Fulvio Abbate: «Molestato da piccolo, difendo Woody Allen e l’ironia»

Lo scrittore Abbate, che, con sua cugina, ha subito gravi molestie da un amico di famiglia ha reagito con ironia e furia. E litigando con la madre davanti alla bara del padre

Fulvio Abbate_Linkiesta

dalla pagina Facebook di Fulvio Abbate

22 Gennaio Gen 2018 0745 22 gennaio 2018 22 Gennaio 2018 - 07:45

Anch’io, lo confesso con tranquilla sincerità, ho subito molestie, da ragazzino. Sarà stato il 1966, avevo dieci anni, e lui, il molestatore, A., era un amico di famiglia, un ragazzo circa venticinquenne, che mio padre aveva accolto come sorta di quasi nipote.

Ho ritrovato l’episodio riflettendo sulle accuse ricevute da Woody Allen dalla figlia adottiva Dylan Farrow. Proprio lui, mito cinematografico di me ventenne. Ho amato “Prendi i soldi e scappa”, “Il dormiglione”, “Il dittatore dello stato libero di Bananas”, “Amore e guerra”, immensa parodia tolstoiana, meno i film successivi, tolto “Harry a pezzi”, dove brilla la storia della già “miglior pompino dell’Unione donne ebree”, finita all’inferno insieme all’inventore degli infissi di alluminio anodizzato. Forse anche in nome di questo debito di riconoscenza artistica comincio a trovare insostenibile la valanga inquisitoria che, anche nel suo caso, sembra innalzare la cattedrale del nuovo puritanesimo sessuofobico.

Tornando a me, giuro che le molestie subite hanno inciso davvero poco sul mio vissuto, assai di più su Serena, mia cugina, coetanea, che le ha vissute insieme a me, assai più di me, nella medesima circostanza. Proprio lei, anni fa, mi ha chiesto se potevo aiutarla a fare luce su un episodio dell’infanzia comune, che stentava a ricostruire, proprio le nostre molestie. Serena aggiungeva che le hanno lasciato una profonda traccia d’inadeguatezza, perché A., il pedofilo, evidentemente persona omosessuale, le diceva di preferire me, la preda maschio, a lei, vittima femmina. Serena aggiunge che A. potrebbe anche averla penetrata. Poi racconta le attenzioni che, sempre A., mostrava verso di me. Non ne ho memoria, devo aver rimosso tutto.

Rammento invece però che anche in seguito la stessa persona abbia ancora provato a molestarmi, toccandomi nelle parti intime, questo sì, l’ho presente bene, insieme ai suoi morbosi discorsi, era già il 1969.

Tornando a me, giuro che le molestie subite hanno inciso davvero poco sul mio vissuto, assai di più su Serena, mia cugina, coetanea, che le ha vissute insieme a me, assai più di me, nella medesima circostanza. Il pedofilo, evidentemente persona omosessuale, le diceva di preferire me, la preda maschio, a lei, vittima femmina

Woody Allen: anni fa, mentre mi trovavo nel salottino dietro le quinte del “Maurizio Costanzo show”, d’improvviso l’ho visto venire verso me, era lì per promuovere un film, dove recitava da non vedente. Che immensa rivelazione, gli ho perfino chiesto l’autografo, e intanto che lui prendeva il foglietto di carta dalle mie mani, ripensavo a quando, ovunque programmassero un suo film, fosse anche la più remota arena fuori città, c’ero. Woody Allen mi apparso, quel giorno, identico a Stan Laurel, la stessa nuca, il medesimo collo smagrito di Stanlio, e ancora nei suoi occhiali, nel suo smarrimento, abitava l’immensità della memoria cinematografica…

Trovo delirante e non meno incomprensibile che si possa mettere all’indice l’opera reputata più “oscena”(sic) della storia della pittura, “L’origine del mondo” di Courbet, una “fica” in primo piano, in nome di un parossismo paranoico, nuovo standard di ossessione sessuofobica, che sembra voler portare tutto e tutti verso un maccartismo moralistico ossessivo. La mia simpatia per Woody Allen resta intatta, non per questo catalogherò le accuse della figlia adottiva come “infamie” o “lesa maestà” di un simbolo, direbbero altri, della terrazza newyorkese “radical chic” (sic).

