Quanto devi pagare per far funzionare una criptovaluta

Il giorno prima del lancio della moneta virtuale AidCoin, i due fondatori della startup hanno raccontato i retroscena di queste alternative alle quotazioni in Borsa: tutto passa dalla costruzione della reputazione. Per quotarsi servono molti soldi e vari intermediari. Ma le zone grigie sono troppe

Bitcoin Machine Linkiesta

Anthony WALLACE / AFP

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17 Gennaio Gen 2018 1255 17 gennaio 2018 17 Gennaio 2018 - 12:55
WebSim News

Le Ico, o offerte iniziali di moneta, sono ancora degli strani animali. Sono emissioni di nuove monete, le quali, se cominceranno a essere usate per gli scambi, acquisteranno sempre più valore. Promettono di diventare la formula del futuro per raccogliere capitali, superando i precedenti sistemi di crowdfunding e anche di venture capital per finanziare delle startup. Ma vengono dipinte anche come metodi alternativi alla quotazione in borsa, cioè alle Ipo (offerte pubbliche iniziali) a cui si rifanno nel nome. Di certo sono animali da osservare con attenzione. Lo hanno fatto le autorità regolatorie in Cina e Corea del Sud, che le hanno vietate, lo stanno facendo le authority di mezzo mondo, come la Sec americana, che ha bloccato alcune operazioni troppo simili alle emissioni di azioni. Il motivo è che le zone grigie sono ancora moltissime, soprattutto nell’area vasta della costruzione della reputazione, indispensabile per convincere gli investitori. Le occasioni per osservare da vicino una Ico in Italia sono rarissime.

Una di queste c’è stata lunedì 15 gennaio, presso il Talent Garden Calabiana di Milano. Il giorno prima dell’Ico di AidCoin i suoi fondatori, Francesco Nazari Fusetti e Domenico Gravagno, hanno raccontato in tre ore abbondanti alcuni dei passaggi chiave per lanciare una Ico. «È un’avventura che nasconde molte insidie, molte false informazioni, verità che non sono evidenti», ha esordito Gravagno. Ad ascoltarli c’erano circa 200 persone. La maggior parte di loro, a una domanda dal palco, ha dichiarato alzando la mano di possedere criptovalute. Le domande arrivate sono state diverse decine. Le risposte sono state molto franche, anche riguardo a zone opache che riguardano in generale queste operazioni, come il pagamento di youtuber capaci di influenzare l’andamento di una Ico con i loro giudizi, l’acquisto di follower tramite “growth hacker” o il pagamento di user influenti in community in cui si parla di Ico.

L’Ico di AidCoin, per la cronaca, è stata un successo. In meno di due ore martedì 16 gennaio è stato raggiunto l’obiettivo di raccogliere 6.000 Ethereum (una delle criptovalute più note dopo il Bitcoin), pari a oltre 6 milioni di euro. Nella fase di prevendita era stato raccolto l’equivalente di circa 4,5 milioni di euro in Ethereum (ma la cifra cambia a seconda del valore dell’Ethereum, che martedì 16 ha avuto una brusca discesa). La proposta della startup, nata dai fondatori di CharityStars, è quella di utilizzare la blockchain (ossia il registro distribuito su cui si basa la circolazione dei bitcoin) per tracciare i movimenti delle donazioni ed evitare usi impropri.

Ecco le principali 26 lezioni sulle Ico emerse durante l’incontro.

1) Le basi: cos’è una Ico? «Si tratta di emettere una nuova criptovaluta (a cui ci si riferisce con il termine “token”, ndr) che oggi non ha valore in cambio di altra criptovaluta che oggi ha valore, come gli Ethereum e i Bitcoin», sintetizza Francesco Nazari Fusetti, Ceo di Aidcoin. È un’alternativa alla raccolta di fondi presso i venture capital che fanno le startup. In qualche caso è un’alternativa all’Ipo, cioè alla quotazione in Borsa.

2) Ci sono due tipi di Ico. La più diffusa consiste nell’emissione di “utility token”; una seconda forma nell’emissione di “security token”.

