Anche i borghesi nel loro piccolo s’incazzano. E stavolta votano Cinque Stelle

Imprenditori, avvocati, scienziati: altro che gomblotto e scie chimiche, le liste a sostegno di Luigi Di Maio sono un pezzo di Paese trasversale, tutto fuorché incolto, più operoso che rancoroso. Chiamatela radicalizzazione del ceto medio, o come volete: dopo Usa e Regno Unito sta arrivando pure qua

Luigi Di Maio Linkiesta
30 Gennaio Gen 2018 0745 30 gennaio 2018 30 Gennaio 2018 - 07:45

Il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Roma, quello (uscente) dei giovani di Confartigianato, i rappresentanti dei forum dei disabili e degli ecovillaggi, e poi scienziati, professori, giornalisti come Emilio Carelli e Gianluigi Paragone. Può piacere o meno, il Movimento Cinque Stelle, ma ammesso che non l’abbiate già fatto, forse è ora di prenderlo un po’ più sul serio. Perché quello che cinque anni fa si presentava per la prima volta alle elezioni politiche come il movimento anti-sistema per eccellenza, oggi è una forza che mostra con orgoglio il suo radicamento nella pancia del Paese, tra i professionisti e gli scienziati, nella rete del terzo settore e e del civismo attivo. Sfondando la bolla delle comunità del rancore - come direbbe il sociologo Aldo Bonomi - per diffondersi all’interno delle comunità operose e delle comunità della cura.

Non è un fulmine a ciel sereno, sia chiaro, e l’analisi demoscopia di Nando Pagnoncelli apparsa sul Corriere della Sera di domenica scorsa attesta una metamorfosi che ha radici lontane e profonde. Uno si aspetterebbe il Movimento forte tra i disoccupati e gli studenti. E invece - sorpresa - è tra gli operai, gli impiegati, gli insegnanti e i lavoratori autonomi che Di Maio e soci accrescono il loro consenso. E fa specie vedere il blocco forzaleghista sovrastato dal Movimento tra le partite Iva, così come tra gli imprenditori, i professionisti e i dirigenti.

Quello che cinque anni fa si presentava per la prima volta alle elezioni politiche come il movimento anti-sistema per eccellenza, oggi è una forza che mostra con orgoglio il suo radicamento nella pancia del Paese, tra i professionisti e gli scienziati, nella rete del terzo settore e e del civismo attivo. Sfondando la bolla delle comunità del rancore per diffondersi all’interno delle comunità operose e delle comunità della cura

Esattamente come nel 1994, anziché deprecare, forse sarebbe il caso di capire: perché un terzo del Paese - non necessariamente la sua parte più incolta, anzi - decida di puntare le sue fiches su un Movimento che candida a premier un trentunenne senza alcuna esperienza professionale o di governo, su una classe dirigente che sta governando con fortune quantomeno alterne città come Roma, Torino e Livorno e che ha presentato un programma che farebbe rabbrividire uno studente del primo anno di economia. Perché tutto questo accada in una fase espansiva del ciclo economico, nel contesto di una piccola, ma consolidata ripresa economica del Paese. Perché, in altre parole, quello che è a tutti gli effetti un salto nel buio non venga percepito come tale da un pezzo di composizione sociale del Paese che tutto sembra fuorché avventurista o radicale.

Non vogliamo azzardare analisi sociologiche premature. Ci limitiamo a segnalare che quel che stiamo vedendo oggi in Italia è già avvenuto altrove. Che sia negli Usa, sia nel Regno Unito, la vittoria di Trump e della Brexit è figlia dell’improvvisa e silenziosa radicalizzazione del ceto medio, anche in quel caso in contesti che sembravano fuori da ogni crisi economica e da ogni fibrillazione sociale. Non era così. A quanto pare non lo è nemmeno oggi, qui. Auguri.

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