Sanzioni alle multinazionali? Perché è giusto che i soldi vadano al welfare europeo

L’Europa non è un insieme di stati, ma un soggetto politico unico. Per questo è opportuno che i soldi delle multe comminate alle multinazionali non vadano ai singoli paesi (che delle volte non li incassano), ma finanzino programmi europei di coesione sociale

Europa Bandiera Linkiesta
30 Gennaio Gen 2018 0845 30 gennaio 2018 30 Gennaio 2018 - 08:45
WebSim News

La proposta di Francesco Cancellato di finanziare programmi europei di coesione sociale con le multe della Commissione in materia anti-trust (Linkiesta del 25 gennaio 2018) è solo apparentemente provocatoria. Essa è infatti coerente con il Modello Sociale Europeo alla base dei trattati europei, dove concorrenza e coesione sociale convivono: quando questi ultimi sono invocati, prevalgono sulla concorrenza, come dimostra la giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Aja. È viceversa la politica ad aver dimenticato questo principio istitutivo, in particolare i governi nazionali tanto a livello nazionale quanto a livello europeo nelle decisioni del Consiglio e dei vari comitati settoriali, a partire dall’Eurogruppo. Questo bilanciamento si è storicamente espresso nella nota metafora di Galvin “Keynes at home, Smith abroad” lasciando agli stati membri la costruzione dei sistemi di protezione sociale, al più coordinate secondo gli indirizzi minimali espressi nelle direttive europee, e assicurando il rispetto della concorrenza dei mercati ben al di là della stessa Europa, come ci ricorda la famosa sentenza antitrust contro Microsoft.

Come notano molti studiosi, il problema è che oggi non è chiaro cosa sia “home”: la moneta unica in particolare, sottraendo di fatto il monopolio delle politiche fiscali agli stati nazione, non fa più coincidere “home” con lo stato nazionale, ma quanto meno con i 19 paesi che adottano l’Euro. Questo ha conferito alla DG Economia e all’Eurogruppo, d’intesa con la BCE, un potere di interferenza nel sistema di protezioni sociali attraverso il “patto per la stabilità e la crescita” (il famigerato “Six packs”) con la prescrizione di “riforme strutturali” spesso in oggettivo contrasto con gli indirizzi espressi in altre aree, intaccando il sistema di protezioni sociali con la decentralizzazione dei sistemi contrattuali e tagli al welfare state, sintetizzati dagli studiosi di political economy come “convergenza neoliberale”. Da almeno un decennio i progressi delle politiche sociali europee si limitano alle pari opportunità, alle discriminazioni e ai comportamenti abusivi e molesti, proprio per il modesto fabbisogno di spesa e interferenza con le esigenze competitive delle imprese.

Da almeno un decennio i progressi delle politiche sociali europee si limitano alle pari opportunità, alle discriminazioni e ai comportamenti abusivi e molesti, proprio per il modesto fabbisogno di spesa e interferenza con le esigenze competitive delle imprese

Se il concetto di “home” cambia e si riferisce all’intera UE, regge sempre meno la separazione “storica” fra materie soggette alla regolazione esclusiva nazionale e regolazione concorrente: la discussione attuale sulla creazione di un ministro europeo delle finanze e il lento processo di armonizzazione della tassazione dei redditi non da lavoro (partita con i redditi da capitali, ora in progress con l’armonizzazione della base imponibile d’impresa, in prospettiva un’aliquota unica o quanto meno minima) è il segnale più visibile, anche se giustamente può sollevare delle preoccupazioni su altri terreni.

Se questa è la prospettiva, appare sempre meno sostenibile che sia la Commissione a levare multe in materia fiscale a beneficio degli stati nazione direttamente interessati, come evidenzia il caso dalla multa ad Apple (solo apparentemente “mega”) che il governo irlandese si rifiuta di incassare. Non sono pochi i paesi membri che potrebbero comportarsi nello stesso modo, Lussemburgo in testa, con grave danno dei sistemi di welfare dei paesi membri, messi sempre più sotto pressione da queste pratiche. Si potrebbe pensare a un diritto di surroga dell’Unione Europea in caso di mancata volontà manifesta nel riscuotere tali sanzioni, che intercettano solo una parte del maltolto alle finanze pubbliche dei paesi membri e della stessa UE. Implicitamente, è un modo per scoraggiare il sempre più diffuso ricorso agli accordi fiscali segreti da cui il nostro paese non è esente.

Appare sempre meno sostenibile che sia la Commissione a levare multe in materia fiscale a beneficio degli stati nazione direttamente interessati, come evidenzia il caso dalla multa ad Apple (solo apparentemente “mega”) che il governo irlandese si rifiuta di incassare

Diventa importante chiedersi per fare cosa? Francesco Cancellato indica le politiche per la riqualificazione e il risarcimento delle persone colpite dall’innovazione tecnologica. Sono ambiti che richiedano ulteriori investimenti, su cui i paesi membri più “generosi” (o meglio lungimiranti) del centro-nord Europa si sono da tempo attivati: avrebbe pertanto una funzione di riequilibrio territoriale (di nuovo coesione territoriale) ampliando la dotazione di linee di finanziamento già esistenti, ma non giustificherebbero di per sè una tale innovazione nell’architettura europea. La costruzione del consenso europeo è infatti cosa complessa, e richiede argomenti solidi a fronte di una volontà politica debole: a una discontinuità nella politica delle entrate è necessario che corrisponda una discontinuità nelle politiche e nella spesa, dal forte connotato europeo per far percepire l’Europa come “home” per tutti i cittadini dei paesi membri.

Un primo esempio è l’indennità di disoccupazione europea, anche per fronteggiare il problema della mobilità del lavoro in Europa, in corso di studio su impulso italiano nel suo semestre di presidenza, punto di partenza per un sistema europeo di protezione sociale. Un secondo esempio è uno spazio europeo di ricerca di base, oggi asfittico, integrato da un sistema di cofinanziamento degli incubatori d’impresa in connessione con università e centri di ricerca applicata in grado di dare un futuro ai giovani laureati altrimenti “vaganti”, precari e overskilled, specie nelle aree più colpite dalla marginalizzazione, in chiara controtendenza con la centralizzazione dei fondi di ricerca nelle aree forti della UE prodotta dagli indirizzi europei e nazionali di questo decennio. Poche cose, ma che combinino solidarietà e innovazione, sanando vecchi e nuovi squilibri territoriali.

* Docente a contratto di relazioni industriali, Università di Torino

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