Ci indigniamo per due spiccioli e spendiamo 100 miliardi in gioco d'azzardo

Il gioco d'azzardo in Italia è ritenuto "gioco lecito" dal 2003 e in 15 anni è diventato una rassicurante voce di introito fiscale per lo Stato, che incassa 10 miliardi all'anno, ma sulla pelle delle fasce più deboli dei cittadini

Carl Raw 499664

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6 Gennaio Gen 2018 0745 06 gennaio 2018 6 Gennaio 2018 - 07:45

C'è stato un tempo in cui il gioco d'azzardo nella testa degli italiani richiamava l'odore delle bische clandestine, il vociare degli ippodromi, il sapore di un whisky al tavolo da poker, l'ansia di un parente morto che appare in sogno o addirittura l'inafferrabile consistenza dei borlotti da tombola delle domeniche coi nonni. Non è nemmeno un tempo così lontano, d'altronde è solo dal 2003 che il gioco d'azzardo è considerato “gioco lecito” in Italia, ma in questi 15 anni si è imposta così potente l'abitudine al gioco che, nel solo 2016, ci siamo giocati quasi 100 miliardi di euro, metà dei quali in video lotterie o slot machine.

Ma chiamarlo gioco d'azzardo è quasi sempre fuorviante e, nel caso della gran parte delle giocate, effettuate su slot machine e cosiddette vlt, si fa un gran torto sia al gioco che all'azzardo. Difficile definirlo gioco, infatti, dato che con l'esclusione del poker e in parte delle scommesse sportive, manca la parte ludica, di sfida di se stessi o di qualcun altro, quella che richiede una capacità, una bravura, una tecnica. Le uniche abilità necessarie per giocare a una slot sono quelle motorie di almeno un braccio, il resto lo fa la macchina.

Una macchina, un automa, un computer che però non c'entra nulla con un HAL 9000 di Odissea nello Spazio né tantomeno con un androide di Blade Runner. È un algoritmo. Un generatore di combinazioni che il qualcuno che un giorno ha deciso di fondare una società per fare i soldi con le slot machine ha programmato per far simulare la casualità, ma che non ha nulla di casuale. E anche “azzardo”, dunque, non è proprio la parola giusta.

In realtà una definizione più accettabile della maggior parte di questi “giochi” potrebbe essere semplicemente “autotassazione volontaria compulsiva a fronte della speranza, il più delle volte vana, di ricevere un rimborso”. Tasse, ecco cosa sono. Tasse che hanno anche parecchi vantaggi: fruttano un sacco, non fanno protestare i tartassati e impoveriscono le fasce già deboli e più emarginate della società. Sono circa 10 i miliardi all'anno che paghiamo attraverso questa autotassazione volontaria. 6 vengono dalle slot machine ed equivalgono a un quinto dell'ultima manovra del governo Gentiloni.

In questi 15 anni che ci separano dal tramonto delle bische, delle tombole dai nonni e dell'interpretazione numerica dei sogni, però, il problema non è affatto rimasto circoscritto all'ambito economico: dalla struttura ha intaccato pesantemente la sovrastruttura culturale e sociale delle nostre comunità, creando disagio, degrado, esasperando l'emarginazione delle parti più deboli della società — anziani, persone sole, stranieri — impoverendole sempre di più.

Le slot machine sono il male e uno Stato che le tollera e le sfrutta e ne spreme un introito fiscale da 10 miliardi all'anno (in crescita costante) è uno Stato che nega se stesso, che sta mettendo in pericolo i propri cittadini sapendo benissimo cosa sta facendo. E la cosa è ovviamente ancor più che paradossale e grottesca, dal momento che è lo stesso Stato che non prende nemmeno in considerazione la legalizzazione delle droghe leggere appellandosi al proprio dovere di difesa della moralità e della salute dei cittadini.

E se la legalizzazione dei video giochi d'azzardo è una porcheria bella e buona che rivela la grettezza dei governi che l'hanno permessa e agevolata negli ultimi 15 anni, la nostra debolezza sempre più marcata verso qualsiasi forma di azzardo alla ricerca di quello che, ricorda Marco Dotti in un bellissimo articolo del dicembre scorso, non è altro che la ricerca ingegnerizzata di quelli che il sociologo Erwing Goffman definiva «piccoli spasmi del sé che avvengono alla fine del mondo», rivela un impoverimento culturale senza freni, una frantumazione sociale inedita e difficilmente recuperabile, nonché la più grande operazione di circonvenzione di incapaci della storia del mondo.

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