Queste non sono elezioni, è il campionato mondiale delle facce di tolla

Renzi che dice basta Casini e poi lo candida, Salvini che dice basta Berlusconi e poi ci si allea, la sinistra che sfila contro i fascisti e poi li fa vincere per far perdere Gori. E Di Maio, che li batte tutti. Mancano due mesi al voto e già abbiamo finito le parole

Dimaio Linkiesta
15 Gennaio Gen 2018 0740 15 gennaio 2018 15 Gennaio 2018 - 07:40

Chissà come l’avrebbe presa Matteo Renzi, se nel 2012 quando scriveva su Facebook “con noi niente Casini e niente inciuci” gli avessero detto che tempo cinque anni e avrebbe candidato Pierferdinando Casini a Bologna e che l’unico suo orizzonte possibile per governare sarebbe stato quello di una grande coalizione con Forza Italia e Berlusconi.

E sarebbe interessante, già che ci siamo, sentire che ne pensa chi lo scorso 8 dicembre ha sfilato a Como, Lombardia, contro tutti i fascisti, dell’ovazione con cui Liberi e Uguali ha deciso di non allearsi con Giorgio Gori candidato Pd a governatore di Regione Lombardia, col risultato di fare un regalo grande come una casa ad Attilio Fontana, candidato leghista per bene, certo, ma pure uno che dedica parchi a Giovanni Gentile, grande filosofo, fascista e repubblichino, che voleva dal governo il potere di allontanare dalla città gli accattoni molesti e che parla tranquillamente di “razza bianca”, come se fosse la cosa più normale del mondo. Non è abbastanza di sinistra, dicono di Gori, mentre governano con lui a Bergamo e con Beppe Sala a Milano, che certo più a sinistra non è.

Sarebbe interessante sentire che ne pensa chi lo scorso 8 dicembre ha sfilato a Como, Lombardia, contro tutti i fascisti, dell’ovazione con cui Liberi e Uguali ha deciso di non allearsi con Giorgio Gori candidato Pd a governatore di Regione Lombardia, col risultato di fare un regalo grande come una casa ad Attilio Fontana, uno che dedica parchi a Giovanni Gentile, grande filosofo, fascista e repubblichino

Chissà. Nel frattempo ci chiediamo pure che penserebbe Matteo Salvini, stagione 2012-2013, se gli dicessero che oggi è alleato con quello stesso Berlusconi che al tempo considerava alla stregua di un appestato, quello che scriveva che “Nessun leghista è disposto a puntare ancora su un’alleanza con Berlusconi (…) Basta, basta per sempre”, se gli dicessero che quel leghista che si è alleato, di nuovo, di nuovo un’altra volta col Cavaliere è proprio lui.

Del resto, vallo a dire all'Eugenio Scalfari degli ultimi vent’anni, che nel 2017 sarebbe passato alla Storia per aver detto che Berlusconi è simpatico e che l’avrebbe preferito al leader di un Movimento nato nel brodo di coltura dell’antiberlusconismo. O che Carlo De Benedetti - l’editore del giornale che aveva costruito una campagna stampa contro la legge bavaglio sulle intercettazioni telefoniche - avrebbe fatto un favore all’odiato Cavaliere impallinando Matteo Renzi con le sue chiacchiere al cellulare sul decreto banche popolari.

E forse allora ha ragione il buon Di Maio, candidato premier del Movimento Cinque Stelle dei giovani e dei dropout, fresco di endorsement di Orietta Berti. Almeno lui le opinioni le cambia talmente in fretta - a dicembre si vota Sì per uscire dall’Euro, a gennaio non è più il momento di farlo - che quasi non c’è tempo per rinfacciargliele che le ha già cambiate di nuovo. Prendete appunti, dilettanti.

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