La verità è che gli scrittori fanno una vita terribile

Le presentazioni dei libri sono eventi tanto tragici quanto inevitabili. Eventi dal finale a volte incerto, altre inaspettato, sovente disastrosi. E non bastano le buone intenzioni

Scrittori Linkiesta
27 Gennaio Gen 2018 0745 27 gennaio 2018 27 Gennaio 2018 - 07:45

Le presentazioni dei libri sono notoriamente croce e delizia di chi scrive. Non c’è scrittrice o scrittore – dalla brillante promessa al venerato maestro, passando per l’enorme caravanserraglio di soliti stronzi – che non abbia almeno un trauma a riguardo. Dopo la serata “Mirto con l’autore” al Festival delle storie di Gavoi 2017, tra infiniti giri di bicchierini per gli autori invitati a raccontare sul palco i momenti più imbarazzanti della loro vita e per il nutrito pubblico di appassionati (o alcolizzati) seduti ad ascoltare, è nata la voglia di raccogliere aneddoti e riflessioni su quegli eventi tanto tragici quanto inevitabili che sono le presentazioni dei libri. Eventi dal finale a volte incerto, altre inaspettato, sovente disastrosi. Nonostante le migliori intenzioni.
Dopo il primo racconto di Matteo B. Bianchi, è la volta di Marco Cubeddu.

Diciamocelo un po’ chiaramente

Diciamocelo un po’ chiaramente: nessuno pensa che fare lo scrittore sia un mestiere pericoloso. Fare l’agente della CIA è un mestiere pericoloso. Fare l’artificiere è un mestiere pericoloso. Fare l’assaggiatore del papa è un mestiere pericoloso. Fare lo scrittore, non lo è. Certo, tutti gli scrittori hanno visto Misery non deve morire (no, non tutti letto, ma almeno visto sì) e si sono baloccati col pensiero che, da qualche parte, nel mondo, ci siano fan sfegatate disposte a tutto per amor loro e dei loro libri. Ma se guardassimo il tasso di morti sul lavoro e stabilissimo, che so, che i manovali in nero sono al vertice della classifica dei lavoratori a rischio, potremmo ragionevolmente affermare che gli scrittori stanno dalla parte opposta, tra i mestieri più sicuri del mondo. Le ipotetiche fan maniache, ammesso che esistano, normalmente danno la caccia agli scrittori di successo, quindi la maggior parte di noi potrebbe sentirsi dannatamente al sicuro. Ma per bullarci con gli amici che fanno i pompieri e i divulgatori scientifici contro le superstizioni grilline, per fortuna ci vengono in soccorso le nostre tendenze suicide. Perché, lo sappiamo, scrittori e poeti tendono a farsi fuori con allarmante determinazione: Sylvia Plath, Hunter Thompson, Virginia Woolf, Cesare Pavese, Ernest Hemingway, Vladimir Majakovskij, David Foster Wallace… In fin dei conti, rimestare nel torbido delle loro esistenze, sentirsi connessi, con il profondo senso di vuoto che si cela dietro a ogni esperienza umana, è precisamente il loro mestiere. E se per mestiere senti così profondamente sfuggirti il senso della vita a ogni parola con cui cerchi di acciuffarlo, beh, un pensierino sul farla finita con questo cazzo mestiere e con la vita in generale ce lo fai per forza.

In quella che, pur nella sua brevità, posso considerare la mia esperienza professionale, mi sono convinto che, nella grande partita tra il vivere e il morire di scrittura, le presentazioni dei libri giochino un ruolo fondamentale. Nel senso che, se sei già lì lì per farlo, avvoltolato nelle tue riflessioni apocalittiche, ben pasciuto nel tuo sconforto esistenziale, prigioniero dei tuoi dubbi ossessivi (“dove ho sbagliato stavolta? È colpa dell’editore, dei lettori, o è tutta mia?”, “Quand’è che vivrò una vita da adulto presentabile?”, “Come pagherò la comportamentista questa settimana?”), ti capita la presentazione sbagliata, e BABAM, sei finalmente libero di non avere mai più a che fare con editor, uffici stampa, recensori, amici e parenti che non hanno letto mai nulla di quello che hai scritto ma non possono non chiederti, ogni volta che ti vedono, “A quando il prossimo?”, come se la tua vita non fosse già abbastanza patetica senza dover mentire anche sul tuo lavoro a chi del tuo lavoro non interessa un cazzo rispondendo “mi sto prendendo tutto il tempo necessario” (“mi sto prendendo il tempo necessario” is the new “SONOFOTTUTONONSCRIVO UNAPAROLADAANNIENONHONEANCHELAPALLIDAIDEADICOMEINIZIARE!).

