Le classifiche radiofoniche sono l’Apocalisse dell’industria musicale

Artisti come Emma, tra i primi nei passaggi radiofonici ma invisibili in tutte le altre classifiche. Le radio vivono in una dimensione parallela, staccata dalle vendite. Segno che l’industria musicale è all’Armageddon

Radio Linkiesta
23 Gennaio Gen 2018 0740 23 gennaio 2018 23 Gennaio 2018 - 07:40

Immaginate la scena finale del film Suburra. Che ovviamente andrò ora a descrivere, compiendo il più classico degli spoiler, forte del fatto che parliamo di qualcosa ormai di dominio pubblico da tempo, e se non l'avete visto, converrete con me, non è certo colpa mia.

È notte. E piove. Ma la pioggia non ce la farà, non potrebbe farcela neanche si trattasse di un nuovo Diluvio Universale, a lavare tutto lo sporco che abbiamo visto nel corso del film.

Comunque piove.

Il capo degli zingari è stato da poco sbranato dal suo pitbull. Il politico corrotto ha capito che è finita, nel momento in cui è stato rimbalzato come uno qualsiasi dal premier, per altro dopo aver affrontato vis a vis la ggente, fatto che quantomeno gli ha fatto attribuire un minimo di carattere. Il protagonista viene ucciso, nella pioggia, dalla tossica. Lui steso in una enorme pozzanghera è l'ultima immagine.

L'armageddon, verrebbe da dire, ma senza Liv Tyler che piange mentre suo padre canta come solo lui sa fare, in sottofondo.

Bene.

A guardare cosa sta succedendo oggi nella musica italiana sembra di essere esattamente in quei frame lì. A scelta. O nella gabbia del pitbull che si sbrana il proprio padrone. O nel viso disperato di Favino che vede la sua imminente fine, mentre la folla inferocita lancia monetine. O in un cadavere caduto in una pozzanghera. Piove. È notte.

Perché per arrivare a tutto questo, almeno per un po', tutte quelle facce lì, sotto il sole, hanno fatto un po' quel che volevano, nell'omertà e nella sfacciataggine. Hanno abusato del proprio piccolo potere. Hanno esagerato. Hanno pensato, invogliati dal silenzio degli altri, che tutto fosse possibile. Così è stato. Così, al momento, sembra non essere più. Così, si suppone, presto tornerà a essere.

Cosa sta succedendo, vi chiederete legittimamente, perché in fondo si sta parlando di musica, mica di Ostia e dei Casamonica. E non stiamo neanche parlando di un mercato sufficientemente ricco da dar adito a dinamiche malate e anche divertenti come quelle che vedevano John Travolta e Uma Thurman muoversi nel film Be cool, qui siamo in Italia e stiamo parlando della periferia delle periferie dell'impero.

Succede che al momento l'anarchia è scoppiata e, lo scrive un anarchico, la cosa ci fa rimpiangere una dittatura ferrea, di quelle che prenderebbe gente come chi scrive e lo manderebbe ai lavori forzati alle cave di Carrara.

Dopo che per qualche mese, forse un anno buono, ci è stato detto che tutto era cambiato, che lo streaming dimostrava come anche da noi, in Italia, nell'Italia di Sanremo e di Mina e Celentano, la musica era cambiata, col trap a dettarla da padrone, con la Dark Polo Gang a fare le scarpe a Zucchero, con Ernia a soffiare il primato a Biagio Antonacci (magari non era Ernia, ma Izi, o Mostro, o Rkomi, ma ci siamo capiti), ecco che un colpo di spugna ordito dal Tavecchio della discgorafia italiana, Enzo Mazza, CEO della FIMI, ha riportato le cose come stavano. Come se invece che alla guida dell'associazione dei discografici il nostro guidasse il Tardis, e fosse quindi capace, come Doctor Who, di tornare indietro nel tempo. Colpo di cancellino, immagine decisamente indietro nel tempo in un'epoca di LIM, e eccoci con Mina e Celentano che tornano in Top 5 e la Dark Polo Gang che fa il suo esordio in settima posizione (il precedente era balzato dritto in prima), per poi scivolare al diciannovesimo posto già alla seconda settimana. Nel mentre, è chiaro, su Spotify succede ben altro, visto che lì si parla di traffico e non di vendite. Andando poi a impattare su di un nome, uno dei pochi, come Salmo, per altro della stessa scuderia, capace di mettere d'accordo acquirenti del fisico (o del digitale, ma non del liquido liquido) e quelli dello streaming, leggi alla voce Nitro Wilson, capace di piazzare undici brani nei primi venti di Spotify e di sfilare di mano il primato in FIMI alla Michielin, lì in una terra di nessuno che non primeggia né sul fisico né altrove. Ma è una eccezione riconosciuta come tale. Nel mentre, e due, album che per tutta la seconda metà del 2017, cioè in quella fase in cui lo streaming gratuito pesava nelle charts, come Album di Ghali, o anche il fenomenale, per numeri, Faccio un casino di Coez, scivolano in classifica FIMI, non solo e non tanto per il passare delle settimane, quanto perché sostenuti prevalentemente, se non esclusivamente, da Spotify.

