Ragazze, rendiamocene conto, il maschio contemporaneo è un gattomorto

L’affascinante piaga sociale del gattomorto. L’uomo che accenna ma non si concede. A metà strada tra Clark Kent e l’ultimo dei cazzari, è quasi impossibile entrare davvero in contatto con lui. Per quanto la vostra giornata possa essere stata stressante, il gattomorto starà sempre peggio di voi

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30 Dicembre Dic 2017 0745 30 dicembre 2017 30 Dicembre 2017 - 07:45

Che cos'è una gattamorta? L'ha spiegato bene Michela Murgia qualche giorno fa su Facebook: il termine «prende il nome dall'atteggiamento lascivo delle gatte in calore, che rotolano per terra miagolando e mostrando la pancia con un atteggiamento apparentemente passivo che ti induce a credere che la decisione di avvicinarti spetti a te». Se questa descrizione vi ricorda qualcosa ma non vi ci sentite rappresentate, un motivo c'è: guardatevi intorno, siamo circondate da gattimorti.

Davvero, dopo la battaglia fatta per inserire nella lingua italiana quell'inutile “petaloso”, sarebbe ora che anche la Crusca riconosca un fenomeno (da baraccone) che c'è, è tra noi, ma resta ad oggi senza nome: il gattomorto.

Il gattomorto è, per sua natura, morto. Cercare di entrare in contatto con lui è come tentare di comunicare con una persona che sta in coma. Tutti vi dicono, con più o meno tatto, di lasciar perdere ma voi sapete che, in qualche modo, può sentirvi. E allora continuate a gridare nel deserto, scansate eventuali pretendenti, rimanete a fare la calza partendo dal gomitolo, dalla matassa che vi ha lasciato il gattomorto. Gattomorto che, da parte sua, non vi dà alcuna certezza, nessun punto di riferimento (del resto voi, così forti-indipendenti-girl power mica ne avete bisogno). Lui se ne sta lì, pancia all'aria ad aspettare che troviate il modo, le parole, l'orario giusti per potergli far fare le fusa. Come ben dice la Murgia, lui "non è", lui "sta".

Il gattomorto vi vuole, moderatamente. Ve lo dimostra tra le righe a suon di “nonostante”. “Nonostante” sia un brutto periodo, “nonostante” non starà nemmeno a dirvi tutte le grane che gli sono capitate nelle ultime 24 ore, “nonostante” il pianeta Terra sulle sue spalle gli abbia fatto uscire tre ernie almeno, sì, gli farebbe piacere concedervi udienza. A metà strada tra Clark Kent e l'ultimo dei cazzari, il gattomorto si dimostra quindi disposto, sua sponte, a riservare per voi manciate del preziosissimo tempo di cui dispone. Siete proprio speciali, anzichenò. Lì lascerà trapelare qualche dettaglio tristanzuolo del passato che gli è toccato vivere, del presente cattivo che deve affrontare e del futuro senza sconti che gli si para davanti. Piccole epifanie di un quadro tra il vago e il confuso: difficilmente saprete quali pensieri lo attaglino davvero o addirittura, nei casi più gravi, che lavoro faccia per vivere. Ma una volta messi insieme i (pochi) pezzi del puzzle, basandovi sugli indizi che si è lasciato “inavvertitamente” sfuggire, non potrete rimanere indifferenti riguardo le sorti del gattomorto. Gattomorto che non vi chiederà mai una mano, no, perché gliela state dando già. Il suo atteggiamento passivo nei confronti di ogni cosa è il Sacro Graal di qualunque aspirante crocerossina (e futura “zitella”).

Dopo la battaglia fatta per inserire nella lingua italiana quell'inutile “petaloso”, sarebbe ora che anche la Crusca riconosca un fenomeno (da baraccone) che c'è, è tra noi, ma resta ad oggi senza nome: il gattomorto

