Aboliamo la par condicio, è superata, inutile, e decisamente ipocrita

Forse aveva un senso quando nacque, in USA alla fine degli anni Quaranta, quando il mondo delle telecomunicazioni era minuscolo e gestibile, ora che è esploso è totalmente inutile, ipocrita e se serve a qualcosa è solo per nascondere la dittatura delle maggioranze

Achille Occhetto e Franco Busetto, 1966 (Flickr/Camera dei deputati)
23 Gennaio Gen 2018 0745 23 gennaio 2018 23 Gennaio 2018 - 07:45

In una società che si dice democratica come la nostra, poche cose sono più fastidiose e inaccettabili dell'ipocrisia delle strutture e delle autorità: dalla garanzia sulla privacy alla meritocrazia, il mazzo è ricco e vario, e arriva fino a una delle più infelici creazioni pseudo democratiche della storia, relativamente giovane, di questo sistema di governo: la par condicio.

Promossa per la prima volta nel 1949 dalla Federal Communications Commission statunitense — le stessa che un mesetto fa ha votato contro la cosiddetta Net Neutrality, per intenderci — sotto il nome di Fairness Doctrine, in Italia, come molte delle mode made in USA, la dottrina della imparzialità o dell'equità, come la si potrebbe tradurre in italiano, ci ha messo qualche decennio in più ad attecchire e, quando lo ha fatto, nel 2000, ormai negli Stati Uniti era già stata abbandonata da 13 anni.

Il concetto è abbastanza semplice e, almeno sulla carta, anche condivisibile. Il problema è, però, che dal 1949 i tempi sono cambiati e il mondo dei media nel frattempo è passato da essere una pallina da tennis ad essere una supernova. Se in America nel '49 il panorama dell'informazione di massa era dominato totalmente da soli tre attori — ABC, CBS e NBC, le cosiddette Big Three — ora risulta praticamente impossibile anche soltanto delimitarne i confini e quello che era un piccolo mondo semplice si è fatto un universo complicato, variegato, esploso.

Questo è il primo motivo per cui, nel 2018, applicare una legge di par condicio alle comunicazioni, prima ancora di sbagliato, è totalmente inutile, fuori tempo massimo, quasi grottesco. E infatti, come le cose goffe, fa sempre molto ridere assistere agli ultimi giorni di campagna elettorale, quando sui giornali si mettono a parlare di gare di cavalli, mentre tu e i tuoi amici, sui vostri canali social, continuate a pubblicare liberamente sondaggi, intenzioni di voto, materiale da campagna elettorale.

Se abbiamo cominciato con un primo motivo meramente tecnico — semplificabile in: ha senso regolare un mondo piccolo, ma se hai a che fare con un universo fai meglio a lasciarlo libero — è solo perché è il più evidente e, avendoci tutti a che fare ogni giorno, rende più facile arrivare al secondo motivo per cui la par condicio è uno specchietto per allodole o una bella favoletta da raccontare ai bambini prima di andare a dormire: perché in realtà, se vogliamo parlare sul serio, dovremo ammettere che è semplicemente un principio ipocrita, che nasconde le vere ingiustizie e i veri sbilanciamenti sotto un tappeto.

La par condicio nasce per dare le stesse possibilità a opinioni di soggetti che non hanno la stessa visibilità e potenza mediatica. L'esempio più evidente è quello della tribuna politica a cui vengono invitati tutti i candidati e a tutti gli si lascia parlare 5 minuti. Bene, sulla carta sembra una cosa sacrosanta e giusta, perché dà la possibilità all'ultimo dei partiti di poter avere 5 minuti a disposizione su una rete nazionale per parlare del proprio programma, esattamente come ai partiti maggiori.

Ora, se la par condicio avesse un senso, questa pari opportunità dovrebbe vedersi poi nelle urne, almeno un pochino. Nel senso che, se faccio parlare cinque minuti Peppino Stocasso di Stocasso For President e poi, per altri cinque minuti, faccio parlare il candidato del primo partito nazionale, se avessero realmente le stesse opportunità, almeno una volta nella storia delle elezioni di tutto il mondo il povero Peppino avrebbe preso più dei 7 voti di amici e parenti che regolarmente prende. Eppure no. Non succede mai. Perché? Semplice, perché la vera par condicio è dare a tutti le stesse condizioni di partenza, non la stessa visibilità e lo stesso tempo da spendere in chiacchiere.

È un po' come, per usare una metafora più accessibile, se alle elezioni si sfidassero in un quadrangolare Milan, Juve, Inter e Casal Pistolino e noi, applicando soddisfatti la nostra par condicio, fossimo convinti di aver dato a tutte e quattro pari opportunità semplicemente facendole giocare le une con le altre nella stessa arena. È chiaro però che così non è, perché per quanto il Casal Pistolino possa crederci fino alla morte, le altre squadre sono lontane anni luce. E il Casal Pistolino se lo mangiano a colazione.

Tornando alle elezioni, una legge che tutela la par condicio che si limita a dare la stessa visibilità su alcuni media è ridicola, prima che ipocrita. Perché se veramente l'obiettivo fosse quello di far giocare alla pari tutte le idee e i partiti politici che si presentano alle elezioni, allora si dovrebbe lavorare sulle risorse a disposizione delle forze in campo.

Perché sarà anche emozionante avere un contraddittorio con Berlusconi se sei Peppino Stocasso, ma non servirà certo a evitare che alle elezioni ti asfalterà. Perché non è certo in quei cinque minuti di tribuna politica, né negli spazi televisivi o giornalistici in cui è ospite nelle settimane che precedono il voto, che Berlusconi stacca di milioni di voti il povero Peppino, simbolo suo malgrado di tutte le minoranze. È solo che anche il totem della par condicio, come quello della meritocrazia, è un tappeto sotto cui nascondere la realtà, sempre più classista, un mondo in cui le posizioni dominanti sono e saranno sempre le più dominanti.

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