Succede che le radio, i network, arrivino a nomi che nel mentre hanno milioni di views, di streaming e di followers, fuori tempo massimo. Spesso non ci arrivano proprio, cieche. E allora vediamo nomi in alto nelle classifiche di passaggi radiofonici, ma quei nomi non compaiono né nelle classifiche FIMI né in quelle di Spotify, come se si stessero giocando tre partite differenti, e non lo stesso campionato

Così ci troviamo a guadare due classifiche, FIMI e Spotify, che mostrano andamenti assai differenti, l'una più anziana, l'altra più illusoriamente giovanilista. Intendiamoci, anziana se non si tengono in conto i vari figli dei talent, che a volte ottengono buoni risultati, si vedano i vari Riki e Maneskin, grazie a una serie ininterrotta e capillare di firmacopie, che li portano a vendere al dettaglio migliaia di copie, in cambio di un bacio e un selfie.

Ma non basta, perché poi c'è anche la classifica dei passaggi radiofonici. E qui torniamo alla scena finale di Suburra.

La notte.

La pioggia.

Per anni abbiamo assistito alle radio che spadroneggiavano in discografia. Se non passavi per certi network non esistevi, eri letteralmente morto, bye bye. Al punto che in molti hanno guardato all'indie proprio come a una speranza, perché quei nomi lì, sembrava, stessero vivendo di vita propria, lontano da quelle logiche (dico sembrava perché poi sono finiti tutti in quegli ingranaggi, per altro ben felici di finirci). Inutile raccontare ora questa faccenda già nota e arcinota, i radiofonici sono diventati prima editori e poi discografici, hanno iniziato a tenere in casa tutta la filiera, finendo per fare il mercato, o quantomeno per influenzarlo pesantemente. Come se solo dalle radio potesse uscire un successo, potenza dell'etere.

Bene, Spotify ha vestito i panni di Elio Germano, ha preso la radio e l'ha infilata nella gabbia del pitbull, lasciando che la sbranasse. Così succede che le radio, i network, arrivino a nomi che nel mentre hanno milioni di views, di streaming e di followers, fuori tempo massimo. Spesso non ci arrivano proprio, cieche. E allora vediamo nomi in alto nelle classifiche di passaggi radiofonici, ma quei nomi non compaiono né nelle classifiche FIMI né in quelle di Spotify, come se si stessero giocando tre partite differenti, e non lo stesso campionato. Si vedono tentativi, goffi, di provare a parlare linguaggi sconosciuti, come se uno decidesse di lavorare in rete, ma poi finisse per stampare le schermate per guardarsele di carta.

In tutto questo sfugge dove sia il business. Lo streaming, che a livello di numeri è quello che muove sicuramente più interazioni col pubblico, anche perché gratuite, non genera economie al momento rilevanti. Le vendite si contano ormai sulle punte delle dita, letteralmente. Il download è un po' come il BlueRay, buono neanche per i mercatini dell'antiquariato la domenica mattina. Come dire, le classifiche iTunes sono naif, buone giusto per farci un post sui social, ma non sono in realtà testimoni di nulla, come del resto gli addetti ai lavori seri si sono detti già da anni. Le radio fanno un loro discorso, che però sembra scollato dalla realtà. Per fare un esempio di cui si è già detto altrove, L'isola di Emma. Uscito il 5 gennaio, è entrato in vetta alle classifiche di iTunes, facendo gridare al miracolo. Però presto è iniziato a scivolare, al punto che, a due settimane, è praticamente uscito dai primi centocinquanta. Su Spotify si è mosso subito male, e infatti è oltre i duecento, visibile solo a chi è dotato di occhiali a raggi infrarossi, di quelli che si vendevano con certe rivistine Pulp con la garanzia che ci avrebbero permesso di vedere le nostre compagne di classe nude. Nella classifica FIMI è entrata al settimo posto, non certo un successone, ma è poi scivolata al novantaduesimo posto dopo una settimana, pronta a interpretare il ruolo di zombie nella prossima stagione di The Walking Dead. Nonostante tutto questo sfacelo, nella classifica dei passaggi radiofonici L'isola è quarta, come se niente fosse, come se ci fosse, più che altro, un pubblico interessato a sentirla (pubblico evidentemente interessato a sentirla solo in radio, vista la catastrofe in corso nelle altre classifiche).

Insomma, lo sfacelo. L'armageddon. La scena finale di Suburra, con tutti che muoiono nella pioggia. Di notte. Noi, asciutti e al sicuro, siamo dall'altra parte dello schermo, i pop corn ormai finiti e le birre un po' calde. Ma almeno siamo vivi. O così crediamo.

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