Gli italiani sono più poveri della media europea, e la colpa è di pensioni e detrazioni

La media italiana delle persone a rischio povertà è al di sopra di quella europea. Per sollevare queste situazioni si ricorre ai trasferimenti statali che, in questo caso, sono già "impegnati" nel pagamento delle pensione

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SPENCER PLATT / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

31 Gennaio Gen 2018 0730 31 gennaio 2018 31 Gennaio 2018 - 07:30
WebSim News

Le persone a rischio povertà sono quelle che si ritrovano al di sotto del 60% del reddito disponibile mediano. In soldoni si tratta di coloro che sono al di sotto di 9.700€ se single, o al di sotto di 20.452€ se una coppia con un bambino.

In Italia sono il 20,6% coloro che rientrano in questa condizione. Al di sopra della media UE, che è del 17,3%: molto al di sopra della Francia, al 13,6%, ma anche della Germania, al 16,5%, e anche del Regno Unito, al 15,9%.

Naturalmente con grandi cambiamenti in base all’età. Se per gli anziani il divario con la UE è inferiore all’1% per i minorenni è quasi del 6%, 26,7% contro 21%

Dati Eurostat

Ma queste sono cose risapute.

Quello che forse non è chiaro è che queste percentuali nascono come conseguenza di trasferimenti statali che redistribuiscono il reddito, come pensioni, detrazioni fiscali, sussidi di vario genere.

Considerando solo il reddito originario, quello da lavoro per esempio, la disuguaglianza e il rischio povertà sarebbero altissimi. Si raggiungerebbe il 46% e oltre, con una percentuale superiore all’80% tra gli anziani, e comunque al di sopra del 30% anche per i 25-54enni, tra cui vi sono quasi tutti i lavoratori.

E quindi è decisivo qui più che in altri ambiti il ruolo dello Stato. Ma proprio in questa redistribuzione risulta evidente l’inadeguatezza del sistema Italia rispetto al resto d’Europa.

Nel 2016 i trasferimenti riuscivano a far calare del 55,7% il numero di persone in rischio povertà nel nostro Paese. Eravamo, manco a dirlo, nella metà peggiore del continente.

Le media UE era del -61,1%, tra i grandi Paesi solo la Spagna faceva peggio di noi. E poi alcuni piccoli Paesi dell’Est che sono tradizionalmente molto indietro quanto a previdenza e welfare.

Dati Eurostat

Il punto però è il confronto con quanto accadeva in precedenza, nel 2005 per esempio, e tra le diverse fasce di età.

Per esempio il ruolo dello Stato italiano nel ridurre il numero di minorenni a rischio povertà è ancora meno incisivo di quello degli altri Paesi europei. Determina un calo del 27,6%, sì, ma la media europea è -42,3%.

E in Germania il welfare riesce a far calare del 54,2% il pericolo di essere poveri per gli under 18. Facciamo peggio anche della Grecia e del Portogallo.

Dati Eurostat

Solo i trasferimenti a favore degli over 65 sono paragonabili a quelli europei. Qui c’è un crollo del numero di potenziali poveri del 81,9% in Italia e del 84,6% nella UE.

Lo Stato riesce ad aiutare gli anziani nel nostro Paese più di quanto faccia quello tedesco o quello inglese.

E, cosa degna di nota, più di quanto riusciva a fare nel 2005, quando faceva calare il numero di coloro a rischio povertà del 73,1%.

Dati Eurostat

Questo è dovuto a una fondamentale caratteristica del nostro welfare, ovvero il fatto che consiste quasi esclusivamente in pensioni e poco altro.

Sempre di più, nel corso degli anni, la stragrande maggioranza degli interventi dello Stato si è concentrata, per volontà politica e automatismi dovuti all’invecchiamento della popolazione, in pensioni di vecchiaia, o di invalidità, o di reversibilità.

Per il resto le briciole.

Lo vediamo bene nei dati riguardanti i trasferimenti a favore dei 18-24 enni o dei 25-54 enni, di coloro che si ritrovano in età lavorativa e possono beneficiare della normale redistribuzione effettuata attraverso le imposte, le detrazioni, magari per i figli, o le deduzioni, o i sussidi, per esempio per la disoccupazione.

Ebbene, si tratta di strumenti che in Italia riescono a incidere molto poco se il calo del numero di persone a rischio povertà è del 32,7% tra i 18-24 enni, il 6% in meno della media UE, e il 3% in meno che nel 2005. E peggio ancora accade per i 25-54enni, la componente più grossa e decisiva della popolazione. Qui il calo del rischio è del 36%, ma si tratta di una percentuale quasi dell’8% inferiore a quella media europea e del 4,7% a quella italiana stessa ma del 2005.

Dati Eurostat

Dati Eurostat

Negli anni c’è stato un deterioramento della capacità del Paese di diminuire le disuguaglianze tra chiunque non fosse un anziano.

Nonostante l‘arrivo della Naspi e il tentativo di avvicinarsi all’Europa negli interventi sualla disoccupazione.

Di fatto l’unico antidoto contro la povertà per chi ha meno di 65 anni rimane il lavoro. Tra chi ha un’occupazione il rischio di divenire poveri è basso, seppure in crescita negli ultimi anni, non troppo superiore alla media UE, analogo a quello presente in Germania. Dove però i lavoratori sono molti di più.

Dati Eurostat

C’è tuttavia una differenza tra lavoratori permanenti e precari. Nel primo caso solo il 7,5% è a rischio, nel secondo il 20,5%, e vi è una crescita sia di questa percentuale (cosa che accade anche altrove, tranne che in Francia e Paesi Bassi) sia della proporzione di coloro che non hanno un contratto a tempo indeterminato.

Dati Eurostat

A differenza di quanto accade altrove, per esempio in Germania, vi è un grande divario tra chi è “sistemato”, con una pensione o un contratto a tempo indeterminato, e tutti gli altri. Il problema è che questi “altri” nel nostro Paese sono molti più che in altri Paesi. NEET che non studiano nè lavorano, inattivi, disoccupati che non hanno più diritto a sussidi, magari ex partite IVA.

Vittime di un welfare immaturo, sbilanciato, non adeguato alla realtà. E soprattutto lentissimo a cambiare, costretto a rimanere uguale a se stesso per non violare diritti acquisiti divenuti privilegi e non costringere i politici a una impopolarità che temono più di ogni altra cosa.

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