Mario Seminerio: «I mercati dormono prima delle elezioni? Può essere la quiete prima della tempesta»

L’analista e commentatore economico nella redazione de Linkiesta: «L’Europa corre e anche i relitti come l’Italia galleggiano. Ma i mercati ora cambiano idea in pochissimo tempo. La minaccia viene dalla politica italiana, ma anche dalla svolta protezionistica di Trump, impossibile con questa Cina»

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Mario Seminerio

27 Gennaio Gen 2018 0745 27 gennaio 2018 27 Gennaio 2018 - 07:45
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Avviso ai placidi naviganti della campagna elettorale italiana: siamo sotto anestesia, per questo tutto ci sembra ovattato, calmo, sereno. Abbiamo immagini oniriche e ireniche, tra campi di fiori profumati sentiamo l’arpa melodiosa dei mercati accompagnare gli annunci di spese mirabolanti. Lo spread Btp-Bund è ad appena 135 punti base, si riduce per giunta, che mai di male potrà succederci? Che tornerà la realtà a svegliarci, per usare un’immagine cara a Mario Seminerio. È a lui, nella redazione de Linkiesta per uno degli incontri del ciclo Redazione Finanza, in collaborazione con Moneyfarm, che tocca il ruolo del dottore che riscuote il paziente. Chiunque lo abbia seguito nel suo blog Phastidio.net o a I Conti della Belva, su Radio 24 (con Oscar Giannino, Carlo Alberto Carnevale Maffè e Renato Cifarelli) sa che non è un medico pietoso. Quando prende in mano un bisturi sa come incidere nella carne viva. Ne sanno qualcosa i politici, i banchieri, gli “editorialisti di sistema“ che si sono confrontati con la sua logica affilata e precisa. La serata parte da una domanda semplice: perché, di fronte a promesse elettorali arrivate a un conto di centinaia di miliardi di euro, tutto è così tranquillo nei mercati? L’analista finanziario, che dirige anche una società di investimento, parte dalle constatazioni: «Lo spread Btp-Bund non solo non si muove ma si sta stringendo lievemente e progressivamente, su livelli attorno a 135-140 punti base. Apparentemente i mercati sono abbastanza tranquilli rispetto alla prospettiva di queste elezioni italiane».

Le cause di questa calma sono tre: l’Europa va come un treno, con le stime di Fmi e Banca Mondiale che vengono costantemente ritoccate al rialzo, e «in questo contesto di ripresa vigorosa, diffusa e corale, anche i relitti galleggiano». La ripresa italiana ha però una novità che va oltre il semplice lasciarsi trasportare dalla corrente: salgono gli investimenti, spinti dal Piano Industria 4.0 del ministro Calenda. Un incentivo alla digitalizzazione «gestito in maniera intelligente, o meglio non al solito da Repubblica delle Banane» che è molto positivo ma che ha comunque un rovescio: le spese per investimenti stanno sì permettendo di gestire un passaggio tecnologico cruciale, ma sono anche un anticipo di spese che sarebbero avvenute in futuro (quando, è il sottotesto, ci potrebbe essere un calo perché si è già fatto il pieno). Infine, i mercati stanno scommettendo su «una grande coalizione, un governo del presidente o un accidente a geometria variabile. Il Paese continuerà nei suoi binari declamatori ma senza un minimo di sostanza, perché nessuna delle promesse sarà realizzata. E vissero felici fino alla prossima recessione. Io però tranquillo non lo sono».

Guarda il video dell’incontro con Mario Seminerio, Sebastiano Picone di Moneyfarm e il direttore de Linkiesta Francesco Cancellato, per il ciclo Redazione Finanza

Mario Seminerio (Phastidio): Elezioni alle porte: quali scenari per gli investitori? | #redazionefinanza con Moneyfarm

Geplaatst door Linkiesta.it op donderdag 25 januari 2018

Fine del sogno, comincia la realtà. L’economia italiana ha ancora tutte le vulnerabilità sul piatto, che si chiamano riforme realizzate a metà (riforma della Pa e Buona Scuola) e una politica di bonus frammentati e selettivi, come gli 80 euro, che «dubito siano serviti». Arriviamo alle elezioni senza la riforma costituzionale bocciata dai cittadini e con una legge elettorale a trazione proporzionale, che produrrà un «Parlamento appeso». C’è poi un terzo richiamo: l’asticella delle promesse si alza talmente tanto da far prevedere dei rovesci. «In un contesto come quello italiano, dove veniamo da anni di siccità protratta, c’è come una corsa alla rivincita, come se si dovesse tirare fuori il Paese da uno stato di fame, di denutrizione - dice - . L’economia di questo Paese ha delle cicatrici molto profonde, non ci nascondiamo, però le promesse elettorali che sento in questo periodo sono talmente assurde, talmente staccate dalla realtà, talmente prive di una visione sistemica, di un disegno futuro per questo Paese» che quello dei mercati «potrebbe essere la quiete prima della tempesta». Anche i mercati non sono infallibili, gli operatori pulviscolari che lo compongono tendono a intrupparsi ma sono in grado di voltarsi a 180 gradi in tempi brevissimi. «I mercati non sono mai stati troppo lungimiranti sui destini di un Paese. Al crescere della velocità di esecuzione - avverte Seminerio - aumenta la miopia dei mercati. Se succedesse qualcosa tra mezz’ora per cui questo Paese perde prospettiva, qualcuno è convinto di poter premere un bottone tutti assieme e di porsi in salvo. Non è così ovviamente».

