Giustizia

«Sei una cagna jihadista»: è peggio essere donna se in Italia finisci in manette

Simonetta Sodi, 55 anni, di Firenze, è stata chiamata “cagna jihadista”, “cancro dell'Italia”, “trafficante di schiavi e droga”. Per via di un'indagine della magistratura in cui nessuno parla di terrorismo. Curiosità? Nessuno dei maschi italiani coinvolti viene chiamato “cane jihadista”

Manette

JACK GUEZ / AFP

13 Gennaio Gen 2018 0745 13 gennaio 2018 13 Gennaio 2018 - 07:45

Se vieni definita una “cagna jihadista” c'è poco che tu possa fare per difenderti. La signora Simonetta Sodi, 55 anni, di Firenze, è stata chiamata così: “cagna jihadista”. Ma anche una “infame bastarda”, “cammellara”, “cancro dell'Italia”, “trafficante di schiavi e droga” e, per concludere, “pedofila”.

C'è da smarrirsi nelle decine di insulti che sono comparsi sul suo profilo Facebook, in pubblico e in privato, a partire dal giugno del 2017, nei giorni in cui prima le sono scattate le manette ai polsi e poi è stata messa ai domiciliari in attesa di processo. Oltre 40 persone si sono sentite in dovere di scriverle che cosa pensassero di lei. Ed è venuto fuori che la considerano pedofila perché innamorata di un uomo di 28 anni. Cammellara perché l'uomo è un tunisino. Trafficante di schiavi e droga perché il suo nome è finito, assieme a quello del marito, nell'inchiesta dell'antimafia di Palermo denominata “Scorpion Fish”. Con l'accusa di essere membro di una banda che, in un anno, avrebbe trafficato in tabacchi lavorati esteri e migranti: 14 persone, per la precisione, quelle che gli uomini della Finanza siciliana hanno intercettato durante le traversate notturne fra la Tunisia e le saline di Marsala o le coste del trapanese. Oltre a 103,18 i chilogrammi di sigarette di contrabbando (la famosa “droga”) sequestrati. Non esattamente la Spectre in salsa maghrebina.

La signora Simonetta Sodi è stata chiamata “cagna jihadista”, “cancro dell'Italia”, “trafficante di schiavi e droga” per via di un'inchiesta giudiziaria in cui compare il suo nome e dove non si parla di terrorismo. Nessuno degli altri italiani coinvolti ha subito lo stesso trattamento

E poi c'era il mestiere di Simonetta Sodi: “impiegata presso Coop”, svettava sempre sul suo profilo, silente ormai da mesi. E giù di altri insulti: perché se lavori nel business dell'accoglienza – “coop” è sinonimo di accoglienza – e ti beccano (forse) a far entrare i migranti in Italia, come minimo ci guadagni due volte: prima il trasporto, poi i soldi dello Stato. Il problema è che la donna era in forza a “Coop” intesa come casse dei supermercati e grande distribuzione. Che ha molto a che vedere coi sacchetti di plastica biodegradibili a due centesimi e poco con i posti letto per migranti a 35 euro al giorno.

Fin qui i social. Ma non si può dire che la stampa abbia risparmiato la donna fiorentina: “Trasporto di jihadisti”, “Firenze, centrale traffico per jihadisti”, “L'ombra del terrorismo” titolano a varie riprese i principali quotidiani nazionali e locali parlando di lei, con incipit mozzafiato come “Amore e gommoni, fedi nuziali e associazioni a delinquere”. Eppure. Eppure nell'inchiesta della Dda di Palermo di terrorismo non si parla nemmeno per sbaglio. Non c'è fra i reati contestati o fra i capi d'imputazione nemmeno oggi che la Procura ha chiesto e ottenuto il rito immediato da celebrarsi a partire da marzo 2018. C'è solo un vago riferimento a un'intercettazione dell'8 gennaio scorso in cui due soggetti parlano di uno “sceicco tunisino” non meglio identificato dai magistrati siciliani. Per la cronaca il temibile “sceicco tunisino” a capo di un movimento jihadista nella telefonata viene definito come un “bugiardo che parla e basta”. C'è anzi il sospetto che si tratti di un clamoroso equivoco visto che il cognome dei due capi della banda – uno è il marito della Sodi – in tunisino significa proprio “sceicco”.

