Liste d’attesa infinite: il diritto alla salute vale solo per i ricchi e i raccomandati

Due anni per un intervento di ernia del disco, 112 giorni per una mammografia. Con queste attese, anche per interventi urgenti, un terzo degli italiani è costretto a rivolgersi a strutture private. E chi non può permetterselo? Amen. Così l‘assistenza sanitaria spacca il Paese

Sanità Linkiesta

L’ingresso dell’ospedale Umberto I, a Roma

FILIPPO MONTEFORTE / AFP

22 Gennaio Gen 2018 1050 22 gennaio 2018 22 Gennaio 2018 - 10:50
WebSim News

La Sanità delle attese. Dove c’è il ricorrente, odioso doppio binario: i soliti noti, con le relazioni e le risorse giuste, possono anche rivolgersi a una struttura privata oppure scavalcano la fila; tutti gli altri, invece, devono farsi il segno della croce e mettersi pazientemente in lista d’attesa per farsi curare.

Due anni per un intervento di ernia del disco. Nove mesi per una risonanza magnetica e sei mesi per un controllo oncologico. 112 giorni per una mammografia. Di fronte ai dati raccolti nel Rapporto Salute del Tribunale dei malati e di Cittadinanza attiva, che a prima vista sembrano inverosimili per la loro gravità, viene da pensare una sola cosa: in Italia il diritto alla salute, sulla carta garantito a tutti i cittadini, è stato cancellato. Il sistema sanitario nazionale, che pure ha costi in linea con gli altri paesi dell’Unione europea, non è più una rete di garanzia universale. E l’accesso ai servizi, con queste liste di attesa, è negato a una parte prevalente della popolazione, mentre è garantito soltanto a chi, grazie a qualche santo in Paradiso, è in grado di scavalcare il calendario delle prenotazioni. Aggiungete poi i costi del ticket (che in alcuni casi portano le prestazioni pubbliche ad essere meno convenienti di quelle private), la spesa per farmaci non rimborsabili (650 euro a famiglia), le uscite per chi ha bisogno della badante (9.000 euro l’anno) o di prodotti monouso come i pannolini e i cateteri (737 euro), e avete un quadro devastante della Sanità italiana. Una macchina che ormai sembra girare più in funzione di chi lavora al suo interno che non degli utenti ai quali dovrebbe essere assicurata l’assistenza a 360 gradi.

Liste d’attesa nella Sanità

D’altra parte gli italiani, popolo adattivo per natura, hanno già preso le loro contromisure. Costosissime. Nell’ultimo rapporto del Censis si contano un 30 per cento di cittadini che fanno ricorso al privato per le mammografie (più un altro 13 per cento che paga il conto in intramoenia), e più o meno queste percentuali si riscontrano in tutte le specializzazioni mediche. E soltanto un terzo degli italiani (l’11 per cento nelle regioni meridionali) considerano “adeguato” il Servizio sanitario nazionale nella loro regione. Mentre il nostro ceto politico continua a discutere, in termini spesso astratti e ideologici, di come bisogna riformare il welfare, i cittadini, a costo di sacrifici finanziari (che poi, certo, incidono anche sulla contrazione dei consumi) stanno archiviando il loro rapporto con la sanità pubblica. Un declino così progressivo non è riconducibile a un problema di risorse finanziarie, altra Grande Bugia nazionale, visto che la spesa pubblica per la protezione sociale in Italia è equivalente a quella della Germania e della Svezia: semmai il problema è l’impiego dei soldi, la qualità della spesa, gli sprechi e le inefficienze.

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Due anni per un intervento di ernia del disco. Nove mesi per una risonanza magnetica e sei mesi per un controllo oncologico. 112 giorni per una mammografia. L’accesso ai servizi, con queste liste di attesa, è negato a una parte prevalente della popolazione, mentre è garantito soltanto a chi, grazie a qualche santo in Paradiso, è in grado di scavalcare il calendario delle prenotazioni

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