Dietro la rinuncia di Maroni, le manovre di Berlusconi per spaccare in due la Lega

Niente Lombardia, niente Roma. Per ora Roberto Maroni decide di mollare la politica. Aspetterà un giro, e forse lo ritroveremo come candidato premier del centrodestra. Ma pere ora il gioco, anche con la Lega, lo conduce il Cav

Roberto Maroni_Linkiesta
8 Gennaio Gen 2018 1147 08 gennaio 2018 8 Gennaio 2018 - 11:47

Niente Lombardia, niente Roma. Per ora Roberto Maroni decide di mollare la politica, dopo trent’anni, «per motivi personali», e si rimette «a disposizione della Lega Nord» Per ora. Perché, dicono i ben informati, dietro la scelta a sorpresa di non ricandidarsi a presidente di Regione Lombardia si nascondono le trame per un suo possibile ritorno a Roma, come figura apicale di un prossimo governo di centrodestra, ma anche il sogno segreto berlusconiano di levare la Lega dalle mani di Salvini. O, perlomeno, di creare un asse con i suoi vecchi sodali - Maroni, ma pure il vecchio Bossi - per frenarne lo strapotere.

Facciamo un passo indietro però. Perché la storia comincia la scorsa estate, quando Maroni varca per la prima volta il cancello di Arcore, in gran segreto. È lui a proporsi al Cavaliere come figura di mediazione per il centrodestra, ma è Berlusconi a benedire questa intuizione. I due si vedono parecchie volte, fino all’ultima volta, la scorsa settimana, quando il leader di Forza Italia, piuttosto a sorpresa, frena. Salvini ha scoperto gioco, gli spiega. La cosa creerebbe problemi all’alleanza proprio nel momento in cui possiamo tornare al governo, argomenta. Forse è meglio che la smettiamo qua, chiosa, come un marito fedifrago direbbe all’amante. Il mio posto è là.

Già, Salvini ha scoperto tutto e ha preteso che la notizia uscisse dal vertice di Arcore, per prendere in contropiede il caro nemico Bobo. E dire che Maroni ce l’aveva messa tutta a coprire le tracce. Ad esempio, chiedendo un election day - l’accorpamento delle elezioni regionali e politiche - che a posteriori non gli conviene per nulla. Si fosse votato prima alle politiche, avrebbe potuto tranquillamente fare la sua mossa a urne aperte. In caso di vittoria di centrodestra, poteva tranquillamente aspettare che il Cav lo chiamasse a Roma. In caso di vittoria di pareggio o di stallo, avrebbe potuto aspettare un giro - o mezzo giro - di giostra, in attesa del suo momento.

Adesso è stallo alla messicana. Salvini ha scoperto le carte del nemico, imponendogli nei fatti di star fermo un giro. Maroni lo aspetterà, quel giro, sperando che la ruota si fermi sul suo nome, in sede di consultazioni, o aspettando sulla riva del fiume che passi il cadavere politico del Capitano

Errore tattico? Conoscendo l’esperienza di Maroni, tenderemmo a escluderlo. Probabilmente, era davvero stufo di fare il presidente di Regione, come ammette a mezza bocca chi lo conosce bene. L’election day è un regalo al suo amico Attilio Fontana, varesino, leghista come lui, già presidente di Ance Lombardia, apprezzato anche dai sindaci di sinistra, qual è il suo sfidante del 4 marzo Giorgio Gori, che beneficerà dell’effetto trascinamento delle politiche (anche se la candidatura non è ancora certa: Berlusconi vuole vedere i sondaggi, prima di dire sì).

Adesso è stallo alla messicana. Salvini ha scoperto le carte del nemico, imponendogli nei fatti di star fermo un giro. Maroni lo aspetterà, quel giro, sperando che la ruota si fermi sul suo nome, in sede di consultazioni, o aspettando sulla riva del fiume che passi il cadavere politico del Capitano. E Berlusconi continuerà a giocare a fare lo spacca-Lega: ieri con Bossi, oggi con Maroni, domani chissà. E forse è proprio alla volubilità del Cavaliere ciò a cui Bobo dovrebbe stare più attento. E usare il suo tempo libero per fare la posta ai cancelli di Arcore, sia mai che li varchi un auto blu targata Treviso.

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