Come si scovavano le spie comuniste? Bastava analizzare il loro linguaggio

Secondo un libretto governativo destinato ai militari americani, individuare le spie sovietiche sul territorio Usa era molto difficile. Gli unici segnali erano nei loro discorsi: se dicevano troppe volte "pace" o "discriminazione" erano sospetti

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29 Gennaio Gen 2018 0725 29 gennaio 2018 29 Gennaio 2018 - 07:25

Non erano semplici da scovare. Si mimetizzavano, si nascondevano, si adattavano – molto bene – a praticare quello stile di vita che, in fondo al loro cuore, tanto odiavano. Erano i comunisti d’America, specie quasi estinta e del resto mai molto florida ma che, a mo’ di spauracchio per i cittadini, veniva tanto temuta dai vertici americani.

Questo libretto uscì nel 1955, nella fase calante del maccartismo: “How to spot a communist” era solo uno dei tanti strumenti con cui il governo americano cercava di difendersi dalle spie sovietiche. Gli individui più sospetti erano, senza dubbio, quanti ammettevano di nutrire più o meno limitate simpatie per comunisti e socialisti. Professori universitari, artisti, scrittori e registi erano per questo motivo sempre sotto sorveglianza. Altri erano però quelli più temuti, cioè chi “lavorava in silenzio”, nascosto e lontano dai riflettori. Più difficile da scoprire e controllare.

“Non esiste un sistema a prova di stupido per individuare un comunista”, recitava il pamphlet. “I comunisti Usa provengono da ogni ambiente, professano ogni tipo di fede ed esercitano ogni tipo di attività e professione”. Scovarli sembra impossibile. Ma non lo è: “Ci sono dei segnali che li possono tradire”. Si tratta di “indicazioni sottili, ma sempre presenti: i comunisti, in ragione della propria “fede”, devono agire e comunicare secondo certe modalità”. Tradotto: attenti a come parlano.

“Se pure è riscontrabile una certa preferenza per le frasi lunghe negli scritti comunisti, è l’uso particolare del lessico che fornisce gli esempi più facili da riconoscere del “Linguaggio Comunista””. Il cittadino perbene è avvisato: in un qualsiasi articolo scritto da un comunista, o in una conversazione tenuta con un comunista, spunteranno sempre fuori espressioni come “avanguardia”, “compagno”, “maschilismo”, “fede sincretica”, “nazionalismo borghese”, “sciovinismo”, “colonialismo”, “classe dirigente”, “progressista”, “demagogia”, “dialettica”, “caccia alle streghe”, “reazionario”, “sfruttamento”, “oppressivo”, “materialismo”, “violazione dei diritti civili”, “maccartismo”, “discriminazione razziale e religiosa” e “pace”.

Sono, come si premura di specificare, “parole scelte a caso”. E anche se si tratta di “espressioni presenti nella lingua inglese, l’uso che ne fanno i comunisti è molto più frequente rispetto a quello delle persone normali”. Cioè parlavano troppo di “pace” e denunciavano la “discriminazione”, puntando il dito contro la “violazione dei diritti civili”. Erano delle spie strane, insomma: pur essendo in incognito non rinunciavano, secondo il governo Usa, a portare avanti l’attivismo ideologico. Bizzarro, no? Ma si sa, la fobia per i russi ha spesso portato gli americani a sragionare. E, a quanto pare, lo fa ancora.

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