Alessandro Fusacchia: «Con +Europa, per ridare opportunità ai giovani, contro l’Italia delle cose piccole»

Parla il capolista nella circoscrizione Europa della lista guidata da Emma Bonino: «Gli italiani scappano dal familismo e dal Paese delle rendite. Per farlo serve tanta nuova impresa e tanta nuova cultura. I nostri candidati incarnano storie di un’Italia possibile in un‘Europa necessaria»

Fusacchia Linkiesta
29 Gennaio Gen 2018 1702 29 gennaio 2018 29 Gennaio 2018 - 17:02

«Alle elezioni del 4 marzo sarà Alessandro Fusacchia a guidare la nostra lista nella circoscrizione estera-Europa. Per me questo è fonte di rassicurazione e speranza. Alessandro incarna una storia europea». Così Emma Bonino ha benedetto la candidatura di Alessandro Fusacchia a capolista della circoscrizione Europa per la lista +Europa. Fusacchia, 40 anni, è il segretario di Movimenta, associazione radicale nata la scorsa primavera con un focus sui temi del lavoro. Negli ultimi vent’anni ha vissuto in Svizzera, Francia e Belgio – dove ha lavorato per le istituzioni europee – prima di rientrare a Roma per lavorare in diversi Ministeri italiani, ideando la prima legge italiana sulle startup al Ministero dello Sviluppo economico, lavorando alla Farnesina sulla diplomazia economica, e ricoprendo da ultimo il delicatissimo ruolo di Capo di gabinetto del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. È stato tra i fondatori di Rena, ha scritto tre romanzi. E adesso, la politica. Continua Emma Bonino: «Alessandro ha grande passione civile. In Europa può mobilitare italiani di più generazioni che non hanno perso fiducia in una politica diversa fatta di battaglie convinte, attenzione alla complessità, integrità assoluta».

Partiamo da qui, Fusacchia. Come si mobilitano gli italiani all’estero, secondo lei?
Anzitutto uscendo dagli stereotipi. Gli italiani all’estero non sono una specie unica: i designer a Berlino, i nipoti dei minatori italiani in Belgio, gli infermieri che lavorano nel sistema sanitario inglese, gli architetti a Parigi, le donne italiane nel settore immobiliare a Malaga o Nizza. Bisogna capire che ci sono ragioni sempre profonde ma spesso diverse che hanno portato tanti italiani ad andare in Europa. C’è senza dubbio chi scappa perché in Italia trova un tappo e si ritrova bloccato, e sono purtroppo tanti; ma c’è anche chi è stato genuinamente attratto dal fare un’esperienza diversa e dalla possibilità di allargare i propri orizzonti. Il problema vero è che questa circolazione, che farebbe bene agli italiani che partono e al Paese, quasi sempre è a senso unico. Una volta che stai fuori è molto difficile tornare.

Tu sei un expat, però. E sei rientrato in Italia...
Sei anni fa. Ero a Bruxelles, rientrai al Ministero dello Sviluppo economico nei mesi più critici in cui pareva che l’Italia collassasse dichiarando il default. Il Governo era alle prese con misure impopolari: la riforma delle pensioni e la gestione della pressione fiscale. Ma aveva molto chiaro che serviva fare qualcosa, contestualmente, per ridare speranza ai giovani. Ci inventammo un modo nuovo di disegnare le politiche pubbliche e venne fuori il rapporto Restart, Italia!, che portò alla legge sulle startup. Per me doveva essere un contributo al Paese “a tempo determinato”; una piccola pausa di una decina di mesi dalla mia nuova vita in Belgio. E invece sono restato in Italia. Cambiando quattro lavori in sei anni e cercando ogni volta di mettere a frutto tutto quello che avevo imparato dall’esperienza precedente. Sono convinto che possa succedere anche ad altri se riusciamo a costruire sulla diversità degli italiani all’estero e arriviamo magari a far parlare i diversi “tipi” di migranti. Per me +Europa significa che un’Italia che offre più opportunità – un’Italia “aumentata” – passa anche da questa solidarietà da creare oltre i nostri confini nazionali.

