Quando scrivete metteteci il cuore (anche se lo fate per conto di un’azienda)

A volte chi riceve un messaggio - sia esso una lettera di licenziamento, la bocciatura a un colloquio, il commiato prima della pensione - si aspetta qualcosa di più sincero e onesto di un messaggio standard. Pensateci: la scrittura è comunque una forma di relazione tra umani, non tra automi

Scrivere Passione Linkiesta

Immagine con licenza Pixabay.com

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2 Gennaio Gen 2018 0825 02 gennaio 2018 2 Gennaio 2018 - 08:25
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Se l’occhio vuole la sua parte, la vogliono anche l’orecchio e non ultimo il cuore.

La scrittura è una forma di comunicazione destinata a creare una relazione con chi ci legge. Relazione che quantomeno dovrebbe generare un flusso e uno scambio di emozioni, informazioni, proposte, idee, sentimenti, impressioni, progetti.

L’azienda si congratula con lei per il prossimo pensionamento e ringrazia per i lunghi anni di lavoro prestato con dedizione e professionalità”.

La lettera della vita. Quella che chiude un lungo rapporto di lavoro, che formalizza il congedo - di saluto non si può proprio parlare - dalla vita aziendale, per effetto dell’agognato pensionamento.

Così un ufficio del personale ha salutato un dipendente dopo oltre 20 anni di lavoro tra quelle mura di proprietà di una famiglia di imprenditori.

Preso dallo sconforto, il signore in questione ha chiesto a dei colleghi anche loro in uscita quale fosse il tenore delle lettere. Identico.
Sconforto solo in parte mitigato dal fatto di non essere stato l’unico destinatario della missiva. Mitigato, non consolato.

Il punto è che per l’azienda è una delle tante missive, ma per chi la riceve è la lettera che arriva in uno dei momenti tra i più delicati della vita.
Per trasformare un congedo in un saluto basta poco. Basterebbe ricordarsi che siamo sempre in un flusso di pensiero, da umano a umano

Una somma espressione di aziendalese che non ha un codice definito, ma che qui si connatura per alcuni tratti che vorrei analizzare.

L’azienda”: qual è il soggetto? Chi si congratula? La proprietà? Il capo degli ultimi cinque anni? Il direttore del personale?

Si congratula”: si felicitano perché mi tolgo dai piedi, o perché sono tra i pochi ad avercela fatta visto che la pensione sembra una chimera?
La prima ipotesi sarebbe davvero imbarazzante e non la si vuole neppure prendere in considerazione. La seconda anche, perché si fonda su una visione della vita lavorativa in azienda come una corsa a ostacoli dove il solo e unico traguardo è appunto il raggiungimento della pensione.

La ringrazia”: anche la scrittura ha un tono. Bastava un “di cuore” per scaldare una forma di cortesia che troviamo scritta anche nei bagni pubblici quando ci raccomandano di lasciarli – giustamente - puliti.

Dedizione e professionalità”: sono grandi qualità, con cui è bello dipingere un collaboratore, ma anche qui c’è una questione di tono. La mancanza di ogni riferimento al ruolo, al lavoro svolto e al contributo apportato privano queste due parole di qualunque valore.

La brevità non è un pregio, lo è la sintesi. Qui la brevità suona lapidaria, più vicina al necrologio o al telegramma di condoglianze che a una lettera di commiato a un collaboratore.

Sicuramente in azienda c’è molto da fare e qualche collaboratore che va in pensione può non essere in cima alle priorità. Ma anche una lettera standard può essere umanizzata e all’occorrenza modificata o integrata. Giusto perché dall’altra parte c’è qualcuno che legge.

Il punto è che per l’azienda è una delle tante missive, ma per chi la riceve è la lettera che arriva in uno dei momenti tra i più delicati della vita.
Per trasformare un congedo in un saluto basta poco. Basterebbe ricordarsi che siamo sempre in un flusso di pensiero, da umano a umano.

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