Viva il piano Calenda - Bentivogli, isola di verità e proposte concrete in un oceano di cazzate

Il ministro dello sviluppo economico e il sindacalista della Fim-Cisl hanno presentato una piattaforma industriale per l’Italia che finalmente dice le cose come stanno. Che saranno anni difficili. E che ne usciremo con scelte chiare e responsaiblità. Applausi

Calenda Bentivogli Linkiesta
12 Gennaio Gen 2018 0955 12 gennaio 2018 12 Gennaio 2018 - 09:55

«Il 2018 sarà un anno potenzialmente critico per la tenuta finanziaria del Paese». Potrà sembrare assurdo, ma sarebbero bastate anche solo queste quattordici parole per fare del piano industriale per l’Italia del ministro Carlo Calenda e del segretario della Fim-Cisl Marco Bentivogli pubblicato stamattina dal Sole24Ore la cosa più sensata che abbiamo letto sinora in questa campagna elettorale. E non è un caso che sia stata vergata da due personaggi che si terranno - bravi loro! - a distanza di sicurezza da questa terrificante tornata elettorale.

Il primo dato che qualifica il documento è la provenienza dei due firmatari, una strana coppia di opposti - il ministro e il sindacalista, l’industriale e il metalmeccanico, il romano e il provinciale - che di solito in Italia quando si incontrano, producono mediazioni al ribasso. Sorpresa, stavolta non è così. Calenda e Bentivogli - seconda nota di merito - sfoderano una lenzuolata di brutali verità e proposte concrete, senza alcun giro di parole, senza alcun “ma anche”, senza alcuna indulgenza.

Fissano dei limiti chiari alla libertà di azione del governo, coerenti con l’impegno di muoversi nel sentiero stretto della riduzione del deficit, in alternativa a tutte le forze politiche in campo il 4 marzo. Ribaltano la negoziazione con l’Unione Europea, non più matrigna cattiva che ci vessa con le sue rigidità antistoriche, ma interlocutore razionale, nel giusto, che va convinto a concedere più flessibilità attraverso un piano di investimenti credibili per la crescita. Leva tutti gli alibi dal mazzo, affermando papale papale che l’equivoco per cui la fiscalità generale sono soldi di nessuno è “il colpevole dei guai dell’Italia”. Chapeau.

Più in generale, c’è il realismo consapevole di chi dice, chiaramente, quel che crediamo ben più di una sparuta minoranza pensa: che la situazione sia più grave di come ce la raccontano. Che serviranno sacrifici e rinunce per avere in cambio gli strumenti per affrontare il futuro. Che l’Italia si salva solo se si assume le sue responsabilità

E poi, non bastasse, ci sono proposte concrete ed estremamente sensate. C’è il diritto soggettivo del lavoratore alla formazione continua, precondizione necessaria (ma non sufficiente) per evitare che si ingrossi l’esercito degli spiazzati dalla globalizzazione e dall’innovazione tecnologica. C’è una carezza contropelo alle imprese e al made in Italy, bello e bravo finche si vuole, ma solo in due casi su dieci agganciato alla catena del valore globale. C’è un’apertura importante a discutere di gabbie salariali e ai contratti di fabbrica, vera misura in grado di ridare competitività e favorire investimenti veri al Sud. C’è l’impegno a fare degli Istituti Tecnici Superiori quel ponte in grado di ricucire la frattura che si è aperta tra mondo della scuola e mondo del lavoro, primigenia causa della crescita esponenziale della disoccupazione giovanile in Italia, al di là di tutta la fuffa ideologica su sfruttati e bamboccioni.

Più in generale, c’è il realismo consapevole di chi dice, chiaramente, quel che crediamo ben più di una sparuta minoranza pensa: che la situazione sia più grave di come ce la raccontano. Che serviranno sacrifici e rinunce per avere in cambio gli strumenti per affrontare il futuro. Che l’Italia si salva solo se si assume le sue responsabilità. Che non sarà l’orizzonte di una legislatura stabile no matter what a salvarci dal baratro, ma contenuti, idee, proposte realizzabili. In altre parole, una politica che non media al ribasso. Se serve saltare un giro, affinché questo accada, lo saltiamo volentieri.

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