Evitate i classici stile manuale delle giovani marmotte di Di Paolo. Per fortuna c’è Enzo Fontana

Il bastone e la carota: due libri alla settimana, uno raccomandato e uno sconsigliato. ”Vite che sono la tua” di Paolo Di Paolo mette il ditino in bocca ai grandi di ieri. ”Mia linfa mio fuoco” di Fontana, invece, è un esempio di letteratura non consolatoria

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Dalla pagina Facebook di Paolo Di Paolo

13 Gennaio Gen 2018 0745 13 gennaio 2018 13 Gennaio 2018 - 07:45

Il bastone. Secondo me Paolo Di Paolo – nome palindromo, bellissimo, tratto da una novella pirandelliana riscritta da Paolo Villaggio – ha dei problemi. Non si offenda, la letteratura, per sua natura, è sempre spudorata, fa odore di piscio e di rose. Lo dice lui, tra l’altro. Pagina 76. Di Paolo legge con avido gusto cercando “di pescare nei romanzi informazioni sul funzionamento del mio apparato genitale”. Così, sbatte su “Sade. Bataille. Henry Miller. E Philip Roth”. Il capitolo redatto con pia meticolosità da Di Paolo è dedicato a Lamento di Portnoy di Philip Roth, uno che “mi pareva raccontasse le cose esattamente come stanno”. Ecco. Basta questa frase per rinchiudere Di Paolo in una casa chiusa obbligandolo all’analisi genitale del proprio talento letterario. Se accettiamo l’incompetenza romanzesca di Di Paolo – il sesso fonda la letteratura occidentale: basta leggersi la Bibbia (chessò, la scena in cui il re Davide vede Betsabea farsi la doccia, mezza nuda, nella terrazza di fronte), sfogliare Omero e Ovidio, transitare per Laclos, aprire un libro qualunque di Tanizaki (La chiave, per dire), ammirare Isaac B. Singer – è inaccettabile che a stilare il canone dei libri da leggere, pretenziosamente inscatolato in Vite che sono la tua, sia uno con una idea consolatoria e atrocemente convenzionale della letteratura. Questo manuale per le giovani marmotte della lettura, che sarà adorato, immagino, dai patetici gruppi di lettura delle biblioteche pubbliche di periferia, specie di alcolisti anonimi, razza di scrittori della domenica e di Bovary che grufolano sui libri con bucolici sorrisi e bulimica ignoranza, è una semina di frasi insipide, rimestando cose risapute che farebbero vergognare perfino l’oscuro compilatore di Wikipedia. Esempi. David Foster Wallace: “è quel tipo di scrittore che ogni tanto ti richiama” (cosa vuol dire? mi “richiama” da dove, dall’oltretomba? a fare che cosa?). Marcel Proust: “pochi scrittori come Proust hanno saputo descrivere il fascino violento e sensuale dei luoghi che esistono nel ricordo, nell’attesa” (questa la sa anche un liceale). Balzac: “è tutto troppo vero” (eccitazione letteraria buona per il proprio spazio social). Delitto e castigo di Dostoevskij: “non avevo mai letto niente del genere”, figuriamoci. Già. Avete ragione. Un libro del genere potete scriverlo anche voi. A me, tuttavia, colpisce per due ragioni. Prima. Uno scrittore tra i più riconosciuti di oggi e con una discreta attività da divulgatore culturale sulla stampa patria è dominato da un immaginario sostanzialmente anglofono (13 romanzi sui 27 trattati parlano inglese, diventano 54 se sommati ai libri citati di struscio, tra J.K. Rowling e Salinger), tristemente casalingo (5 gli italiani, dolorosamente ovvi, tra Calvino e Tabucchi) e clamorosamente patetico. Di Paolo trasuda buonismo, per questo nel suo libro trovate proprio tutti gli autori che vi attendete, non c’è una sbandata ‘sinistra’, non c’è una alternativa al già noto, celebrato, censito (tre consigli a caso per farvi il vostro ‘anticanone’ casalingo: Malcolm Lowry, Hermann Broch, Henry de Montherlant). D’altronde, “ho scritto per lasciare le domande aperte come porte spalancate”, dichiara lui, mentre si scrive per annientare tutte le domande possibili, per chiudere le porte, sbatterle sul brutto ceffo del prossimo, segandosi dita e polsi nello schianto. Non si legge perché è bello leggere, come scolasticamente vuole indurci a credere Di Paolo, ma perché vogliamo ingigantire fino all’orrore la nostra umanità. Seconda cosa. Va di moda rileggere i ‘classici’. Lo ha fatto quella volpe di Alessandro Baricco, un tot di anni fa, mettendo le braghette all’Iliade, ora lo fanno tutti. Da Alessandro D’Avenia ad Alessandro Zaccuri a Paolo Di Paolo, tutti, diversamente, mettono il ditino nella bocca dei grandi di ieri. Forse perché, più o meno esplicitamente, siamo certi che oggi sia tutto finito. Non resta altro che leggere ciò che è già stato scritto. Magari avessero il coraggio di dire così. Al contrario, Di Paolo stende medioevali ramanzine sui libri che piacciono a lui senza che queste letture – a leggere i suoi libri – si riverberino nella sua opera, di lattea banalità. Rassegnatevi, lettori d’amianto, la letteratura italiana, oggi, è fatta da falangi di Di Paolo, scrittori che sognano di essere i grandi scrittori che non sono, una truppa di suorine e di pin up con merlato tutù che sculettano per un posto al sole in cima alla classifica delle vendite. Andrebbero elegantemente sculacciate.

