Il Sud rischia davvero di affogare, e in campagna elettorale si dovrebbe parlare anche di questo

I dati sono catastrofici. Nel Mezzogiorno la contrazione del PIL tra il 2008 e il 2014 è stata di 13 punti. Ricollocare la questione meridionale al centro del dibattito politico è una questione più che urgente

Sud
8 Gennaio Gen 2018 1040 08 gennaio 2018 8 Gennaio 2018 - 10:40

Lo scioglimento delle Camere ha dato il via ufficiale a una campagna elettorale in verità in corso da tempo. L’auspicio è che adesso emergano proposte più nitide e organiche, nonché “realistiche” come indicato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo discorso di fine anno, rispetto a quanto ascoltato nelle ultime caotiche battute della legislatura. Ad esempio, uno dei temi fondamentali per il futuro del paese su cui, a nostro parere, occorre un confronto pubblico tra le forze in campo è quello dello sviluppo del Mezzogiorno. L’appello lo ha lanciato pochi giorni fa l’economista Gianfranco Viesti dalle colonne de Il Mattino.

Ricollocare la questione meridionale al centro del dibattito politico è una questione più che urgente. Per almeno tre ragioni. La prima è che la crisi si è abbattuta sulle regioni del Sud con violenza smisuratamente maggiore rispetto al resto del paese, in ragione anche di cause strutturali, accentuando ulteriormente il divario economico tra “le due Italie”. Nel Mezzogiorno la contrazione del PIL tra il 2008 e il 2014 è stata di 13 punti, il doppio dei valori registrati nel Centro-nord. Il recente ritorno alla crescita conferma tutta la drammaticità di questi dati: a questi ritmi, ha avvertito la Svimez nell’ultimo rapporto, il meridione d’Italia recupererà i livelli pre-crisi nel 2028 (mentre il Centro-nord nel 2019).

Nel Mezzogiorno la contrazione del PIL tra il 2008 e il 2014 è stata di 13 punti, il doppio dei valori registrati nel Centro-nord

Il secondo motivo è che, in barba a consolidati stereotipi alimentati anche da certa politica, il Sud riceve meno risorse pubbliche di quanto potrebbe e dovrebbe aspettarsi. La spesa pubblica ordinaria in conto capitale destinata al Mezzogiorno è in proporzione alla sua popolazione inferiore a quella per il Centro-nord. Nel contempo, le cosiddette risorse aggiuntive nazionali, alimentate dal Fondo Sviluppo e Coesione, sono andate via via restringendosi, tanto da aver fatto impennare l’incidenza dei fondi europei sul totale degli investimenti pubblici nel Sud. Certo, non si può dire che i governi avvicendatisi in questa legislatura siano rimasti a braccia conserte, avendo messo in campo un ampio ventaglio di misure, tra sgravi fiscali e piani di investimento. Inoltre, il primo “decreto Sud” ha introdotto il principio del riequilibrio territoriale, secondo cui al Mezzogiorno spetta una quota di risorse ordinarie “proporzionale alla popolazione di riferimento”, cioè il 34%.

Non è la prima volta che si prova a imporre una soglia minima per gli investimenti pubblici al Sud, ma guardando al passato è difficile dire se questo criterio sarà rispettato. In ogni caso, è necessario che il futuro esecutivo prosegua su questo binario con maggiore forza, articolando e attuando una strategia più compiuta. Perché la verità – e qui sta qui il terzo e più importante motivo per parlare di Mezzogiorno in campagna – è che la frattura socio-economica tra le due aree del paese penalizza il Nord, tanto quanto il Sud.

Il secondo motivo è che, in barba a consolidati stereotipi alimentati anche da certa politica, il Sud riceve meno risorse pubbliche di quanto potrebbe e dovrebbe aspettarsi

In altre parole, ridare forza alle politiche per il Mezzogiorno non è solo una questione di solidarietà, principio che basterebbe da sola a giustificarle, ma anche di opportunità economica. Non è un caso che gli anni del boom italiano, che ci hanno permesso di entrare nel novero delle economie più sviluppate al mondo, sono anche quelli in cui il cui il processo di convergenza tra le due Italie era più sostenuto. Anche in virtù dell’elevata crescita del Mezzogiorno. I benefici derivanti da una nuova dinamica di sviluppo del Sud, verrebbero quindi raccolti dall’intero paese, contribuendo enormemente alla possibilità di ridare slancio ad una crescita che, nonostante la congiuntura internazionale favorevole, resta ancora fragile.

Ecco perché, per dirla con le parole di Don Luigi Sturzo, il Mezzogiorno non dovrebbe neppure domandare l’elemosina dei favori governativi. Che cosa dunque ci aspettiamo che la politica proponga? Una visione chiara su come sfruttare le tantissime potenzialità e vocazioni delle regioni del Sud per stimolare una crescita dimensionale delle imprese, attirare maggiori investimenti, arginare la diaspora di talenti, ridimensionare il cancro dei Neet e dell’inattività femminile, valorizzare la collocazione della macroregione come testa di ponte nel Mediterraneo, e si potrebbe andare avanti.

Questi sono solo alcuni temi su cui auspichiamo un dibattito serio e approfondito tra i partiti. Nella speranza che tengano bene a mente la celebre frase pronunciata da Giustino Fortunato, uno dei padri nobili della questione meridionale, oltre un secolo fa. E cioè che “essendo non concepibile uno Stato e grande e prospero in una nazione per metà misera [..], quello del Mezzogiorno è il problema fondamentale di tutto il nostro avvenire”.

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