Lunga vita a Spelacchio, simbolo eterno dell’Italia cialtrona

Da abete reietto a “simbolo dell’economia circolare” in una Roma sommersa dai rifiuti. Se tanto ci da tanto, allora facciamo anche delle 5mila tonnellate di monnezza il simbolo di qualcosa: quello di un’Italia che non sa gestire la realtà

Spelacchio Linkiesta
10 Gennaio Gen 2018 0730 10 gennaio 2018 10 Gennaio 2018 - 07:30

Chi l’avrebbe detto, Spelacchio? Eri un piccolo abete della val di Fiemme, uno delle tante guglie sempreverdi dei boschi trentini e nel giro di qualche settimana sei diventato una celebrità, un simbolo addirittura. Simbolo postumo, purtroppo per te, visto che sei morto una settimana prima del Natale, due settimane dopo esser stato posizionato a Piazza Venezia, di fronte all’altare della Patria, di fianco al balcone da cui si affacciava Lui.

Simbolo del Natale, nato umile, poverello e solo e finito sulla prima pagina del New York Times. Della sgangherata incompetenza della giunta Raggi, che ha pagato 48mila euro per i tuoi rami secchi da salice piangente. Delle paradossali contraddizioni della burocrazia italica, che arriva per smontarti e finisce per riposizionare i tuoi addobbi - il 9 gennaio, un giorno in cui nemmeno si dice più Buon Anno, ormai - perché, dicono, «manca l’autorizzazione del Comune». Di Roma tutta, perché «Spelacchio è una bella metafora della città, resiste come resistiamo noi», come dice un passante all’Ansa.

Eppure sarebbe così semplice, no? Accatastiamole accanto a te, Spelacchio, quelle 5000 tonnellate di rifiuti romani che nessuno vuole. Eleviamo pure la monnezza a simbolo di qualcosa, del pauperismo francescano contro il consumismo sfrenato del capitalismo globale, ad esempio, o del marciume della politica da aprire come le scatolette di tonno (già aperte e mangiate) che fanno capolino dai sacchi neri

Non bastasse, almeno stando alle parole di Pinuccia Montanari, assessora alla Sostenibilità ambientale di Roma Capitale, sei diventato - chissà perché poi - “simbolo di un’economia circolare sempre più necessaria per il futuro di Roma e delle nuove generazioni”. Ironia della sorte, ma fino a un certo punto, nei giorni in cui la stessa Roma è invasa dalla monnezza che non riesce né a riciclare, né a smaltire, né a venderla a chi potrebbe farlo al posto suo con una ridda di accuse incrociate da commedia dell’assurdo, con il Campidoglio che accusa le Giunte Regionali di Emilia-Romanga e Abruzzo di un complotto piddino per far fare brutta figura alla Raggi.

Eppure sarebbe così semplice, no? Accatastiamole accanto a te, Spelacchio, quelle 5000 tonnellate di rifiuti romani che nessuno vuole. Non saranno le Dolomiti, certo, ma pure monnezza può essere elevata a simbolo di qualcosa, se ci si mette di buzzo buono. Del pauperismo francescano contro il consumismo sfrenato del capitalismo globale, ad esempio. O del marciume della politica da aprire come le scatolette di tonno (già aperte e mangiate) che fanno capolino dai sacchi neri. O perché no, delle inefficienze e gli sprechi di aziende come l’Ama, un disastro ben prima che arrivasse l’armata di Virginia-Brancaleone. O ancora, novello Altare della Patria, dei nuovi treni della metropolitana leggera di Napoli, acquistati e subito parcheggiati perché sono troppo larghi per le gallerie, delle Brebemi deserte, delle Pedemontane mai ultimate, degli aeroporti fantasma, dei forestali che appiccano gli incendi. O, per stare in tema, della montagna di debito pubblico che abbiamo accumulato per finanziare tutti questi sprechi. E, buon ultimo, della montagna di alibi di tutti quelli che hanno spelacchiato Roma e l’Italia prima di Virginia nostra, ladri, incompetenti o allegri cialtroni che fossero.

Hai voglia gli hashtag su Instagram, i selfie su Facebook, le prime pagine del New York Times, i torpedoni in arrivo nella Città Eterna in adorazione della Grande Monnezza, accanto a un albero spelacchiato e morto. Chi l’avrebbe detto, Spelacchio, che saresti diventano il simbolo di una nazione intera, tanto innamorata dei simboli, quanto incapace di fare i conti con la realtà.

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