Morozov: la tecnologia non ci salverà, ma l’illegalità sì

Il sociologo bielorusso non è un odiatore del progresso, ma un critico del rapporto tra economia digitale (in ascesa) e politica (in declino). Un buon modo di sfuggire a un tecno stato etico è praticare la non aderenza alle regole

Evgeny Morozov
27 Gennaio Gen 2018 0745 27 gennaio 2018 27 Gennaio 2018 - 07:45

Alcuni lo liquidano come luddista e odiatore del progresso, mentre, a leggerne i libri, Evgenij Morozov risulta libero quanto basta da enfasi apocalittiche. Mette in fila fatti. Indaga sospettabili cortocircuiti tra new economy, liberismo, declino della politica. È scettico verso la filosofia della storia che (non) si incarna nell’entusiasmo digitale. Entusiasmo per il 3.0, il 4.0, la new economy, l'internet delle cose (si può essere ancora così ottimisti dopo la crisi del 2008? Viene il sospetto che la tecnica sia solo la versione glitter delle ideologie del '900; modernariato al Viagra).

Il fatto è che molto spesso, lo si può dire pacatamente, il sociologo bielorusso ci prende. Da L’ingenuità della rete del 2011, a I signori del silicio del 2016 (entrambi editi da Codice) libro dopo libro, pezzetto dopo pezzetto, Morozov delinea un panorama nel quale non si sta comodi. L’idea che ci sia una convergenza tra gli interessi statali e quelli delle aziende digitali nel modellare le nostre esistenze usando i nostri dati personali come fonte di guadagno, di controllo, e sostituti del welfare è già in atto, basta guardare per accorgersene. Lui guarda, se ne accorge e racconta.

Come ha fatto giovedì scorso alla Fondazione Feltrinelli, Milano, in un incontro su media, internet, e politica. Ecco: la politica. Se a casa mia, grazie alle app e a internet delle cose, i dati sui miei consumi alimentari possono finire direttamente in mano al servizio sanitario, o all’assicurazione che potrebbe aumentarmi il premio in caso fossi sovrappeso -cosa che tecnicamente è già praticabile- che fine fa il mio rapporto con la dimensione collettiva?

Se il mio Iphone ha già pronto il congegno per bloccarmi gli sms quando sto guidando (e ce l'ha, sappiatelo, e magari lo implementerà), sono responsabile unico di me stesso di fronte a un algoritmo, che diventa un erogatore inconsapevole di “moralità”. Tecnostato etico. La politica non ha nulla da dire su questo? «La politica in buona parte è la ragione per la quale siamo finiti in questa situazione -risponde Morozov a LInkiesta.it. Stewart Brend, uno dei leader della controcultura, diceva: "siamo Dei, e dobbiamo abituarci a questo"».

Cosa comporta l’abituarsi a essere Dei?
A causa di questo tipo di individualismo entrato nella cultura diffusa, e a causa della trasformazione dell’economia, che non può più mantenere gli stessi livelli di welfare, si è arrivati a individualizzare sempre più i servizi sociali. E anche a convincerci che quello che facciamo nella nostra vita personale, anche per esempio i comportamenti che teniamo nei confronti della nostra salute, sono una nostra responsabilità. E l’introduzione sempre più massiccia di strumenti che possono monitorare quello che facciamo ha reso molto facile governare le cose senza davvero governarle.

Quindi la politica è decisamente fuori dai giochi a questo punto…
Alcuni economisti comportamentali, tra cui Richard Taylor, hanno formato una consulting company, che si chiama Ideas42 con alcune iniziative interessanti. Ci sono app che, con la tua carta di credito, ti dicono se la metro è troppo affollata. Ti danno un bonus se resti a lavoro un’ora in più per evitare la folla. È la tecnologia a diventare una forma di politica, di governo.

Angela Merkel qualche mese fa ha detto che gli algoritmi di ricerca, per esempio di Google, sarebbero da discutere pubblicamente. Recentemente anche in Italia i sindacati hanno proposto di discutere l’algoritmo dei turni di lavoro di Deliveroo e Foodora. Non sarebbe bene che gli algoritmi fossero resi pubblici, e se ne parlasse, visto che riguardano la vita di tutti noi?
Mah, sapendo come funziona il deep learning, è praticamente impossibile capire come a certi dati di ingresso corrispondano certi dati di uscita. Il sistema stesso non conosce il meccanismo attraverso il quale lavora. Lavora e basta, quindi nessuno può veramente capire come funziona, è troppo fluido, troppo flessibile. Si tratta di sistemi che è impossibile rendere trasparenti.

Quindi? Che fare?
Abbiamo bisogno di soluzioni più radicali. Chiedere trasparenza è troppo poco. È necessario invece che le persone siano proprietarie dei propri dati. Che abbiano accesso libero a questi dati. E che le aziende paghino per averli. Servirebbero delle strategie politiche molto ambiziose, che non è troppo tardi per implementare. A livello europeo, visto che le aziende Usa e cinesi non ne vogliono sentir parlare: non hanno voglia di sentire verità molto scomode. Ma sarebbe bene che i politici si svegliassero dal loro coma da zombie neoliberali, che dura da anni. Stiamo andando verso un futuro coloniale nel quale non siamo noi i colonizzatori.

Che ne pensa del problema fake news? Un gruppo di hacker russi coi loro bot e falsi profili possono davvero influenzare le elezioni Usa? E rischiamo così tanto da dover mettere su una task force europea per contrastare il fenomeno?
Sono molto scettico sul tutta la faccenda. Ma certo c’è un problema che ha a che fare con la velocità con cui le informazioni circolano su internet, e su quanta esposizione finiscono per avere. Ma le soluzioni proposte sono tutte sbagliate. Posso benissimo creare una app che fa soldi “pulendo” le fake news. Ma rimango nel sistema. L’unica soluzione potrebbe essere creare dei media che sono al di fuori della logica dell’advertising.

Magari. Ma torniamo alla vita reale. Domanda provocatoria: se parcheggio un momento in doppia fila, arriva il vigile per farmi la multa, gli dico che vado via appena Luna scende dalla macchina, e lui lascia passare. Se c’è un sensore e un algoritmo prendo la multa e fine. In altre parole: una certa dose di tolleranza all’illegalità è una delle premesse del vivere civile?
Non trovo affatto provocatoria questa domanda. Lei ha ragione, e ho parlato della questione in Internet non salverà il mondo. Abbiamo bisogno di frizioni, di imperfezioni, di disconnessioni. Se tutto è perfettamente connesso, funzionante è difficile trovare lo spazio per vivere. Se invece c’è qualcosa di stagnante, pigro, perfino noioso, non regolato, nasce anche lo spazio della discussione, della politica.

L’alternativa assoluta, appunto, è un tecnostato etico...
Sì, questo ha a che fare con i vari slogan che esaltano la “legalità”, che in Italia conoscete bene. Conosco benissimo le imperfezioni dello stato italiano, il fatto che molta gente evada le tasse. E non voglio certo dare l’impressione di farne l’elogio. Ma che le cose funzionino bene in modo automatico è certamente inquietante.

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