea Bajani, che sarà pure un bravo narratore e un bravo drammaturgo, non lo so, ma di certo è un pessimo poeta, articola pensieri nanerottoli (“Prendere una pillola ogni sera/ per dormire. Trasformare/ la disperazione in infelicità”) e versi in cartongesso, smunti, grigi, inautentici (“Non partire senza lasciare una/ sporta di parole per chi resta”), di cui, però, ne siamo certi, parleranno bene tutti i giornalisti che mirano a pubblicare per Einaudi. L’unica forma di razzismo accettabile è quello verso il brutto, il kitsch, il patetico e il ‘poetico’. Per imparare la poesia, piuttosto, bisogna andare a lezione da Giancarlo Pontiggia, poeta eminente e di raro pudore che con Il moto delle cose (Mondadori), appena pubblicato, firma la terza raccolta in vent’anni (le altre due, già nel canone della poesia contemporanea, sono Con parole remote, 1998, e Bosco del tempo, 2005). Traduttore di Paul Valéry, del Marchese de Sade e di Louis-Ferdinand Céline, la poesia di Pontiggia, finalmente ‘inattuale’, finemente controcorrente e contro le mode, è di austera ferocia. Nel tentativo di redigere un poema cosmico, da fine del mondo e dell’uomo (“Smottano/ le muraglie del mondo”; “Pullula, tra i pesi del tempo,/ una congerie di nomi// forme, stampi”; “grumi, scorie di tempo, stridi/ d’anima, materia/ che si disgrega// in folate di mondo”), Pontiggia rimbomba le domande assolute, unendo arcaico stupore a ferro esistenzialista, Esiodo a Heidegger (“E nascemmo/ alla vita che già c’era./ Le cose/ c’erano, le tante, le inaudite/ cose, di cui c’invaghimmo/ a poco a poco”). Una lingua nobile, evviva, ecco la poesia, una lingua a cui prestare fede, ora, mentre le promesse rovinano in slogan, in anniversari elettorali.

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