Soldi alle università, la meritocrazia penalizza il Sud

Il Miur ha stilato la lista dei 180 dipartimenti universitari migliori italiani, ai quali andranno 1,3 miliardi di euro in cinque anni. Il Sud è praticamente assente. Il rischio è quello di alimentare un circolo vizioso già in corso

La Sapienza L Inkiesta

Un’installazione all’Università La Sapienza di Roma, nel gennaio 2015

ANDREAS SOLARO / AFP

12 Gennaio Gen 2018 1125 12 gennaio 2018 12 Gennaio 2018 - 11:25

“Chi è causa del suo mal pianga se stesso”. Si potrebbe chiuderlo così, il dibattito sull’assegnazione di 1,35 miliardi di euro, in cinque anni, ai dipartimenti di ricerca universitaria eccellenti. I beneficiari sono stati selezionati dopo una gara in due fasi dall’Anvur, l’agenzia di valutazione del ministero dell’Istruzione università e ricerca. Tra i dipartimenti vincitori, il 59% sta al Nord, il 28% al Centro e solo il 13% al Sud. Pianga se stesso, dunque, un sistema universitario fatto di baronie, di atenei cresciuti in ogni campanile, di percentuali elevate di studenti fuori corso e di pochi che arrivano a laurearsi. Si potrebbe chiuderla qui ma rimarrebbe una domanda: questa mancata assegnazione di fondi sarà uno stimolo per cambiare in meglio il sistema delle università meridionali o sarà un altro giro nel circolo vizioso che sta creando una frattura sempre maggiore tra le diverse aree del Paese?

La domanda se la stanno ponendo in molti. Su Lavoce.info Maria De Paola, professore associato al Dipartimento di Economia, Statistica e Finanza dell‘Università della Calabria, qualche mese fa, anticipando il probabile risultato delle assegnazioni cercava di mettere le cose in prospettiva. «Si dirà che gran parte del meccanismo si basa su una logica di premialità e dunque “chi è causa del suo mal, pianga se stesso” - scriveva -. Giusto dare premi e punizioni, forse però è bene trovare una misura adeguata». Un primo dato da ricordare è che negli ultimi anni le università del Sud hanno già sperimentato una forte contrazione delle risorse: -14 per cento tra il 2008 e il 2014 per il Centro-Sud contro il -3,2 per cento del Nord. «Ora - aggiungeva - si è avviato un torneo che da una parte offre la possibilità ai dipartimenti vincitori di effettuare investimenti che ne rafforzeranno l’eccellenza, ma dall’altra rischia di mettere per sempre fuori gioco i dipartimenti e le università che ne usciranno perdenti. Il fatto che questi ultimi siano concentrati in una particolare area del paese solleva ulteriori problemi. In quell’area le università possono ancora svolgere un ruolo importante nell’attivare processi di crescita economica e di innalzamento del livello culturale».

Francesco Ferrante, professore ordinario di Economia Politica all’Università di Cassino e del Lazio meridionale, per otto anni consulente di Almalaurea e anch’egli autore de Lavoce.info, ne fa una questione sia di equità che di efficienza. «Il caso statunitense e le indagini Pisa ci dicono che la polarizzazione non favorisce la qualità del sistema formativo - commenta a Linkiesta -. Sistemi polarizzati sono anche meno efficienti. Per capirlo basta allargare lo sguardo dalle prime 100 università a livello mondiale alle prime mille: tra le prime 1.000 (5% del totale mondiale), l’Italia ha il 10% delle Università, gli Usa solo l’8,5 per cento». La polarizzazione è esattamente ciò che sta avvenendo negli atenei italiani. «Al Sud, ma anche al Centro - aggiunge - ci sono sempre meno risorse e i ricercatori sono incentivati a spostarsi verso i dipartimenti “migliori”, accentuando così il processo. La domanda che bisogna porsi è: se si parte da condizioni più difficili come si può migliorare se vengono sottraggono le risorse? C’è da dire che un meccanismo meritocratico crea meno danni se le risorse complessive sono adeguate, per cui anche chi sta in basso nelle classiche riceve risorse adeguate. In Italia il Fondo di finanziamento ordinario è al di sotto degli standard internazionali e negli ultimi anni è stato ridotto di oltre il 15 per cento».

Premiare i migliori è un bene, anche nelle università. Ma si pone una domanda: si possono introdurre meccanismi che permettano anche ai perdenti di recuperare terreno?

La soluzione non è delle più semplici perché il sistema delle università meridionali è afflitto da alcuni problemi storici e mettere in soffitta la valutazione meritocratica può portare al cosiddetto “azzardo morale” tante volte evocato nel mondo della finanza e dei conti pubblici. Maria De Paola, nella “pars construens” della sua analisi, partiva proprio dai progressi da fare negli atenei del Sud. «C’è senz’altro margine di miglioramento e gli incentivi che spingono a ricercarlo sono di indubbia utilità - scriveva -. Aver dato segnali chiari e coerenti nel tempo su cosa dovevano fare per ottenere risorse ha spinto molte università a muovere passi nella giusta direzione. Il torneo dell’eccellenza non deve interrompere questo cammino: si possono introdurre meccanismi che permettano anche ai perdenti di recuperare terreno. Per il Sud è importante pensare a politiche specifiche che creino le condizioni necessarie per rafforzare la più importante delle risorse, il capitale umano».

