Socialdemocratici

La polarizzazione politica in rete? Incattivisce una società in cerca di identità

Con l’arrivo di internet le persone hanno trovato in rete e sui social un modo per compensare la scomparsa di centri identità ben definiti: lavoro e famiglia, sempre più precari, vengono sostituiti da identità virtuali fortissime

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da Flickr, di afri.

23 Gennaio Gen 2018 1225 23 gennaio 2018 23 Gennaio 2018 - 12:25

In politica non è raro assistere a una contraddizione: da un lato si nota una crescente indifferenza da parte delle persone sempre meno propense a votare, dall’altro è evidente una forte polarizzazione. Quest’ultima di solito non è salutata con favore ma in realtà presenta sia risvolti negativi che positivi.

In Usa la polarizzazione è particolarmente evidente. Lo scorso 23 ottobre il Pew Research Center[1] ha pubblicato un resoconto sul fenomeno, unendo i dati dal 1994 a oggi. In tutto l’arco di tempo considerato agli intervistati sono stati sottoposti dieci quesiti su vari argomenti per valutare l’atteggiamento conservatore o liberale rispetto a essi. Alla base del sondaggio c’era anche l’obiettivo di quantificare il numero di persone con tendenze sia conservatrici che liberali, proprio per esaminare la polarizzazione nella società americana. Ebbene, nel 1994 solo il 64% dei repubblicani si collocava su posizioni più estreme rispetto all’elettore democratico medio e solo il 70% dei democratici risultava più liberale del repubblicano medio. E 24 anni fa il 23% dei repubblicani aveva posizioni più aperte dell’elettore democratico medio, mentre il 17% dei democratici si era dichiarato più conservatore del repubblicano medio.

Oggi invece le differenze sono marcate: l’elettore tipo di destra è più conservatore del 97% dei democratici, mentre l’elettore medio di sinistra è più liberale del 95% dei repubblicani e solo un terzo degli americani mostra posizioni sia di chiusura che di apertura a seconda dei temi trattati.

Tempo fa è stata identificata anche una particolare tipologia di polarizzazione denominata partyism e definita da Cass Sunstein come una reazione quasi istintiva di avversione nei confronti di chi si riconosce nella fazione politica opposta alla propria. Secondo alcune ricerche condotte alla Stanford University l’appartenenza a un partito anziché a un altro possono infatti condizionare le relazioni sociali, le scelte lavorative e non solo.

Sunstein è andato oltre, e ha riscontrato che durante i periodi di campagna elettorale e di una accentuata forte pubblicità politica negativa vi è un aumento dell'atteggiamento considerato. Vi è inoltre un altro fattore che lo favorisce ed è fornito dall’ambiente frammentato dei social media. Il partyism è solo una declinazione della polarizzazione. Abbiamo fatto riferimento agli Usa ma non è difficile notare analoghi fenomeni anche dalle nostre parti. Se il dibattito pubblico diventa acceso e si presta a essere l’occasione per dividersi in gruppi contrapposti, chi è portatore di posizioni più equilibrate o moderate, con molta probabilità sarà ancora più restio a prendere parte al confronto. Eppure, come accennato all’inizio la polarizzazione può avere anche degli inopinabili aspetti positivi, quelli evidenziati sul Financial Times[2] dello scorso 18 gennaio da Simon Kuper.

Un tempo le persone potevano contare su identità ben definite: le offriva la famiglia, il lavoro e tutta una serie di condizioni che oggi sono precarie. Sempre più spesso si vive da soli e non in nuclei familiari e altrettanto di frequente si cambia lavoro, trovando colleghi sempre nuovi. L’incertezza costante che caratterizza le nostre esistenze non consente di avere una precisa identità, quest’ultima appare debole e mutevole. Ecco allora che la polarizzazione con le sue differenze marcate, riesce a colmare questa lacune. Chi si ritrova in gruppi contrapposti sa quello che non accetta, sa quali valori non condivide e soprattutto sa cosa lo differenzia dagli altri. Non solo, le interazioni con chi la pensa come lui, gli offrono una piccola comunità di riferimento dove non ci si sente soli perché si ha qualcosa da condividere.

Kuper naturalmente ricorda che spesso proprio i social media sono accusati di far isolare le persone ma a soffrire maggiormente di solitudine è chi ha più anni alle spalle, mentre a navigare sono soprattutto i giovani. Ed in rete si costruisce in maniera più o meno inconsapevole la propria identità. Si iniziano a seguire pagine con finalità evidenti, ci si iscrive a gruppi creati intorno a interessi specifici, ogni utente aggiunge etichette e definizioni che contribuiscono a scrivere una sorta di personale descrizione virtuale.

In breve, la politica fornisce il pretesto per dividersi in gruppi o tribù, i toni accesi del dibattito online accentuano la polarizzazione che ci fa rinchiudere in spazi virtuali frequentati da chi la pensa come noi e rende ancora più estreme le nostre opinioni iniziali. Tuttavia, questo rafforza la nostra identità e ci offre un gruppo di riferimento, facendoci sentire meno soli in una società frammentata. Non accade spesso di rintracciare aspetti positivi della polarizzazione e il paradosso è notevole. L’identità collettiva un tempo fornita dai corpi intermedi trova un suo surrogato virtuale, un facile appiglio in una società parcellizzata dove è frequente sentirsi spaesati.

La polarizzazione dunque ha anche un volto bonario, la sensazione però è che non ci si possa definire per difetto, che non ci si possa accontentare di capire cosa non si è, altrimenti la propria identità rischia di limitarsi alla mera contrapposizione a qualcosa. Questa è una soluzione a portata di mano ma fallace e forse si tratta dell’ennesimo segnale della necessità di ricostruire i corpi intermedi.

[1] http://www.pewresearch.org/fact-tank/2017/10/23/in-polarized-era-fewer-americans-hold-a-mix-of-conservative-and-liberal-views/

[2] https://www.ft.com/content/89f16688-fb15-11e7-a492-2c9be7f3120a

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