Elezioni in Lombardia, dopo la “razza bianca” di Fontana la sinistra divisa è senza senso

La frase di Fontana, candidato della Lega Nord, non fa che attestare l’assurdità di una divisione che sfida ogni logica della politica. Appello alla ragionevolezza e al buonsenso di Gori e Rosati, in una fase e in un’area politica dove per anni ce n'è stato troppo poco

Razza Bianca Linkiesta
16 Gennaio Gen 2018 0755 16 gennaio 2018 16 Gennaio 2018 - 07:55

Proviamo a spiegarla come si spiega a un bambino di dodici anni. C’è una Regione, la Lombardia, in cui il centrodestra governa da ventitré anni ininterrotti. E alla quale il centrosinistra, unito, ha sempre cercato di strapparla invano, proponendo invano candidati di ogni tipo: democristiani (Masi e Martinazzoli), imprenditori di sinistra (Sarfatti), civici dal cognome importante (Ambrosoli). Niente da fare. Oggi c’è in campo un candidato, Giorgio Gori, che fa il sindaco a Bergamo e che ha vinto nel 2014 strappando il comune al centrodestra, come candidato del centrosinistra, unito. Centrosinistra che solo un anno fa ha vinto pure a Milano, eleggendo l’ex commissario di Expo e city manager della sindaca di centrodestra Letizia Moratti, unito.

Stavolta no, con motivazioni che già quando l’avversario si chiamava Roberto Maroni suonavano quantomeno strumentali. Alternativamente, ci si attaccava ad alcuni presunti elogi di Gori a Formigoni, quando in realtà aveva detto semplicemente che tra il Celeste e Maroni preferiva il primo. O ancora, al suo endorsement al referendum sull’autonomia, quando fu proprio il governo di centrosinistra guidato da Prodi a proporla al Pirellone tale e quale a quella che è stato oggetto del referendum dello scorso dicembre. O ancora, come ripicca per la scelta del governo Gentiloni di accorpare elezioni regionali e politiche. O ancora, su una presunta ortodossia renziana di Gori - che non ha al contrario lesinato critiche al premier, in questi anni -, o un suo altrettanto presunto dna berlusconiano - che mal si concilia con la sua appartenenza al centrosinistra.

Se non stessimo parlando di un campo politico balcanizzato, di distanze umane che travalicano quelle ideali e programmatiche, di un’area in cui si ciclicamente la battaglia identitaria per il predominio della sinistra si frappone tra i partiti e la logica, la convergenza tra Gori e Rosati, tra Pd e Leu sarebbe del tutto naturale

Poi succede di tutto. Che Maroni si ritiri dalla corsa e lasci il campo al ben più fattibile Attilio Fontana. Che Pd e Leu trovino l’accordo per sostenere Nicola Zingaretti alle regionali del Lazio. Che lo stesso Fontana se ne esca con una frase - “dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, se la nostra società debba ancora esistere o essere cancellata”, ha detto a Radio Padania - come minimo infelice, come massimo giudicate voi. Niente da fare. Liberi e Uguali candida Onorio Rosati - un riformista vero, più vicino a Gori che a Fratoianni - che in un’elezione a turno unico come quella lombarda vuol dire regalare enormi chance di vittoria al centrodestra. Nonostante i ventitré anni. Nonostante le faglie aperte nella Lega e nel centrodestra. Nonostante la razza bianca.

Se non stessimo parlando di un campo politico balcanizzato, di distanze umane che travalicano quelle ideali e programmatiche, di un’area in cui si ciclicamente la battaglia identitaria per il predominio della sinistra si frappone tra i partiti e la logica, la convergenza tra Gori e Rosati, tra Pd e Leu sarebbe del tutto naturale. Basterebbe una telefonata per dirsi l’ovvio: che la Lombardia non è l’Italia, che le maggioranze che governano i territori non devono necessariamente essere le stesse che si candidato a governare il Paese, che la prospettiva di rendere contendibile il governo del motore economico del Paese, da parte dello stesso schieramento che ne governa la metropoli lì nel mezzo dovrebbe essere più che sufficiente a deporre, almeno lì, almeno adesso, l’ascia di guerra. Che la responsabilità storica di lasciare campo libero a chi parla di “razza bianca” non se la si può assumere nessuno che ha sfilato solo quaranta giorni fa, a Como, contro l’onda nera e la minaccia neofascista.

Fosse anche per ragioni tattiche, peraltro, avrebbero tutti da guadagnarci. Gori e il Pd, ovviamente. Ma anche Leu, che in caso di vittoria staccherebbe un dividendo politico enorme, dimostrando la sua indispensabilità. Che si qualificherebbe come forza laica e responsabile. Che darebbe una lezione di stile politico e di equilibrio tattico a chi l’aveva dipinta - e continua a dipingerla - come un’accolita di rancorosi da sbattere “fuori, fuori” dal partito. Che avrebbe la forza di incidere sulle politiche e sul governo della Lombardia di domani, anziché limitarsi a criticarne le scelte da fuori, con bandiere e fischietti, precludendosi la possibilità di toccare palla per qualche decennio almeno.

Sogniamo a occhi aperti, sia chiaro. Sappiamo bene che non succederà niente di tutto questo, che nella campagna elettorale delle assurdità, questa sarà solo una delle tante. A futura memoria, però, sappiate tutti che il destino poteva essere diverso. E che se non lo sarà, dipende dalle scelte di oggi, non dal destino cinico e baro o dal vento di destra che spira sul Vecchio Continente.

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