Il vero pericolo è che le elezioni italiane le vinca Facebook (e non è una fake news)

Zuckerberg cambia il modo di mostrarci le notizie in bacheca. I politici si rivolgono a Facebook per fare argine alle fake news. Politica assurda. Devono essere organizzazioni governative, semmai, a controllare le false notizie. Non certo i privati

Facebook Linkiesta
19 Gennaio Gen 2018 0750 19 gennaio 2018 19 Gennaio 2018 - 07:50

Le elezioni in Italia potrebbero designare un vincitore inaspettato: Facebook.

Di recente il tema fakenews e elezioni è diventato un argomento caldo. Sotto accusa sono i social network come Facebook e Twitter, che sono stati perfette casse di risonanza per notizie false.

Consideriamo alcuni elementi. Nell’ultimo anno numerosi ex dipendenti di Zuckerberg hanno sparato a zero contro la piattaforma social. Il messaggio di tutti è unanime: Facebook è pericoloso. Ho posto alcune domande al Social Media. Purtroppo il loro ufficio stampa italiano ha declinato l’intervista. Cosa dicono questi ex dipendenti? Partiamo con Chamath Palihapitiya, ex vice presidente di Facebook responsabile per la user growth (detto in parole semplici far aumentare gli utilizzatori). Chamath afferma che il social media che lui ha fatto crescere distrugge la società. Le sue riflessioni e la replica di Facebook la trovate su questo articolo di Verge.

Sandy Parakilas, dalle pagine del New York Times, scrive “ho diretto gli sforzi di Facebook per risolvere il problema della privacy prima della quotazione di borsa del 2012. Quello che ho visto da dentro era una compagnia che aveva come priorità la raccolta dei dati dai suoi utilizzatori piuttosto che difenderli dagli abusi. Mentre il mondo medita su cosa fare di Facebook, alla luce del ruolo che ha avuto, quando la Russia si è immischiata nelle elezioni (Americane Ndr), dovrebbe considerare la sua storia. I legislatori non dovrebbero permettere a Facebook di regolarsi da solo. Perché non lo farà.”

Anche da Sean Parker, ex presidente di Facebook, tra le figure che più hanno contribuito al suo sviluppo e diffusione nel mondo, dichiara che la piattaforma social è diventata un mostro.

Se queste critiche suonano negative fa riflettere la posizione di Mark Zuckerberg che scrive: “il mondo è ansioso e diviso, e Facebook ha molto lavoro da fare, sia che si tratti di proteggere la nostra comunità dagli abusi e dagli odii, sia che si tratti di difenderla da interferenza da stati nazione, o esser sicuri che il tempo speso in Facebook sia tempo speso bene. La mia sfida per il 2018 è di focalizzarmi per sistemare questi importanti problemi” e continua “molti di noi si sono appassionati di tecnologia perchè crediamo che possa essere una forza decentralizzante che possa mettere più potere nelle mani delle persone. In passato nel 1990 e nel 2000 molte persone pensavano che la tecnologia sarebbe stata una forza decentralizzante. Ma oggi molte persone hanno perso la fede in questa promessa.”

Il più famoso social network del mondo ha una crisi di coscienza? Di sicuro i suoi azionisti potrebbero essere preoccupati. Se osserviamo il grafico di Recode scopriamo che il 23% di tutta la pubblicità digitale in Usa è in mano a Facebook, il 42% in mano a Google (che possiede Youtube) e le restanti quote a vari operatori. La credibilità, per una piattaforma che vive di pubblicità (valorizzando al massimo i dati dei suoi utenti), sta nella sua immagine, nei contenuti che vengono, su di essa, distribuiti. Un recente scontro tra il media investigativo Propubblica e Facebook ha dimostrato che le fake news, come riportato dal Houston Chronicles qui, fanno male al business della piattaforma social.

Quando in marzo scoppiò la Ad-Apocalipse di youtube il mondo dei creatori di contenuti (gli youtubers) restarono sotto shock. In pratica su Youtube gli inserzionisti pubblicitari non erano entusiasti di vedere i loro brand associati a video di persone che parlavano di sesso, politica o temi più caldi. Così in Google diedero un giro di vite per evitare di perdere i grassi ricavi pubblicitari. Quello che si potrebbe definire una censura preventiva.

Sembra che Zuckerberg stia facendo una cosa simile: negli ultimi giorni il sistema di algoritmi che definisce la Newsfeed della piattaforma è cambiato. Per semplificare (c’è un ottima analisi qui) le news degli amici, parenti, insomma di chi avete in gruppo saranno prioritarie rispetto alle condivisioni di articoli terzi (tra cui anche i media “vecchi”) e di gruppi.

Curiosamente dopo aver letto che Facebook, a causa di future (forse) riduzioni di inserzionisti, ha perso in borsa alcuni punti (notizia di pochi giorni fa), si scopre sulla CNBC che i vertici della stessa piattaforma hanno venduto oltre 4 miliardi di valore di azioni nel 2017.

