Mission: Impossible, ricostruire le regole dei giochi dell’antichità

Anche i popoli del passavano si divertivano, tirando i dadi e spostando le pedine. Erano giochi di fortuna e di strategie, con regole che però non ci sono state tramandate. E oggi di fronte a quelle tavole si resta perplessi e non si sa mai che mossa fare

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da Wikimedia

25 Gennaio Gen 2018 0745 25 gennaio 2018 25 Gennaio 2018 - 07:45

Si può giocare a Monopoli senza conoscere le regole? Sembra difficile. Soprattutto se si ha solo la plancia (cioè il tavolo da gioco) e qualche pedina. O anche: si può giocare a Cluedo avendo a disposizione solo la candelina? No, certo che no. E nessuno, del resto, ci proverebbe: si resterebbe smarriti, in mezzo a tentativi senza riscontro e dadi lanciato a caso. Una situazione spiacevole, strana ai più ma ben nota a tutti gli studiosi di storia dei giochi da tavolo. Eh sì, professori universitari che passano la vita a cercare di ricostruire le regole di giochi scomparsi da secoli.

Ultimo caso, una tavola da gioco trovata durante uno scavo (accidentale: volevano costruire un parcheggio) a Poprad, in repubblica Slovacca. Era custodita, insieme a molti altri oggetti, nella tomba di un antico capo germanico del IV secolo. Si tratta di un ripiano diviso in quadri, come una scacchiera, 17 caselle per 18, con una manciata di gettoni bianchi e neri vicino. Cosa è? La dama? Il suo antenato?

Non è facile scoprirlo. Anzi, in molti casi è proprio impossibile. Insieme alla loro civiltà, i popoli antichi scomparsi hanno portato con sé anche i segreti dei loro giochi da tavolo. Un esempio per tutti? Latrunculi. Un celebre gioco molto in voga ai tempi dell’antica Roma: è per due persone, prevede l’utilizzo di un ripiano a scacchiera (anche se la divisione del campo cambia: o è 7 per 8, o 8 per 8, o addirittura 8 per 12), e, con ogni probabilità, è un gioco di strategia militare. Ma come funziona? Mistero.

Alcuni studiosi cercano indizi nella letteratura. Ma, come si scrive qui, sarebbe come desumere le regole degli scacchi dagli scritti di Nabokov. In altre parole, se ne ricava molto poco. Nel caso in questione, Ovidio nel suo Ars Amandi raccomanda all’amante di agire “come il giocatore di latrunculi, cioè con abilità e cautela”. Marziale dice di più: “Se giochi il gioco di guerra dei ladruncoli questi pezzi di vetro saranno i tuoi soldati e i suoi nemici”. Interessante, ma niente più che l’espressione dei principi base del gioco.

Alcuni, però, non si sono scoraggiati e hanno provato lo stesso a re-inventare il gioco. Ci sono tante pedine (lo si dice in un testo latino), si segue una tattica come in una sorta di risiko, ma su tutto il resto regna l’incertezza. Chi comincia? Quante mosse a testa ci sono? È possibile “suicidare” i propri soldati per portare a termine una tattica? Non si sa. E del resto, è difficile da immaginare che un gioco così diffuso (Africa del Nord, Italia, Grecia, colonie) e di lunga durata (secoli e secoli) possa avere avuto un set di regole chiaro e definitivo. Avrà conosciuto tante varianti, alcune di maggior successo rispetto ad altre, e poi filiazioni e spin-off.

Ricostruirle è come rileggere le scritte sull’acqua, o rimodellare le forme delle nubi, o contare le gocce di pioggia cadute nel tempo. Rimane solo l’immaginazione, per ricostruire le migliaia di battaglie vinte, e perdute, sui quei campi immaginari. Scomparse, come tutti quei piccoli campioni che, allora come oggi, si accontentano di vincere al bar per ritenere soddisfacente, nei limiti, la propria esistenza.

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