Riforma dell'Euro: Francia e Germania decidono da sole, l’Italia dorme (e si fa del male)

Il metodo con cui Francia e Germania stanno imponendo la loro visione dell’Europa di domani dovrebbe far storcere il naso a tutti, europeisti e non. Eppure, in Italia, tutto tace. Finirà come per i parametri di Maastricht e col Fiscal Compact: che ci sveglieremo dopo, quando non serve a nulla

Macron Merkel Linkiesta

PARIGI. Angela Merkel ed Emmanuel Macron, nella conferenza stampa congiunta in occasione delle celebrazione del 55esimo anniversario del Trattato dell’Eliseo, lo scorso 19 gennaio

Handout / Presidence de le République Francaise / AFP

23 Gennaio Gen 2018 0755 23 gennaio 2018 23 Gennaio 2018 - 07:55

«Giugno o nulla». Questi i termini con cui il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire ha parlato della riforma dell’Eurozona di cui stanno discutendo da alcune settimane Francia e Germania. L’ha fatto in un’intervista a Politico.eu che andrebbe fatta leggere ad alta voce obbligatoriamente a tutti i leader politici che partecipano in questi giorni a programmi, dibattiti, talk show televisivi. Per poi far loro una sola domanda: e noi che si fa?

No, perché Le Maire dice cose, in questa intervista, che dovrebbero metterci un po’ in ansia. Dice che Francia e Germania stanno andando spedite come un treno, che «i team di tecnici di ciascuno dei due Paesi stanno già lavorando su questioni specifiche», che «questo non è lo stesso tipo di discussioni che abbiamo avuto in passato. Non stiamo parlando di idee generali, stiamo guardano ogni dettaglio tecnico per dar vita a un vero e proprio accordo».

Riassunto delle puntate precedenti. È il 3 febbraio del 2017, mentre noi siamo ancora nel limbo post referendario, che Angela Merkel inizia a parlare, dopo il vertice di Malta, di un futuro europeo a differenti velocità. Ed è il 26 settembre dello stesso anno, il giorno in cui il presidente francese Emmanuel Macron, pronuncia alla Sorbona un discorso che inizia con queste parole: «Sono venuto a parlarvi d’Europa». Niente supercazzole sullo spirito di Ventotene: in quel discorso, molto, forse pure troppo ambizioso, Macron delinea la sua visione della riforma della zona Euro. Vuole un ministro delle finanze europeo, che sia responsabile di un budget comune europeo e che guidi un’agenzia in grado di emettere bond europei che finanzino grandi investimenti pubblici europei e che possano ammortizzare future crisi economiche.

I tedeschi, senza governo dal 24 settembre - due giorni prima del discorso di Macron - vogliono altro. Sono riluttanti a condividere un budget con con gli altri diciannove Paesi della zona Euro, timorosi al solito che dietro ai grandi proclami si nascondano le pensioni greche e i forestali siciliani. E non piace loro nemmeno l’idea di condividere debito e tassi d'interesse con i Paesi mediterranei. Si tratta, insomma, tra Parigi e Berlino e l’intervista di Le Marie è un pezzo di questa trattativa: Parigi sa che giocare senza la Cancelliera formalmente in carica è un vantaggio formidabile per far passare le sue proposte. Berlino sa che il tempo gioca a suo favore e potete scommettere che lo userà tutto, facendo finta di abbandonare il tavolo tutte le volte che vorrà.

Domanda: chi come Renzi, per anni, ci ha rotto le scatole sul fatto che andassero battuti i pugni sul tavolo a Bruxelles per un decimale di Pil di deficit in più non ha nulla da dire su questo metodo? E chi come Di Maio dice che l’Euro non è più una maledizione perché l’asse franco tedesco è molto più debole, ha idea del mondo in cui vive? E Silvio Berlusconi, che fu defenestrato da una risatina tra Merkel e Sarkozy a seguito del Consiglio Europeo del 23 ottobre 2011 che ha da dire? E Salvini? Dorme?

Quel che tuttavia dovrebbe preoccuparci, a noi che siamo la terza economia, il terzo padre fondatore dell’Unione, è che a quanto dice Le Maire, Parigi e Berlino verranno a comunicarci quel che hanno discusso a negoziato concluso. Lo scrive nero su bianco anche Politico, che definisce “apologetico” il metodo che l’Eliseo e la Bundeskanzleramt hanno scelto per la madre di tutte le riforme: prima si discute tra Francia e Germania. Poi si comunica a Italia e Spagna. E alla fine la riforma dovrà essere approvata e adottata dagli altri quindici Paesi membri.

Vi presumiamo - almeno voi - abbastanza svegli per cogliere il punto dell’intera questione. Che la riforma dell’Eurozona sarà figlia unica di un faticosissimo compromesso tra Parigi e Berlino. E che gli altri diciassette Paesi potranno dire solamente Sì o Sì. Domanda: chi come Renzi, per anni, ci ha rotto le scatole sul fatto che andassero battuti i pugni sul tavolo a Bruxelles per un decimale di Pil di deficit in più non ha nulla da dire su questo metodo? E chi come Di Maio dice che l’Euro non è più una maledizione perché l’asse franco tedesco è molto più debole, ha idea del mondo in cui vive? E Silvio Berlusconi, che fu defenestrato da una risatina tra Merkel e Sarkozy a seguito del Consiglio Europeo del 23 ottobre 2011? E Salvini?

No, perché noi che europeisti lo siamo davvero - e pure sinceri ammiratori di Merkel e Macron - qualche dubbio su questo metodo testosteronico e un po’ ricattatorio di Parigi e Berlino abbiamo più di una riserva. Il dubbio è che loro, i nostri strenui difensori dell’orgoglio e della sovranità italiana, abbiano invece molto più interesse a far andare Parigi e Berlino avanti per la loro strada, incapaci e strutturalmente impreparati a proporre qualsiasi alternativa in merito, per poi accusarli di ogni nefandezza - i perfidi tecnocrati di Bruxelles, i tedeschi che ci odiano, i francesi che ci comprano - quando saremo, per colpa nostra, nel solito mare di guai. Lo diciamo con cognizione di causa: è già successo con i parametri di Maastricht, con la fissazione della parità di cambio Lira/Euro, con il Fiscal Compact e con il bail in. Qualcosa ci dice succederà ancora.

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