Gli “utility token” potranno essere usati da chi li acquista per usufruire di un servizio (nell’esempio di AidCoin, fare donazioni che vengano tracciate, senza rischi di usi impropri). Gli utiliy token non danno dividendi. Il guadagno, per chi li acquista, sta nella possibilità di rivenderli una volta che abbiano acquistato più valore a causa del loro utilizzo. Il valore deriva anche dal fatto che l’offerta di token è limitata.

I “security token” invece danno dividendi. Sono l’equivalente di emissioni di azioni in caso di quotazione in Borsa. Per questo motivo la Sec americana (equivalente della nostra Consob) è intervenuta bloccando delle Ico con emissione di “security token”. Una, in particolare, prometteva agli investitori un guadagno di 13 volte in meno di un mese ed è stata investigata per frode. «Penso che nel giro di 3-5 anni saranno equivalenti alle Ipo», ha detto Francesco Nazari Fusetti.

3) Le Ico sono ammesse in Italia? No. Lo hanno detto chiaramente i promotori di AidCoin. «Lanciare una Ico in Italia non è possibile» ha specificato Domenico Gravagno. La società ha sede a Chiasso, in Svizzera, uno dei Paesi che lascia più fare sulle criptovalute. Cina e Corea del Sud dallo scorso settembre hanno vietato le Ico, mentre altre legislazioni stanno studiando la materia.

Francesco Nazari Fusetti, Ceo di AidCoin, durante la presentazione dell’Ico di AidCoin al Talent Garden Calabiana di Milano

(Fabrizio Patti / LInkiesta.it)

Non capita spesso di vedere il lancio di una nuova moneta virtuale. È successo con AidCoin, al Talent Garden Calabiana di Milano. Moltissime le domande, molto franche le risposte dei fondatori. Anche sulle zone opache di queste operazioni, come il pagamento di youtuber o user “trusted” delle community, capaci di influenzare l’andamento di una Ico con i loro giudizi

4) Quando ha senso fare una Ico? I requisiti sono due, hanno spiegato i fondatori di AidCoin: ci deve essere un’idea forte basata sulla blockchain (l’infrastruttura di registro distribuito su cui si basa anche la circolazione dei bitcoin); ossia un servizio che non sarebbe altrettanto efficiente senza blockchain. E servono risorse e tempo.

5) Quanto tempo serve per lanciare una Ico? Molto, non meno di 4-6 mesi. Le operazioni di maggior successo hanno richiesto tempi più lunghi.

6) Quanto costa lanciare una Ico? «Tra il 5 e il 10% di quanto si pensa di raccogliere dall’Ico stessa. Per una raccolta prevista equivalente a 10 milioni di euro, si deve calcolare un costo di 500mila-1 milione di euro», ha spiegato Francesco Nazari Fusetti. Nel caso di AidCoin il costo del lancio dell’Ico è stato di 300mila euro, così divisi: 35mila euro in advertising; circa 100mila euro in partecipazioni a fiere; 20mila euro in viaggi per roadshow; una cifra non nota tra 0 e 50mila euro di costi per legali; 50mila euro per un audit sullo smart contract; una cifra non nota nel dettaglio sul personale.

7) Che tipo di valuta viene scambiata nelle Ico in cambio dei nuovi token? Nel 90% dei casi, ha spiegato Nazari Fusetti, si raccolgono solo altre criptovalute. In altri casi marginali in dollari.

8) Si sa chi partecipa a una Ico? Non è detto. Ci sono dei sistemi, chiamati Kyc (Know Your Customer) che permettono di risalire all’identità e alla provenienza geografica degli investitori. «In una prima fase non avevamo fatto la Kyc - ha detto il Ceo di Aidcoin -. non sappiamo chi abbia partecipato all’inizio. Presumiamo più investitori europei, mentre nella seconda fase soprattutto asiatici».