Ma tutto ciò non sembra contare per i suoi detrattori e c'è quindi chi la invita a scegliere fra tre alternative: “mettersi un cappio al collo”, “morire con la sifilide dei clandestini” oppure “marcire in galera” per il resto della vita. Tutto documentato nelle pratiche con cui l'avvocato Carlita Del Mira che la assiste dal suo studio di Firenze ha sporto querela nei confronti di oltre 40 soggetti. C'è un aspetto curioso in questa storia: la signora Sodi non è l'unica persona di nazionalità italiana coinvolta nella banda individuata dall'inchiesta Scorpion Fish. Di italiani ce ne sono diversi: dai fratelli siculo-svizzeri Allegra che in Sicilia gestivano la logistica e la rimessa delle imbarcazioni fino ai signori Pietro Bono e Felice Montalbano che secondo l'accusa si muovevano fra Trapani, Palermo e Agrigento “gestendo i pagamenti, ricevendoli e intrattenendo rapporti con i trafficanti operanti in altre località del territorio nazionale”. Nessuno, però, si è sentito in obbligo di far sapere ai signori, prima indagati e oggi imputati, di nutrire nei loro confronti chissà quale disprezzo. Come nessuno ha pubblicato articoli di giornale su Marsala come una centrale del jihadismo, o sull'uomo italiano che trafficava in migranti e terroristi. L'unico soggetto italiano ad aver ricevuto questo trattamento è Simonetta Sodi – forse in quanto donna con “l'aggravante” di aver sposato un extracomunitario.

Secondo l'accusa iniziale Simonetta Sodi si era intestata un gommone per i traffici illeciti fra la Tunisia e la Sicilia. Che non è stato mai trovato o sequestrato

Nemmeno il suo ruolo nella banda giustifica tanto accanimento. A prescindere da innocenza o colpevolezza della donna alcuni elementi non tornano: se nel primo decreto di fermo del 31 maggio l'accusavano di essersi intestata per conto del marito il gommone con cui si sarebbero svolti i traffici illeciti nelle notti del 10 ottobre, 20 ottobre e 3 dicembre 2016, oggi nel decreto di giudizio immediato firmato dal Gip di Palermo Gioacchino Scaduto questa accusa sembra cadere nel vuoto. Per una semplice ragione: il gommone non è stato trovato e quindi sequestrato. Ne è stato trovato un altro, un modello Tempest 770, utilizzato per altre traversate (18 febbraio e 17 marzo 2017) in cui lei non compare nemmeno come imputata.

Lo scafista del 3 dicembre 2016 è un tunisino e si chiama Ben Massoud Tarek. A quella data risulta detenuto nel carcere di Solliciano, Firenze, per una storia di droga

L'intera inchiesta per la verità ha diverse falle che dovranno essere riempite in sede processuale. Per esempio per la notte del 3 dicembre 2016 – proprio una di quelle che vede la Sodi coinvolta – i magistrati indicano il nome di uno degli uomini che avrebbe condotto lo scafo prima in Tunisia per raccogliere la “merce” per poi rientrare sull'isola con l'oscurità. Si tratta del tunisino Ben Massoud Tarek, classe 1988 e sempre secondo l'accusa membro del ramo “fiorentino” dell'associazione a delinquere. Sarebbe lui lo scafista. Il problema è che, a quella data, Ben Massoud Tarek era già detenuto nel carcere di Solliciano (Firenze) per droga e non risultano tentativi di evasione. Mistero. Sarà anche lui un “cane jihadista” o ha solo il dono dell'ubiquità?

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