Se la scelta del nuovo Newsfeed sia dettata dal voler “proteggere la sua comunità” è tutto da vedere. Di sicuro con questa mossa vengono ridotte le opportunità che le news virali (tra cui le fakenews) possano circolare e, non indifferente, molti media che usavano Facebook per amplificare la loro proiezione dovranno seriamente ripensare le loro strategie. Come riporta il New York Times nelle nazioni dove questo newsfeed è stato testato, nel 2017, i giornali hanno avuto un crollo violento del traffico generato sui loro siti proveniente dalla piattaforma di Zuckerberg.

Al netto di questa strategia resta la necessità, per Facebook, di migliorare la sua immagine e far dimenticare le critiche sui media. Il social media avrebbe bisogno di un successo mediatico, che possa sancire l’assoluta affidabilità di questa piattaforma. Con questa premessa veniamo all’opportunità delle elezioni italiane.

Il più famoso social network del mondo ha una crisi di coscienza? Di sicuro i suoi azionisti potrebbero essere preoccupati

Una nazione parte del G7, con 3 blocchi politici sono pronti conquistare le menti dei cittadini.

Facebook, per potersi legittimare senza apparire un “imbucato”, necessitava che qualcuno “invitasse” la piattaforma ad agire.

La fortuna ha voluto che l’ex premier Renzi (PD), abbia chiesto a Facebook di monitorare le elezioni per evitare che le fake news inquinino il dibattito democratico digitale.

La Laura Bononcini, Head of Public Policy facebook Italia, ha dichiarato verso fine novembre che “abbiamo una squadra numerosa che lavora per sostenere l’integrità delle elezioni in tutto il mondo e le elezioni in Italia sono una grande priorità. Ci assicureremo che i partiti politici e le autorità competenti in Italia possano contattarci per segnalare qualsiasi attività che ritengano infranga la legge italiana o gli Standard della Comunità di Facebook. E avremo un team qualificato pronto a gestire le segnalazioni e a prendere le misure appropriate”

Sul tema controlli ed elezioni ho chiesto un punto di vista a Guglielmo Picchi, membro dell’OSCEPA.

Non multinazionali ma organizzazioni multilaterali con provata esperienza devono monitorare le elezioni. Penso all'OSCE, al consiglio d'Europa o al Parlamento Europeo.
Infatti in qualità di membro dell'OSCEPA ho monitorato molte elezioni, anche come capo missione, e abbiamo valutato in modo oggettivo e indipendente anche casi di giovani democrazie dove il processo elettorale era minato da limitazioni di vario genere come per esempio la libertà dei media sia nel loro utilizzo che nel loro accesso.
Per questo l'Odihr, ufficio OSCE per istituzioni Democratiche e diritti umani, durante le missioni elettorali invia esperti di lungo periodo che analizzano nello specifico i media. In generale OSCE controlla spesso libertà media attraverso una specifica figura con sede a Vienna ed eletto dai 57 paesi membri: il rappresentative for the freedom of media. Spero che anche in Italia ci sia una missione OSCE di lungo periodo che abbia specifico focus sul monitoraggio dei media.”

Non multinazionali ma organizzazioni multilaterali con provata esperienza devono monitorare le elezioni. Penso all'OSCE, al consiglio d'Europa o al Parlamento Europeo

Guglielmo Picchi, membro dell’OSCEPA

La nuova Webtax, legiferata dal governo PD, (fine novembre) definisce quanto i Big data (come Facebook per esempio) debbano pagare di tasse in Italia. Verso metà dicembre la piattaforma social ha deciso di trovare un modo di pagare le tasse della pubblicità raccolta in Italia (e in circa una trentina di altri stati dove opera).

Un partito globalista, con un ambizione pro multinazionali (per esempio una tassazione più leggera come dimostra la recente web tax) potrebbe essere ben visto da una multinazionale che ambisce a fare profitti (le tasse basse migliorano i profitti)?

Purtroppo anche su questo tema l’ufficio stampa di Facebook ha preferito non rispondere.

Trovo che ogni azienda che opera sul suolo italiano debba pagare le tasse qui. Se parliamo di Big data companies ritengo che la tassazione debba essere applicata dove sono presenti gli utenti. Un tema che solo di recente sembra aver fatto presa nella mente degli strateghi fiscali di Facebook”. Conclude Picchi.

Il social media di Zuckerberg sarà all’altezza della richiesta di Renzi? Di recente, come riporta UsaToday, il sistema che Facebook aveva creato per mappare le fake news ha fallito.

Se Facebook avrà successo nel controllare, moderare e censurare le notizie false non sarà rilevante quale partito vincerà le elezioni.

Il social media potrebbe prendere due piccioni con una fava. Punto primo legittimarsi come piattaforma affidabile e sicura per i suoi utenti (e le aziende che vendono loro prodotti e servizi tramite il social); punto secondo trovare nuovi clienti e linee di business nelle collaborazioni con gli stati.

Dopo tutto non sarebbe la prima volta che un big data lavora e fa profitti con un governo: Amazon lavora da anni con la Cia, mentre in Cina i social network sono divenuti i guardiani ( e controllori) della società. Il 2018 sarà l’anno di Facebook?

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