9) Sulla base di cosa si investe in una Ico? Sulla base di un whitepaper, ossia di un documento che descrive il funzionamento del servizio legato alla nuova moneta e le regole di ingaggio riguardo a una serie di parametri chiave come l’obiettivo minimo e massimo di raccolta (soft cap e hard cap), l’offerta totale, la modalità di distribuzione dei token, gli sconti nella fase di prevendita eccetera. La forma standard di un whitepaper è quella di un testo discorsivo di 20-30 pagine, in genere senza grafici. «È una struttura molto complessa. Arrivano anche a 100 pagine, molti non hanno tempo di leggerlo tutto», dice Francesco Nazari Fusetti; la struttura sarebbe derivata dal modello base, il whitepaper messo a punto da Satoshi Nakamoto, pseudonimo dell’ideatore dei bitcoin.

10) Ci sono garanti che, come nel caso delle Ipo in Borsa, verificano la veridicità di quanto scritto nei whitepaper? No, spiega Nazari Fusetti rispondendo a una domanda de Linkiesta. Ci però dei siti specializzati nei rating dei whitepaper. Si pagano in anticipo, indipendentemente dalla valutazione che sarà data. Se i giudizi sono negativi, presumibilmente non saranno allegati nelle presentazioni agli investitori. «Noi abbiamo ottenuto un rating positivo da Icorating.com», aggiunge. «Abbiamo pagato 15mila euro». La valutazione ha permesso di ottenere più visibilità nei passaggi successivi.

Su cosa si basa la decisione di investire in una Ico? Su un whitepaper, l‘equivalente di un prospetto informativo usato nelle quotazioni in Borsa. Solo che la comprensione di questi whitepaper è un’impresa. Esistono agenzie che danno un rating sui progetti. Il costo? Circa 15mila dollari

11) La raccolta di fondi è regolata da uno smart contract, ossia un contratto intelligente che è auto-esecutivo e supera diversi passaggi normalmente fatti in più fasi. Per esempio, permette di far tornare gli ether ai finanziatori se non viene raggiunta la soglia minima di sottoscrizione (soft cap).

12) Gli smart contract sono scritti in un linguaggio complicato e da pochi sviluppatori. «Per questo motivo è importante effettuare un audit di sicurezza», spiega Nazari Fusetti. Il costo è tra i 20 e 50mila euro. Sono nate società che verificano che gli smart contract siano scritti bene. Tra queste ci sono Zeppelin, Validity Labs e Hosho.

13) Il primo modo di farsi conoscere sono i siti di listing, che mettono in mostra le Ico. In sé la presenza su questi siti è gratuita, ha spiegato Nazari Fusetti. Per avere una posizione “premium", però, si paga fino a mille euro al giorno, per un periodo che può durare anche 2-3 mesi. «Se ci si ritrova nelle posizioni “premium” si ha un aumento per 10 dei click», aggiunge. Tra i siti principali ci sono Ico Bench, Ico Drops, Ico Rating, Token Market.

14) Un ruolo fondamentale, per il successo delle Ico, è giocato dagli Youtuber. «I cinque principali youtuber sono in grado di decidere le sorti di una Ico. Spesso sono a pagamento», dice Nazari Fusetti. La loro affidabilità sta nel fatto che facciano anche stroncature. Il giudizio di uno youtuber che non si sa se sia pagato o no dà il senso della distanza rispetto ai report per gli investitori delle case di investimento nei casi dei classici Ipo.

15) Ci sono siti di informazione specializzata sulle Ico. Tra questi CoinDesk, Bitcoin Magazine, CoinTelegraph. «Un articolo sponsorizzato costa circa 15mila dollari», sottolinea Nazari Fusetti. «Altrimenti bisogna avere delle news realmente di interesse». Ci sono anche agenzie di Pr, come Cryptoland Pr e Wachsman Pr. Il loro costo, aggiunge, «è di 15-20mila dollari al mese, più una quota di token».

16) Altro passaggio cruciale per promuovere le Ico è quello dei roadshow, come per le Ipo. Anche in questo caso agenzie di Pr danno un supporto. Ci sono più occasioni di partecipazione, spiega il co-fondatore di AidCoin: come individual (500-1.000 dollari a evento), con uno stand (5-10mila dollari a evento), con una “speaking opportunity” (circa 5.000 dollari). Spesso si accettano ether.

