Perché Gentiloni non è ancora un leader (e cosa deve fare per diventarlo)

È in testa a ogni classifica di gradimento perché non è divisivo e perché un complimento a lui è una critica a Renzi, il più impopolare di tutti. Ma Gentiloni potrà dirsi più di un traghettatore solo se riuscirà a mettere in gioco il suo consenso per un’idea giusta, ma impopolare

Paolo Gentiloni Linkiesta

Paolo Gentiloni (ANDREAS SOLARO / AFP)

ANDREAS SOLARO / AFP

29 Dicembre Dic 2017 0755 29 dicembre 2017 29 Dicembre 2017 - 07:55

Varranno quel che valgono, ma l’ultimo sondaggio di Ixe dà Paolo Gentiloni in testa a tutte le classifiche di popolarità, col 45% dei consensi, davanti a Luigi Di Maio al 34%, Poi Grasso Meloni, Salvini, Minniti e solo al sesto posto, Matteo Renzi appaiato a Silvio Berlusconi con il 27%. Davanti a tutti, nonostante stia al governo, non vada mai in televisione, non faccia mai mezzo tweet e rilasci pochissime interviste. Piace al popolo, Gentiloni, ai capicorrente del Pd come Franceschini e Orlando, alla Merkel e ai leader internazionali, ai Quirinale, ai mercati e persino agli avversari, che per istinto pavloviano ancora si attaccano al collo di Matteo Renzi e di Maria Elena Boschi, ogni volta che possono.

C’è chi maligno dice che si tratti dell’indulgenza che si deve a un avversario innocuo, che mai si candiderà. Altri che sostengono che Gentiloni, sondaggi alla mano sia un boomerang per il Partito Democratico, che da quando c’è lui al governo i consensi dei Dem sono in caduta libera. Qualcun altro pensa invece che una volta dentro l’agone elettorale anche lui, il mite Paolo, subirà un fisiologico crollo dei consensi. E forse è così. Forse semplicemente, Paolo Gentiloni è riuscito a fare quel che Renzi sognava, ma per limiti caratteriali non è mai riuscito a fare: azzeccare una narrazione. Che nel momento in cui ciascun leader da Salvini a Renzi, da Di Maio a Berlusconi, giochi a spararla più grossa e a far secco questo è quell’avversario, Gentiloni rappresenti plasticamente l’italiano che fa, anziché raccontare le favole, in silenzio, per di più.

E forse lo sa meglio lui di tutti, però, che questa luna di miele ha vita breve, che di ecumenismo si può morire, in questo Paese. Che è un attimo passare da sobrio gentiluomo a schifoso paraculo, da quello che non rivendica alcun merito a quello che non ha fatto nulla, da salvatore della patria ad affossatore del partito

La cosa brutta, semmai, è che nessuno prende esempio. Non Salvini e Di Maio, ça va sans dire. Non Berlusconi, che nel suo ruolo di sobrio padre della patria è durato giusto qualche ora, giusto il tempo di riprendere fiato tra una dentiera per tutti gli anziani e il reddito di dignità (e quando lo è stato, padre della patria, gli è scappato di augurarsi Gentiloni premier, peraltro). Non Renzi, infine, che di Gentiloni è la nemesi, oltre che il successore, al punto tale che tra i suoi c’è la paranoia che ogni complimento al “Caro Paolo” sia in realtà un attacco feroce a chi l’ha preceduto.

Serafico, Gentiloni osserva a registra. Sa che le elezioni, a meno di clamorosi risultati del centrodestra, non porteranno maggioranze politiche definite, né tantomeno che ci sarà posto a palazzo Chigi per i candidati designati e per i leader di partito. Sa anche che più sta zitto più il suo nome si consolida al centro di ogni possibile trattativa. Che l’attivismo precoce di nuovi possibili leader figli dello stallo e del funerale anticipato a Matteo Renzi - Carlo Calenda su tutti - sia anch’esso un punto a suo favore, perché sposta il conflitto altrove, lontano da lui.

E forse lo sa meglio lui di tutti, però, che questa luna di miele ha vita breve, che di ecumenismo si può morire, in questo Paese. Che è un attimo passare da sobrio gentiluomo a schifoso paraculo, da quello che non rivendica alcun merito a quello che non ha fatto nulla, da salvatore della patria ad affossatore del partito. Per questo, prima o poi gli toccherà di dire o fare qualcosa di divisivo e impopolare, di dare una visione di medio termine, di delineare un orizzonte verso cui tendere, sempre che voglia fare il leader di qualcosa, anche solo di un asse del buonsenso contro la gazzarra ignorante e qualunquista.

E glielo diamo come consiglio, noi che attorno a lui e alla sua tranquilla azione di governo ci abbarbichiamo come naufraghi all’albero maestro: sappia trovare il coraggio di sfidare l’impopolarità per le sue idee, Gentiloni, di investire il proprio consenso per una battaglia giusta e difficile, quale che sia. È lì che si vede la stoffa, in questo Paese. Lì che cascano gli asini, e tutti i leader dimezzati della nostra classe politica. È li che si capisce se sei solo una meteora o qualcosa di più. Attendiamo fiduciosi. Coraggio.

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