“Io sono io, e voi non siete un cazzo”: Sfera Ebbasta è il nuovo marchese del Grillo

Dollari, droga e mignotte. L'ultimo album di Sfera Ebbasta ci insegna che il rapper milanese è in realtà un Marchese del Grillo fuori tempo massimo

Sfera Ebbasta
25 Gennaio Gen 2018 0755 25 gennaio 2018 25 Gennaio 2018 - 07:55

Cosa accomuna il marchese Onofrio del Grillo, nobile romano alla corte di Papa Pio VII, e Gionata Boschetti, rapper italiano noto come Sfera Ebbasta? Il marchese è un ricco proprietario terriero che può permettersi di sperperare il suo patrimonio frequentando bettole e osterie, mentre il rapper spende i soldi con gli amici in un privée, ma non gli basta, e allora dice: “Fanculo il Moët, prendiamo tutto il bar” (Rockstar). E se il nobile inganna il tempo seducendo donne sposate, all’altro piace “passare la notte con tipe di altri paesi” (Xnx) e racconta che: “Lei si sfila i jeans, poi li sfila a me. Lancio i soldi in aria, anche oggi sono il re” (Ricchi x Sempre). Vite parallele? Lo stesso desiderio di stupire e scandalizzare il pubblico? C’è una frase che, pur essendo espressa in forma chiara solamente dal marchese (che la rubò al poeta Gioacchino Belli), è tuttavia implicitamente suggerita dai testi di Rockstar, il nuovo album di Sfera: “Io sono io, e voi non siete un cazzo”. Procedendo nell’ardito accostamento, ciò che mi preme mettere in rilievo è la relazione particolare tra arte e verità, persona e personaggio. Il marchese è certamente un personaggio, una maschera che Alberto Sordi indossò ispirandosi al vero Onofrio del Grillo, alto dignitario pontificio che la fantasia del popolo aveva trasformato in un gaudente libertino, sebbene sulla storicità delle sue imprese esistano oggi fortissimi dubbi. Quanto a Gionata Boschetti, fino a pochi anni fa era un ragazzo che bazzicava le strade della periferia di Milano, tra sacchi d’immondizia, motorini che sgasano e lo spaccio sotto i palazzi. In un posto così, senza lavoro e senza voglia di studiare, i giovani hanno poche alternative e tutte deprimenti: o passano la vita sui muretti e poi nei bar, o finiscono in galera o in una comunità di recupero per alcolisti e tossicodipendenti. Triste storia. Se fosse yankee, sarebbe una di quelle storie di sconfitte e rivalse che piacciono a registi come Ben Younger, e Gionata sfogherebbe la sua rabbia in una squallida palestra, tirando pugni a un sacco e coltivando il mito di Vinnie Pazienza, il pugile italo-americano passato indenne attraverso abusi d’alcol, violenza domestica, arresti vari, e diventato campione del mondo dei pesi leggeri e superwelter. Invece scelse il rap, e con le rime sparate a raffica e l’autotune, è riuscito a prendersi la sua rivincita. Oggi Sfera parla di soldi, di quanti ne fa e di come gli stiano cambiando la vita: “Quattro in mate ma ora faccio i conti. Apro conti, fra’, divento un conte” (Tran Tran). È un fatto normale e, in un certo senso, contribuisce alla creazione del mito. Sono anni che i rapper americani girano attorno a tre argomenti: dollari, droga e mignotte. Ed è un trittico da sballo che piacerebbe anche al marchese, seppure un po’ addolcito: scudi, vino e belle popolane.

La storia della musica rock ha sempre visto l’Italia in posizione di netta subalternità creativa rispetto alla scena statunitense, ma oggi Sfera sostiene di non subire alcun complesso d’inferiorità. Ha un’alta opinione di sé stesso e può permettersi di dire ai giornalisti: “Se l’artista primo in classifica in America ascolta Sfera Ebbasta, non dice Cosa è sta roba, ma capisce che il livello è alla pari”. E i colleghi li liquida così: “Tu non sarai mai come me, eh. Con questi rapper io ci faccio un frappè” (Rockstar). A questo punto la domanda nasce spontanea: Ci è o ci fa? Un suo pezzo del 2016, intitolato BHMG, contiene alcune strofe rivelatrici: “Ho inventato tutto, è tutto falso/ Sfera Ebbasta è solo un personaggio/ Sono stonato, non so rappare/ Che posso dire, scusate mi spiace”. Un cocktail di autoironia e provocazione. I rapper ci sono e ci fanno sempre, per giunta mentendo e dicendo la verità nello stesso tempo. E sapete qual è il segreto che li rende acrobati dell’esserci e del farci? Rimanere sospesi tra verità e menzogna, come equilibristi sulla fune. Diceva Picasso: “L’arte è una menzogna che ci insegna ad afferrare la verità che come uomini siamo in grado di afferrare. L’artista deve sapere in che modo può convincere gli altri della verosimiglianza delle sue bugie. Se in un’opera mostra soltanto di aver cercato e ricercato il modo di esporci le sue menzogne, non riuscirà mai a combinare niente”. L’artista è un imbroglione sacro, e non fa differenza se scrive o dipinge, recita o suona.

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