Da Restart, Italia! sono passati sei anni. E oggi i cervelli italiani sono sempre più diretti altrove. Serve un piano per riportarli a casa?
Attenzione che non abbiamo solo un problema di cervelli. Rispetto alle ultime elezioni, abbiamo 400mila italiani residenti all’estero in più. Se ne stanno andando in tanti, non solo quelli particolarmente qualificati. Abbiamo preso, da italiani, a cercare lavori normali, non solo quelli per scienziati. Perché in Italia continuiamo ad alimentare le rendite e quindi lo status quo, invece che investire nel capitale umano e quindi nei giovani. Ci siamo ormai assuefatti all’idea che siamo in grado di fare solo cose piccole; peccato che le cose piccole non cambiano radicalmente ciò che non ci piace della nostra società. Ad esempio, nessun italiano scappa dalla famiglia, ma ogni italiano che va all’estero scappa sicuramente dal familismo. E il familismo non lo combatti con un emendamento.

E come si combatte, allora?
Io mi chiedo solo come sia possibile che siamo andati sulla Luna e abbiamo costruito città intere sotto il livello del mare, e però oggi ci pare impossibile anche solo smaltire i rifiuti di Roma o digitalizzare davvero la pubblica amministrazione, non con gli scanner e i pdf ma abolendo la carta e con dosi massicce di formazione e ripensamento dei processi e dei metodi di lavoro. Abbiamo bisogno di creare tanta nuova impresa – e impresa che cresce – e di mettere i nostri designer, creativi e artisti a produrre nuova cultura. Così come dobbiamo fare della nostra scuola e università dei luoghi attrattivi per i docenti migliori, grazie a stipendi all’altezza e carriere non basate su meccanismi clanici, così che a loro volta possano crescere ragazze e ragazzi capaci di affrontare il mondo e tutte le sue contraddizioni.

Che effetto ti fa essere capolista del collegio Europa, quello che doveva essere di Emma Bonino?
È una grande responsabilità. Stiamo parlando di un collegio molto particolare, che va da Lisbona a Kiev e da Dublino ad Atene. Con 2,3 milioni di italiani aventi diritto al voto. Il collegio ha un valore simbolico enorme visto il nome della lista e la tradizione transnazionale della politica radicale. Possiamo sperimentare cosa vuol dire fare una campagna su una circoscrizione grande come un continente. Possono essere le prove generali della politica del futuro.

In che senso?
Il capitale, il lavoro, i servizi sono diventati sovranazionali e globali. Solo la politica è rimasta ancora nazionale, e troppo spesso provincialissima. Ma i fenomeni più rilevanti che abbiamo davanti nei prossimi anni potremo affrontarli solo con più Europa, non meno. Pensa all’impatto della tecnologia sul mondo del lavoro, alla concorrenza, allo sviluppo sostenibile. Per raggiungere più persone possibili chiaramente punteremo molto sui social, perché è impensabile fare il porta-a-porta, soprattutto in poche settimane. Ma faremo anche in modo di girare, di essere presenti. Non solo tra i ricercatori, gli avvocati, e gli imprenditori. Ma nell’Italia profonda che vive nelle periferie tedesche o in quelle del Belgio. E siamo ovviamente pronti a collaborare con quei soggetti civici e politici a noi affini negli altri Paesi.

«Io mi chiedo solo come sia possibile che siamo andati sulla Luna e abbiamo costruito città intere sotto il livello del mare, e però oggi ci pare impossibile anche solo smaltire i rifiuti di Roma o digitalizzare davvero la pubblica amministrazione, non con gli scanner e i pdf ma abolendo la carta e con dosi massicce di formazione e ripensamento dei processi e dei metodi di lavoro»