Ferrante aggiunge che, ragionando in termini di policy da attuare, sarebbe prioritario non premiare le eccellenze ma «“bastonare i lazzaroni”, ossia incidere sul quel 20%-30% che non si impegna - commenta -. È molto meno complicato e costoso che pretendere di valutare tutto e tutti e di individuare le eccellenze. Ciò genererebbe elevati benefici immediati e maggiore consenso per la valutazione da parte del personale universitario».

Bisognerebbe inoltre aumentare le risorse, come promesso prima dell’introduzione del sistema di valutazione delle università, e «assegnare le risorse tenendo conto dei principali deficit sui quali intervenire». Nel caso della didattica i deficit sono «il diritto allo studio, l’orientamento e l’assunzione di docenti». Una recente analisi su Linkiesta a cura di Gianni Balduzzi ha sottolineato come uno dei principali problemi degli atenei del Sud sia la sproporzione tra l’alto numero di iscritti e il basso numero di laureati, oltre a un’eccessiva presenza di studenti fuori corso. «Sono favorevole alla valutazione e non sono contrario a che le risorse siano date ai più bravi - conclude Ferrante - però secondo criteri legati al principio del valore aggiunto».

Più che premiare le eccellenze sarebbe prioritario «“bastonare i lazzaroni”, ossia incidere sul quel 20%-30% che non si impegna. È molto meno complicato e costoso che pretendere di valutare tutto e tutti e di individuare le eccellenze. Ciò genererebbe elevati benefici immediati e maggiore consenso per la valutazione da parte del personale universitario»

Francesco Ferrante, professore ordinario di Economia Politica all’Università di Cassino e del Lazio meridionale

Il concetto di “valore aggiunto”, secondo il docente, è fondamentale per la valutazione degli atenei. «La valutazione dovrebbe tenere conto del fatto che non tutti partono dallo stesso punto - spiega -. Se in una gara dei cento metri i contendenti partono da distanze diverse, difficilmente saranno premiati i migliori. Per affrontare questo problema, nel mondo anglosassone sono state introdotte metodologie di valutazione basate sul concetto di “valore aggiunto”: si misura la performance a parità di condizioni».

Calata nel caso italiano, l’analisi diventa la seguente: «Se vogliamo creare una competizione veramente meritocratica tra università, nella valutazione e nell’attribuzione delle risorse occorre che si tenga conto dei fattori che incidono sulla performance delle università sui quali queste possono intervenire sono marginalmente. Ad esempio, tra questi fattori c’è la preparazione degli studenti al momento dell’ingresso nelle università: sappiamo che al Sud i risultati dei test Pisa e Invalsi sono inferiori che al Nord. Un secondo fattore è il mercato del lavoro: se tra i criteri di valutazione c’è la performance sul fronte dell’occupazione, mettere sullo stesso piano i risultati di Milano e Messina è profondamente sbagliato».

Ferrante preferisce però non entrare nel merito delle polemiche che hanno riguardato i criteri di assegnazione dei fondi ai “dipartimenti eccellenti”. A tal riguardo, va detto che la metodologia seguita per l’assegnazione è stata abbastanza complessa. Si è basata in primo luogo su un sistema di valutazione (Vqr) seguito tradizionalmente dall’Anvur, l’agenzia per la valutazione della qualità del sistema universitario. Dato che si mettevano a confronto dipartimenti di aree diverse che hanno criteri di valutazione differente, è stato necessario procedere a una standardizzazione dei risultati tramite una formula matematica. In seguito c’è stata una fase più qualitativa, in cui una commissione ha valutato dei progetti quinquennali presentati dai singoli dipartimenti. Le polemiche sono venute in particolare delle dell’associazione Roars (con critiche riprese dal Fatto Quotidiano), ma anche dell’Unione degli universitari (con una lettera pubblicata da Scuola 24, del gruppo Il Sole 24 Ore), principalmente a riguardo delle procedure seguite per la standardizzazione dei risultati. Difficile, per chiunque non sia uno statistico, farsi un’opinione solida sull’accuratezza della metodologia.

«Qualsiasi criterio di valutazione della ricerca può essere contestato - spiega a Linkiesta Ferrante -. Le critiche che arrivano all’Anvur spesso sono eccessive e ingenerose. Ho però dubbi che il metodo adottato catturi in maniera puntuale le differenze di qualità della ricerca. In ogni caso trovo troppo poco interessante concentrarmi sui criteri». Più importante, aggiunge, è guardare ai risultati, cioè alle 87% di risorse a dipartimenti del Centro-Nord. La questione è politica, si sposa al più grande tema della qualità dei fondi pubblici e alla necessità di coniugare le esigenze di autonomia con le politiche redistributive. Un altro dei temi di cui potrebbe occuparsi una campagna elettorale degna di questo nome.

«Se vogliamo creare una competizione veramente meritocratica tra università, nella valutazione e nell’attribuzione delle risorse occorre che si tenga conto dei fattori che incidono sulla performance delle università sui quali queste possono intervenire sono marginalmente. Tra questi fattori ci sono la preparazione degli studenti al momento dell’ingresso nelle università e il mercato del lavoro»

Francesco Ferrante

L’elenco dei dipartimenti premiati (fonte: Anvur)

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