Il giorno in cui è morto mio padre, con lui composto nella bara, era il 2009, nel pomeriggio è arrivata la telefonata di A., il nostro pedofilo, ho così approfittato per dirgli la verità: “Sei un miserabile pedofilo, tieniti per te le condoglianze”. Lui, cadendo dalle nuvole, ha ribattuto “… ma che dici, Fulvio, non ti capisco, ma che sei pazzo?” Ho replicato scandendo poche parole, no-sei-tu-un-miserabile-non-chiamare-più. E ho riattaccato. L’ho fatto soprattutto per Serena, per vendicarla, ritenendo il minimo così risarcirla della violenza subita quarant’anni prima. Poi sono tornato da Gemma, mia madre, nella stanza della veglia. Quando lei mi ha chiesto chi avesse chiamato, ho risposto “… era A, tu lo sai che è un pedofilo, no?”.

E lì, mia madre, sebbene donna libera, di più, comunista libertaria indifferente ai conformismi, ha replicato: “… ma che dici, Fulvio, ma figurati se A. è pedofilo!” Quasi le medesime parole dell’altro. Sono allora esploso, e nonostante avessimo papà lì, morto in casa, ho cominciato a urlarle un immenso “…non capisci davvero un cazzo, mamma, proprio un cazzo di niente, se ti dico che A. è un pedofilo, è come dico, ha pure violentato Serena!” Inutile precisare l’imbarazzo dei presenti alla nostra veglia, nella girandola di meravigliosi, reciproci, vaffanculo tra me e mia madre, irresistibile creatura con i suoi “… ma figuratevi, non ci credo, A. è una brava persona...” No, che non sono riuscito a fare breccia nella sua convinzione, e tuttavia rido ancora adesso se ripenso quel giorno, papà composto nella bara, Gemma irremovibile, i vicini imbarazzati, ma soprattutto la certezza di avere comunque salvato la verità, l’ironia, la stessa che serve a sconfiggere perfino i mostri. Peccato che Gemma non ci sia più, che disdetta non poterla chiamare anche adesso al telefono per dirle “non mi dire che continui a non credere che A. sia un pedofilo, eh, mamma?

Sono felice di avere trasformato l’orrore in metallo prezioso d’ironia, nonostante le ferite, le mie, e quelle di Serena, mia cugina, che amo

Racconto questa storia innanzitutto per fare giustizia delle violenze subite da Serena, però sapeste quanto abbiamo riso ieri al telefono mentre le ricostruivo lo scazzo con sua zia Gemma, il giorno della veglia funebre di zio Totò. Perché nonostante i segni profondi lasciati da quel comportamento eticamente inaccettabile, sono felice di avere trasformato l’orrore in metallo prezioso d’ironia, nonostante le ferite, le mie, e quelle di Serena, mia cugina, che amo.

Nessuno mette in discussione le accuse di Dylan Farrow al padre adottivo, tuttavia trovo altrettanto esemplare la replica di Allen che, nega la molestia e cita un altro figlio adottivo, Moses, secondo cui la madre Mia Farrow “ha cercato senza tregua di mettere in testa a Dylan che il padre era un pericoloso predatore sessuale. Sembra che abbia funzionato, purtroppo Dylan crede veramente in quello che afferma”. Allen accusa a sua volta la famiglia Farrow di “sfruttare cinicamente l'opportunità offerta dal movimento Timès Up per ripetere accuse screditate: questo non le rende più vere”. Che pena per Colin Firth, già diretto dal regista in “Moonlight” nel 2013, quando dichiara “con Allen non lavorerò mai più”.

Che fine abbia fatto il pedofilo A., davvero lo ignoro, non è più accaduto che richiamasse, non si è fatto vivo neanche quando Gemma, nel 2011, se n’è andata per sempre, senza che fossi mai riuscito a convincerla della verità delle cose, le cose subite.

Il ricordo della nuca magra di Woody Allen, la sua camicia cachi, il modo di guardarmi, quel pomeriggio, lo smarrimento nei suoi occhi da miope, l’incertezza del passo, non li dimentico, li tengo con me ancora adesso, quasi fossi stato idealmente scritturato per recitare in suo film, una minuscola parte, intendiamoci, Woody Allen, io e Stan Laurel, e forse anche Oliver Hardy, noi quattro insieme, in cammino, a ridere, nel Sunset Boulevard, il viale del Tramonto dell’ironia.

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