"Davos? Buona solo per andare con la slitta", parola di Robert Louis Stevenson

Lo scrittore scozzese passò nel centro svizzero due inverni per ragioni di salute. Pensò solo a scrivere (finì "L’isola del tesoro") e ad andare sulla neve, da solo e di notte

Stevenson Davos
27 Gennaio Gen 2018 0745 27 gennaio 2018 27 Gennaio 2018 - 07:45

“Soffocante e deprimente”. “Spiacevole”. “Chiusa tra le montagne, ha un effetto-prigione”. Queste alcune delle parole con cui lo scrittore scozzese Robert Louis Stevenson descriveva Davos, allora isolata località svizzera indicata per i malati ricchi di tutta Europa (lo sa anche Thomas Mann), oggi sempre località svizzera, ma meno isolata perché ogni anno ospita il World Economic Forum, con tutte le celebrità dell’economia e della politica mondiale. Sempre di ricchi si tratta, comunque.

Stevenson era un habitué: soggiornò sulle Alpi svizzere per due inverni, tra il 1880 e il 1881 (novembre-aprile) e tra il 1881 e il 1882. La prima volta dovette partire in anticipo rispetto a quanto programmato perché il figlio della moglie, Fanny, era morto. La seconda volta si dedicò, quasi in modo completo, alla scrittura. Risalgono al suo secondo inverno in Svizzera alcune opere fondamentali: finisce L’isola del tesoro, per esempio (e pensare a quelle spiagge e a quei mondi caldi, lui che era costretto dalla neve e dal gelo, lo faceva soffrire), comincia Silverado Squatters, raccoglie le idee per le Nuove Notti Arabe (sempre mondi esotici), oltre a saggi e articoli in quantità, tra cui alcuni incentrati proprio sulle proprietà curative delle montagne svizzere.

Per il resto, si annoiava. Odiava quei posti, aveva antipatia per gli altri convalescenti, e due soli erano i suoi divertimenti, tra quelle nevi e quel silenzio: uno era la macchina da stampa portatile del figliastro Lloyd, con cui giocavano a fare inviti e cartoncini. Stampavano racconti e poesie – e Lloyd anche altro materiale, come volantini, per farci qualche soldo. L’altro era scendere con la slitta: “Il modo migliore per farlo è di notte e da soli. Prima viene la fatica, cioè salire trascinandosi dietro il proprio strumento, poi serve uno spazio ampio, solitario, innevato, tra i pini, freddo, silenzioso e solenne. A quel punto si spinge, e la slitta parte: comincia a sentire la discesa, scivola, nuota e galoppa”. Tempo un istante “si è fuori dal bosco di pini e, sopra la tua testa, splendono e girano le stelle”.

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