17) Un’altra forma di costruzione della reputazione è la partecipazione a Ico Competition, ossia a gare di Ico. Una delle più note è la d10e.biz di Davos, in Svizzera, il cui primo premio è di un milione di dollari. «Noi abbiamo vinto un premio da 33mila dollari», ha detto Nazari Fusetti.

Sono molti i passaggi per costruirsi una reputazione: pr, articoli sponsorizzati, roadshow, advisor noti, partecipazioni a gare, recensioni di youtuber, giudizi di siti di rating, posizionamento premium su siti di listing, presenza su piattaforme di scambio autorevoli, gestione delle community di Telegram, distribuzione gratuita di token. È un mondo tutto nuovo e poco regolamentato

18) Il re della comunicazione per le Ico è Telegram. Il servizio di messaggistica istantanea permette la creazione di community. Il numero di iscritti nei gruppi dà la percezione della possibilità del successo di una Ico. Una soglia di riferimento è 5.000 iscritti. Nomi noti del settore vanno su cifre ben più alte: Quantstamp (che si occupa soprattutto di security audit per gli smart contract) attorno ai 20mila membri, Bluzelle 25mila, Nucleus 40mila. «Telegram va pensato come uno strumento da usare in maniera proattiva. L’ideale è avere community manager che propongano temi alla community. Gli utenti si aspettano una risposta in tempo reale», ha sottolineato Domenico Gravagno.

19) Altri mezzi di comunicazione usati nelle Ico sono Reddit, Medium (per aggiornamenti più lunghi) e Twitter. Pochissimo Facebook.

20) Una community nota è Bitcointalk.org. «Nasconde però delle insidie - dice Nazari Fusetti -. Alcuni comprano alcuni degli user più influenti e “trusted” per avere recensioni positive. Noi non l’abbiamo fatto», precisa.

21) Una pratica borderline messa in evidenza è l’attività di “growth hacker” che permettono di ottenere, a pagamento, i primi follower sui canali social.

22) Una volta partita l’Ico, i token si scambiano su alcune piazze virtuali, chiamate “Exchange”. «Alcuni exchange chiedono fino a un milione di dollari per listare» un token, spiega Nazari Fusetti. «Dipende dall’exchange e dalla validità del token». Tra i più noti ci sono Binance, Bitfinex, Bittrex, Bithumb, Gdax (di Coinbase).

Nel caso di AidCoin il costo del lancio dell’Ico è stato di 300mila euro, così divisi: 35mila euro in advertising; circa 100mila euro in partecipazioni a fiere; 20mila euro in viaggi per roadshow; una cifra non nota tra 0 e 50mila euro di costi per legali; 50mila euro per un audit sullo smart contract; una cifra non nota nel dettaglio sul personale

23) Altra pratica diffusa è quella dell’Air Drop, ossia della distribuzione gratuita dei token, per far incuriosire potenziali acquirenti. «È uno strumento molto efficace e utilizzato», spiega Nazari Fusetti. Ulteriori pratiche hanno lo scopo di incentivare il possesso nel tempo dei token. Per esempio, se si tiene una quota di token per tre mesi, se ne avrà il 20% in più. Meno persone vendono i loro token e più il valore sale.

24) Allo stesso scopo esistono dei “market maker”, che attraverso compravendite fanno il prezzo, per esempio tenendolo su. «Si fanno pagare una fee di circa 15-20mila euro al mese», specifica Nazari Fusetti.

25) Un fattore chiave per il successo di una Ico è la presenza di un advisor noto. Alcune operazioni hanno avuto come advisor Vitalik Buterin, il noto ideatore dell’Ethereum, e sono state un successo. Gli advisor più noti sono sommersi di richieste.

26) Nella fase di pre-vendita si possono fare ai sottoscrittori sconti fino al 30-50%. «Ma nel tempo queste scontistiche si sono ridotte, perché era troppo forte l’incentivo a rivendere tutto subito l’Ico», dice Nazari Fusetti.

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