Paolo Di Paolo, Vite che sono la tua. Il bello dei romanzi in 27 storie, Editori Laterza, 2017, pp.216, euro 16,00

La carota. Il successo è proprio una puttana. In una biografia ancora reperibile in rete, questo covo di porcate e di déjà vù, è detto “scrittore di successo”. Oggi, in realtà, se dico Enzo Fontana pochi alzano la mano, sanno chi è. Enzo Fontana ha fatto la guerra, la guerra civile degli anni Settanta. “Diciottenne, prese la strada della rivolta armata”, dice un’altra, devota didascalia. Per questo, l’hanno messo in carcere. Milanese, classe 1952, nel 1996 pubblica per Mondadori Tra la perduta gente, un romanzo sulla vita di Dante, che diventa, come si dice, un ‘caso editoriale’. Fontana pubblica una manciata di altri libri, tra cui L’ultimo viaggio di Ulisse (Laterza, 1999) e Il fuoco nuovo (Marietti, 2006, sulla calata in Messico di Cortés e l’incontro con Montezuma), che ne fanno uno degli scrittori contemporanei più importanti degli ultimi due decenni. Poi scompare. Oggi, in questo Paese di irreparabili lacché, è pressoché introvabile, i suoi libri non si ristampano più. Nel 1996, sulla ‘cresta dell’onda’, Fontana compila, per l’editore Guaraldi, una specie di canone dei suoi classici. Il libro si chiama Mia linfa mio fuoco e ha diversi pregi. Intanto. Fontana non ‘commenta’ i testi, se non sommariamente, come fanno gli attuali scrittori appesi al trombone della propria insipienza. Non parla lui, fa parlare i testi. E sono testi, come è lui, conturbanti, che torturano: da Jack London (Il vagabondo delle stelle) a John Steinbeck, dal Qoèlet al Faust, dai Lusiadi del portoghese Luis de Camões (“per giorni e notti mi aprì orizzonti oceanici”) al Cántico spiritual di Giovanni della Croce. Soprattutto, Fontana ha una idea fieramente forte di letteratura, mica roba da intellettuali intorno al tè come è quella che propala Di Paolo. “Io ho trovato la mia consolazione, se non la salvezza, nella poesia. Per salvarmi mi sono creato un mondo dove il tempo non è scandito dall’aprirsi e dal chiudersi dei cancelli di ferro, dal tintinnare delle chiavi in mano al capoposto, dal mestolo che il detenuto picchia contro il carrello del vitto, dall’ora d’aria, dalla parola d’ordine urlata a squarciagola dalle sentinelle sul muro di cinta, dalla luce accesa in cella ogni due ore nel cuore della notte, dalla battitura delle sbarre alle finestre che le guardie compiono due volte al giorno… mi sono isolato in un mondo dove il tempo è scandito dalle cose che scrivo e dalla lettura dei buoni libri: Omero, Virgilio, Shakespeare, Cervantes, Goethe, Tolstoj... La Commedia e la Bibbia, più di qualunque altra opera, mi hanno consolato”. La letteratura non è consolatoria – facile moina per lettori beoti – ma consola, conforta, fa forti nel covo del proprio niente. La letteratura è questa: una cella fuori dal tempo, una prigionia, l’evasione, l’invasione delle parole. Qualcosa che precede tutte le morti.

Enzo Fontana, Mia linfa mio fuoco, Guaraldi, 1996

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