Però il gattomorto è “così sensibile”. Dice parole molto belle, per essere un maschio, ammesso che lo sia. Parole con cui vi dipinge, in buona sostanza, come l’unica cosa piacevole della sua sciagurata esistenza. Dunque vorrebbe vedervi, ma solo per chiacchierare, non ha doppi fini, mai. Può capitare benissimo che vi incontriate senza concludere alcunché. Del resto, l’aria da “bomber” proprio non ce l’ha: magari zoppica un po’, poche diottrie, soffre di attacchi di panico, insomma ha almeno un difetto di fabbricazione che lo rende sventurato, sì, e pressoché innocuo. Lo scotto da pagare per tale entusiasmante meraviglia di maschio è che anche il più infinitesimale soffio di vento potrebbe danneggiare le sue fragili ossa di cristallo. Per questo pratica periodi medio-lunghi di isolamento in cui scompare (possibilmente anche dai social) per ragioni sconosciute e inconoscibili dovute forse al suo oscuro passato à la Batman. Il gattomorto combatte il crimine? Si vede con un'altra? Non lo sapremo mai. Nemmeno nel momento in cui ritornerà, quando ormai ne avevamo già celebrato mentalmente il funerale, con un meme su whatsapp, una cosetta senza impegno ma che può vantare precisi riferimenti a quanto vi eravate detti la sera del giorno tal dei tali. Perché lui se la ricorda bene, quella sera del giorno tal dei tali, almeno quanto voi. E rieccovi arruolate, in prima linea, al Fronte per la Resurrezione del Gattomorto.

Non sorride, il gattomorto, mai. Quando lo fa, diventa una piccola vittoria da mettere in saccoccia e punti paradiso accumulati a favore di non si sa bene chi dei due. In ogni caso, quel sorriso ve lo tenete caro da Natale fino a Pasqua almeno: è una battaglia vinta. E poi non è che da Natale a Pasqua ci sarà modo di rivedervi, la sola ipotesi lo terrorizza, gli fa paura, ve lo dice proprio sgranando gli occhioni da Bambi: “Ho paura”. Fino al prossimo messaggio.

A proposito di messaggi (che non gli scrivete, ormai, tanto prima o poi si farà sentire lui quando e se), tendenzialmente il gattomorto disattiva le spunte blu su whatsapp, le sue sono perennemente grigie, come la vita. Così rifugge lo scontro, ma anche l'incontro. Lui rifugge tutto per definizione. È morto, non può. Non è possibile condividere qualcosa con il gattomorto. Non importa quanto la vostra giornata possa essere stata stressante, lui starà sempre peggio di voi e non avete alcun diritto di importunarlo con inezie tipo la vostra esistenza.

Tendenzialmente il gattomorto disattiva le spunte blu su whatsapp, le sue sono perennemente grigie, come la vita. Non è possibile condividere qualcosa con il gattomorto. Non importa quanto la vostra giornata possa essere stata stressante, lui starà sempre peggio di voi e non avete alcun diritto di importunarlo con inezie tipo la vostra esistenza

Il gattomorto vive (ovvero riesce a portarsi a casa un buon numero di sciagurate) suo malgrado. Lui non vuole veramente, mai. Il suo tempo verbale preferito è il condizionale, “non proprio” la filosofia di vita che persegue (e che lo perseguita). È un incompreso. E lo è pure quando le cose gli vanno bene: non ha idea del motivo per cui gli stiano capitando però, nel dubbio, se ne lamenta. «C'è una che mi scrive, ma non so perché». Nove volte e tre quarti su dieci, lo sa eccome.

Per quale motivo il Gattomorto eserciti un qualunque tipo di fascino su di noi, è materia che rimettiamo alla (fanta)scienza. Casi umani alla mano, possiamo azzardare ipotesi soltanto sulla sua genesi: alla mezzanotte dei 30 anni, la maggior parte degli uomini fino ad allora di buona volontà si trasforma senza scampo in Gattomorto, come la carrozza di Cenerentola in zucca.

Altrimenti noto come “Stellina” o “Piccola Reginetta del Ballo”, il Gattomorto è un'affascinante (per molte) piaga sociale (per tutte). Nell’immaginario comune cosa identifica una zitella meglio di un gatto? C'è pure un sinonimo, questo sì ammesso dalla Crusca nella lingua italiana: “gattara”. Il punto è che siamo già gattare ad honorem ancora prima che ci vengano i capelli bianchi perché, anno domini 2017 quasi 2018, stiamo vivendo l'era dell'invasione dei gattimorti. Roba da raccontare ai nipoti che non avremo. Di generazione in generazione.

Non sappiamo se la Crusca vorrà accettare “gattomorto”. Nel dubbio, portatevi avanti e fatevi un favore: prendetevi un gatto. Vivo.

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