«C’è come una corsa alla rivincita, come se si dovesse tirare fuori il Paese da uno stato di denutrizione. L’economia di questo Paese ha delle cicatrici molto profonde, però le promesse elettorali sono talmente assurde, talmente staccate dalla realtà, talmente prive di una visione sistemica che quella dei mercati potrebbe essere la quiete prima della tempesta»

Luigi Di Maio, candidato premier del Movimento Cinque Stelle, osservato speciale dai mercati

PIERO CRUCIATTI / AFP

Quanto i mercati stessi prezzino il rischio elezioni lo ha spiegato Sebastiano Picone, head of Sales & CRM di Moneyfarm. «Una ricerca di una banca di investimento ha ipotizzato il potenziale andamento dello spread post-elezioni a seconda degli scenari - spiega -. Oggi lo spread è basso perché l’esito più probabile del voto è una grande coalizione, che dovrebbe portare il differenziale Btp-Bund a circa 110. Quello che interessa i mercati è che non ci sia un governo populista. In quel caso lo spread è previsto a 250-300 punti base». Non c’è però solo l’Italia: «Dal mio osservatorio vedo che i mercati sono davvero poco interessati alle elezioni in Italia, che vedono sempre più come una regione dell’Europa - continua Picone -. Sono più interessati alla politica di Draghi che non ha accompagnato il ciclo economico, perché è arrivato dopo gli Usa, ma ha accompagnato il ciclo politico».

La politica monetaria di Draghi e del suo successore sono temi con cui dovremo fare i conti, sapendo che alla Bce potrebbe arrivare non tanto Jens Weidmann, prevede Seminerio, ma «Sabine Sabine Lautenschläger, che nel falcometro è ben sopra Weidmann». L’idea di Mario Seminerio sull’Europa è chiara da tempo: è inutile minacciare di farsi esplodere per ottenere sforamenti impossibili ai vincoli di bilancio, perché dopo il 2011 la mutualità si è andata dissolvendo e il rischio è sempre più segregato a livello nazionale. «Chi si fa esplodere, lo fa in una camera di cemento armato», è il riassunto. Perché si arrivi a una condivisione del rischio, il passaggio obbligato è quello della riduzione dei rischi, nelle modalità più morbide previste dal presidente francese Emmanuel Macron o quelle più ruvide ereditate in Germania dall‘ex ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble. Le due visioni stanno cercando un incontro in un documento di 14 economisti influenti franco-tedeschi, ma la morale non cambia: «Prima noi limitiamo il potenziale di contagio e di distruttività dall’esterno, prima avremo possibilità, al termine di un laborioso processo negoziale e cooperativo, di puntare a migliorare le nostre prospettive». La prospettiva della fine del Qe, invece, non deve dare adito a panico, perché potrebbe avvenire in maniera sufficientemente ordinata, quindi senza determinare sconquassi.

Chi ci sarà dopo Draghi? «Tutti temono sia Jens Weidmann. Ai bambini si dice che se non mangiano arriva Weidmann. Io penso che alla fine sarà Sabine Lautenschläger, che nel “falcometro” è ben sopra Weidmann»

Molto dipenderà, sull’andamento dei mercati, dall’altro fattore di instabilità a livello mondiale, Donald Trump. Finora, sottolinea l’autore di Phastidio.net, Trump «non ha fatto grandi danni. In sostanza non va oltre determinate linee rosse. La linea rossa principale è il protezionismo». Non vanno sopravvalutati in sé i dazi sui pannelli solari e le lavatrici, perché dazi furono messi anche da George W. Bush e Barack Obama, rispettivamente su acciaio e pneumatici. Il vero problema è che l’attuale svolta protezionistica avviene con una Cina che non è più quella di dieci anni fa. «La Cina attuale che è un formidabile blocco di potere dove lo Stato-partito guida l’economia - avverte Seminerio -. Le porte alle aziende estere stanno venendo chiuse sempre di più. Nel frattempo c’è una proiezione di potenza con la Belt and Road, con denaro che piove su tutta l’Eurasia. Gli Usa aumentano la loro posizione isolazionista e riducono il pivot asiatico tanto sognato da Obama. Ecco che la Cina più assertiva, con il soft power e il denaro che si riversa in Eurasia e in America Latina, potrebbe incontrare una chiarissima rotta di collisione con gli Usa».

Il discorso di Trump a Davos proiettato su un maxischermo all’esterno

MIGUEL MEDINA / AFP

L’altro grande rischio all’orizzonte nei mercati mondiali? Che la svolta protezionistica di Trump, accompagnata da una Fed più accondiscendente, entri in rotta di collisione con una Cina sempre più assertiva ed espansionistica

I problemi potrebbero diventare più seri se al protezionismo si associasse anche una Fed «più accondiscendente», dopo le recenti nomine. La banca centrale Usa potrebbe «accettare più inflazione, un po’ più di repressione monetaria per aiutare la proiezione internazionale degli Usa o l’autodifesa dalla proiezione dalla proiezione internazionale altrui». In quel caso «cambierebbe tutto il paradigma», spiega Seminerio. Un terzo fronte è quello di una svalutazione rapida del dollaro, spinta da dichiarazioni come quelle del ministro delle Finance Steven Mnuchin di qualche giorno fa, che molto hanno fatto innervosire Mario Draghi. I ministri «Wilbur Ross e Mnuchin dicono che non vogliono l’isolazionismo ma dare una scossa, per poi ricostituire il level play field come piace a loro e tornare a mostrarsi concilianti, imperiali ed espansivi verso l’esterno». C’è un piccolo problema: «Per poter fare questa cosa devi essere una potenza unipolare. Ma con questa Cina il tempo delle potenze unipolari è finito. Questo è il vero rischio dei prossimi mesi», conclude il curatore di Phastidio. Decisamente è caso di non cullarsi troppo nelle illusioni.

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