Sarà così la tua campagna?
Non solo la mia, ma quella di tutti i nostri candidati, perché abbiamo messo in piedi una squadra che vuole costruire un racconto corale. Siamo tutti pieni di energia e ciascuno di noi incarna un’Italia possibile in un’Europa necessaria. Personalmente vorrei riuscire a visitare una ventina di città in meno di un mese. Giovedì sera, a Bruxelles, lanciamo la campagna europea con la presentazione ufficiale dei candidati. La mattina dopo volerò su Madrid, il 3 febbraio sarò a Barcellona, poi a Marsiglia, e nei giorni a seguire in giro tra Dublino, Londra e tanta Svizzera e Germania. Due Paesi che valgono da soli il 50% degli elettori. Ho intenzione di andare a trovare gli italiani “a casa loro”, nei luoghi di lavoro o dove si ritrovano abitualmente. Mi interessano le loro storie. Voglio sapere come stanno in Ungheria o in Polonia, sotto governi che non ci piacciono per niente. Passerò un mese ad ascoltare e assorbire, e a proporre un progetto di lungo periodo.

Cosa dirai per convincerli?
Che possiamo fare molto insieme ma solo se non pensiamo di affrontare le cose importanti con gli slogan di una campagna elettorale. Lo stesso faranno gli altri nostri candidati di +Europa con Emma Bonino. Nelle altre liste abbiamo assistito a lotte fratricide, giochetti di potere, macchinazioni al ribasso, cordate e cordatine.

Voi no?
In Europa noi abbiamo una squadra motivata e appassionata e ci aiuteremo e sosterremo a vicenda perché così proveremo che un altro modo di fare politica è possibile. Ognuno arricchirà gli altri con la propria passione civile e la propria storia di impegno nel sociale, nell’impresa, nell’accademia. Molti dei nostri candidati si sono avvicinati alla politica solo negli ultimi mesi, e lo hanno fatto per una ragione semplice, che è poi la stessa che ha mosso me. È qualcosa che ti arriva addosso in maniera dirompente e che ti costringe a fare i conti non con ciò che vuoi, ma con ciò che sei: ti accorgi che si è alzata la posta in gioco, che stai vivendo una fase storica in cui nessuno può più stare a guardare, e decidi che è il momento di fare la tua parte. Fiducioso che se ci metti la faccia tu, anche altri seguiranno, e che in questo modo si costruisce un’alternativa vera. Mi rassicura molto sapere che potremo contare sul sostegno e i consigli di militanti radicali di lungo corso che hanno fatto un pezzo della storia politica europea. Tutti insieme, è certo che non ci risparmieremo nelle prossime 5 settimane. Ma ricordandoci ogni ora della campagna elettorale che questo sforzo ha senso solo se guardiamo ai prossimi 5 anni.

A chi vi rivolgete?
A tutti. Ma è vero che vogliamo parlare anzitutto ai tanti che sono tentati di non andare a votare. Come pure a tutti coloro che ogni giorno si sentono sempre più scoraggiati dalla politica e dai partiti che hanno votato fino alla volta scorsa, magari turandosi il naso. Ecco, noi vogliamo offrire a tutti la possibilità di non votare solo per il meno peggio.

E quindi? Cosa mettete sul tavolo?
Un progetto chiaro e contro-intuitivo, considerato che l’Europa non va proprio di moda di questi tempi, ma che segnala chiaramente da che parte stiamo. Si può essere d’accordo o meno. Ma noi diamo a tutti una garanzia: non abbiamo agende nascoste. Siamo onesti intellettualmente e autentici, e vogliamo rimanere distanti anni luce dai meccanismi manipolativi tipici della politica. Non pagherà elettoralmente? Lo vedremo. Intanto ci stanno arrivando da ogni angolo d’Europa messaggi di sostegno e di disponibilità a dare una mano, non solo col voto. In pochi giorni si sono formati una quarantina di comitati di +Europa in molti Paesi. E se non riusciremo ad essere la lista più votata, puntiamo di certo ad essere la lista più contagiosa. Il luogo che offre quella possibilità di partecipazione e condivisione che tanti hanno magari cercato altrove, affidandosi in buona fede prima di vedersela negata, o peggio ancora tradita. Noi ci siamo.

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