L’inglese non è una malattia, e usarlo non è snobismo (ma bisogna sapere come farlo)

In molti settori usare l’inglese è un obbligo, purtroppo in Italia c’è chi pensa che sia il contrassegno degli snob, e in tanti lo usano male

Linkiesta
15 Gennaio Gen 2018 0755 15 gennaio 2018 15 Gennaio 2018 - 07:55
WebSim News

Chi parla male, pensa male e vive male”, urla Nanni Moretti nella famosa scena di Palombella Rossa (1989) travolgendo la povera giornalista che ha osato pronunciare la parola “trend”.

Non è un dibattito eclatante, ma c’è da sempre una questione aperta sull’uso dell’inglese nella nostra quotidianità. I problemi sarebbero altri in Italia, ma divertiamoci con questi che non lo sono.

Un dibattito di opportunità, pare, in parte, ispirato alla salvaguardia della purezza della lingua italiana e prima ancora al suo rispetto.

Ci sono i detrattori, i paladini della purezza fine a sé stessa, coloro che vorrebbero sempre e comunque bandirlo e che inorridiscono alla parola “coffee break” perché possiamo dire “pausa caffè”. All’opposto, i seriali, quelli che non ne possono fare a meno e che “domani se ho uno slot faccio un meeting nel ground floor della tower con il project leader del nuovo processo integrato di IT e customer care”.

Intanto una premessa: l’inglese non è una malattia, è una lingua sintetica, ma molto più ricca e complessa di quanto non si pensi. Tutti lo parlano, forse pochi lo conoscono davvero. Il primo approccio è più facile rispetto al francese, al tedesco e all’italiano. Forse anche per questo, ma non solo, è diventato la lingua del business, della scienza e dell’informatica a livello internazionale. Tre settori non da poco. Pensare di non conoscerlo o non usarlo oggi nel 2018 è stolto e antistorico.

L’inglese non è una malattia, è una lingua sintetica, ma molto più ricca e complessa di quanto non si pensi. Tutti lo parlano, forse pochi lo conoscono davvero

Che all’uso di una lingua corrisponda una supremazia culturale è abbastanza innegabile, e che questo ci dia fastidio ci può stare: ma allora chiediamoci perché ce la siamo fatta strappare questa supremazia (culturale e economica), e non lamentiamoci. Per tanti secoli l’abbiamo fatta da padroni con il latino, e prima di noi i Greci. Ora Italia e Grecia sono messe male, non certo per colpa degli inglesi o dei paesi anglofoni. L’inglese domina da pochi anni solo, chissà quale futuro avrà? Ci sono lingue più diffuse ma più deboli per varie ragioni.

Sarà magari sostituita dalle emoticon, che stanno sostituendo tutte le lingue e domani forse saranno la vera koinè (lingua comune).

Per chi volesse iniziare a farsi una idea un artista cinese, Xu Bing, ha scritto un libro intitolato From Point to Point (traduzione Da Punto a Punto) solo con dei simboli: lo si può vedere come un interessante esperimento e felice provocazione sull’uso della parola e dei segni per comunicare. Sorriderne magari, ma a mio avviso contiene un messaggio molto forte.

Francamente mi preoccupano di più la sottocultura dell’emoticon e l’impoverimento di cui è espressione, che l’uso (qualche volta anche a sproposito) dell’inglese. Perché quando uso o abuso l’inglese, almeno uso una lingua; quando uso gli emoticon mi servo di un simbolo che al pregio della sintesi unisce però una limitatezza di contenuto. E quindi di conoscenza, in tutte le sue forme e sfumature.

In Italia l’inglese è ancora poco conosciuto, tra le vecchie generazioni e la classe politica ancora di meno, nelle scuole è insegnato male ed è assai meno “pervasivo e familiare” di quanto un po’ generalizzando i suoi detrattori credano, in particolare se facciamo un parallelo con i paesi nordici europei, dove il bilinguismo nelle nuove generazioni è un dato acquisito.

Nell’uso dell’inglese si rinvengono tracce di “inerzia, una matrice snobistica e di provincialismo”, scrivono Luca Serianni e Maurizio Trifone nell’introduzione all’ultima edizione dello storico Vocabolario Lingua Italiana Devoto Oli*. Distratti o dimentichi che anche la parola “snobistica” ha un’origine inglese.

La contaminazione è benvenuta, perché è solo arricchente. Come ogni forma di integrazione, non è una imposizione, è una opportunità. L’intelligenza è nell’usarla

Il punto è che forse dovremmo fare un distinguo tra uso e abuso, contesti e finalità che sottendono all’uso dell’inglese, e, per buona pace delle fazioni opposte, posizionarci nel “medio” dove sta la “virtus”.

Se l’uso dell’inglese avviene in contesti dove è abituale come respirare, è un codice per facilitare e sveltire le comunicazioni, dovremmo mettere da parte le nostre “pruderie” (termine francese) e accettarlo con benevolenza, anche se dovesse urtare la nostra sensibilità. Se l’uso (abuso) avviene in contesti culturali più locali per creare distanza, difficoltà di comprensione o, peggio, per erigere una barriera sulle basi di una supposta superiorità (a questo punto, fintamente culturale) allora arricciare il naso è doveroso come prendere contromisure. Insomma, diciamo no agli Azzeccagarbugli in versione finto british anni 2000.

Non sono d’accordo invece nell’alimentare una guerra tra le lingue alla ricerca di quale sia più ricca. Sono lingue, come tali espressioni di cultura, sensibilità e diversità. La contaminazione è benvenuta, perché è solo arricchente. Come ogni forma di integrazione, non è una imposizione, è una opportunità. L’intelligenza è nell’usarla.

* G.Devoto, G.Oli, L.Serianni, M.Trifone a cura di, NUOVO DEVOTO-OLI - Il vocabolario dell'italiano contemporaneo, Milano, Le Monnier, 2017.

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