C’è una particolare specie di librai/organizzatori di eventi che, secondo me, è in realtà pagato da mogli e mariti di scrittori e scrittrici, o da parenti, ex amanti, loschi figuri che non sono riusciti a pubblicare il proprio inutile libercolo, insomma, da chi ha qualche interesse ad assoldare professionisti per fare un po’ di pulizia tra i soggetti scriventi più fragili e sfortunati. Sicari, sostanzialmente, forse animati da quello spirito pietoso alla base di ogni professionista dell’eutanasia, ma pur sempre assassini a sangue freddo, mercenari armati di questa subdola arma fatale a ogni romanziere: non ti vogliono, nel migliore dei casi dimostrano di non avere la più pallida idea di chi tu sia e nel peggiore disprezzano apertamente ogni aspetto della tua persona pubblica (ci vuole poco) e privata (come la conoscono? Quale delle mie ex fidanzate ha parlato?). Però ti invitano. Ah, se ti invitano.

Quel periodo della mia vita magari non era esattamente il più sereno di sempre. Il pensiero di lasciare tutto e arruolarmi nella Legione Straniera cominciava a vacillare visto il pessimo stato di conservazione della mia gioventù e cominciavo a temere che, visto il gran numero di vizi, e lo scarsissimo equipaggiamento di virtù di cui ero dotato, la carriera militare potesse non risultare l’idea migliore per un futuro ricco di soddisfazioni. Così avevo accettato di partire per una trasmissione televisiva che, oltre a farmi viaggiare gratis senza pretendere che in cambio sparassi su popolazioni inermi (cosa che, suppongo, non possa essere garantita ai bravi legionari) speravo mi facesse vendere milioni di copie. “No, in TV fa vendere solo Fazio, uomo avvisato, mezzo salvato”, mi aveva ammonito un editor amico con gufesca preveggenza. Ma io non gli diedi retta. Pensavo che la TV avrebbe fatto interessare il pubblico ai miei romanzi. Invece, la sola conseguenza editoriale di questa esperienza, fu che distorcendo in eccesso la portata del mio sostanzialmente inesistente successo televisivo, alcuni librai, astuti come faine, decisero di chiedermi di andare a presentare il mio ultimo libro (“ma è uscito due anni fa, non se lo è filato nessuno allora, la trasmissione non ha spostato di una virgola il mio irragionevole passivo con l’editore, fare una presentazione mi sembra il modo migliore perché decida di dilapidare le mie ultime sostanze in anestetici per cavalli e…, “Ma no, che anestetici per cavalli, vieni da noi che da queste parti siamo tutti grandissimi fan di Pechino Express”).

Avrei dovuto intuirlo dalle sue insistenti domande su com’erano Tina Cipollari e Lory Del Santo dal vivo che qualcosa sarebbe andato storto. Quella libraia di un minuscolo paesino della Campania erano anni che voleva un vip. Aveva contattato chiunque. Non ci era andato nessuno. Alla fine, dopo aver ricevuto due di picche da tutte le peggio starlette televisive che avevano dato alla stampe un ambizioso librettino, le è andata bene con me, che per mia sfortuna starlettina non sono, ma dei libri li avevo scritti e in televisione – la libraia dovette ritenerla essere ragione sufficiente – ero pur finito. Solo che, per non accollarsi le spese di viaggio e pernottamento, sulla scorta dello stesso entusiasmo che l’aveva portata a invitarmi, mi vendette come un personaggio televisivo famossissimo al paese vicino, prossimo alla prima notte bianca della sua storia comunale dietro impulso della nuova rampante giunta a cinque stelle: “Qui erano tutti così entusiasti che abbiamo dovuto organizzare un tour, invece che una presentazione, sei contento? Ne fai due, vendi il doppio!”.

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