L’Amarone diventa verde: «La qualità non basta più, ora il vino dev’essere sostenibile»

Parla Olga Bussinello, direttrice del Consorzio Valpolicella: «Al consumatore non basta che il vino sia buono, vuole l’etica della produzione. Il futuro? Scommettiamo sulla Cina»

Valpolicella2 Linkiesta
1 Febbraio Feb 2018 1110 01 febbraio 2018 1 Febbraio 2018 - 11:10
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Qualcuno dice che il vino italiano - meglio ancora: la nostra filiera enologica - sia l’unica prova empirica della decrescita serena teorizzata a suo tempo da Serge Latouche. Una provocazione, sia chiaro, ma con qualche fondamento: stando ai dati presentati da Coldiretti durante l’ultimo Vinitaly veronese, il fatturato del vino e degli spumanti in Italia, ha raggiunto, nel 2016, il valore record di oltre 10,1 miliardi, 5,6 dei quali in esportazioni, al loro massimo storico. Risultati, questi, ottenuti producendo meno, puntando sulla qualità e la bellezza del paesaggio, sulla tutela delle specificità e della sostenibilità ambientale: «È fisiologico sia così ed è il mercato a chiedere sempre più interconnessione tra il prodotto e la bellezza del paesaggio - spiega Olga Bussinello, direttrice del Consorzio Tutela Vini Valpolicella - L’Italia può e deve giocare questo ruolo, anche nella comunicazione all’estero. La bellezza dei luoghi deve diventare uno dei nostri punti di forza, da artigiani del lusso quali siamo». Per Businello è la vigilia dell'Anteprima Amarone, evento che quest’anno celebra il cinquantesimo anniversario della denominazione d’origine controllata di uno dei rossi più famosi d’Italia. Un rosso che, per l’occasione si tinge di verde, visto che sarà aperto dal Sustainable Winegrowing Summit, un confronto internazionale sui modelli di sostenibilità economica e territoriale dell'industria vitivinicola.

Come mai avete deciso di puntare così forte sul verde e sulla sostenibilità?
Perché abbiamo osservato che i nostri principali competitor e mercati di destinazione dei prodotti sono sempre più orientati a una sostenibilità a 360 gradi della filiera del vino. Al consumatore non basta che il vino sia buono, ormai. Vuole un processo di produzione e di origine che sia salutare e trasparente, che rispetti l’area in cui la produzione ha luogo. Quando noi parliamo di produzione integrata ci sta tutto questo: il risparmio energetico, la riduzione della chimica, il basso impatto ambientale, la biodiversità, la qualità della vita dell’uomo. È la nuova frontiera del vino italiano, questa: ci abbiamo messo 50 anni a consolidare la qualità del vino, adesso dobbiamo garantire l’etica della produzione.

E ce la fate, a garantirla?
Non è semplice, ma è una sfida bellissima.

Come mai?
Paradossalmente, più vincoli ti poni, più sei costretto a innovare. Ad esempio, se riduci al massimo l’utilizzo della chimica, hai da cercare strade alternative per la difesa della vite contro i patogeni, i funghi, i parassiti: dalle tecnologie legate all’agricoltura di precisione ai cloni delle viti, sino ai prodotti naturali utilizzati secondo percentuali ben precise. Col biologico puoi usare rame e zolfo, ma nemmeno con loro si può esagerare.

È un modello che paga, questo?
Sì, se riusciamo a comunicarlo bene. Perché alla fine il prodotto sostenibile costa di più. È la sfida successiva: far capire al consumatore perché i vini di un territorio che adotta questo tipo di scelte meritino di essere comprati.

Quando noi parliamo di produzione integrata ci sta tutto questo: il risparmio energetico, la riduzione della chimica, il basso impatto ambientale, la biodiversità, la qualità della vita dell’uomo. È la nuova frontiera del vino italiano, questa: ci abbiamo messo 50 anni a consolidare la qualità del vino, adesso dobbiamo garantire l’etica della produzione

Vi ispirate a qualcuno, nella comunicazione?
Sarà pure un’ovvietà, ma non si può prescindere dalla Francia e da un vino come lo champagne, i cui produttori si stanno impegnando molto nella sostenibilità, riuscendo a comunicarlo con grande efficacia. Un altro punto di riferimento molto importante sono i produttori della Napa Valley in California che hanno costruito un enoturismo che ha valori incredibili senza avere né il paesaggio, né la storia, la tradizione e il fascino del made in Italy. Il terzo modello è nuova Zelanda, che non ha una tradizione enologica importante e prodotti molto buoni ma non eccelsi. Ma che, tuttavia, riesce a imporsi sul mercato come un prodotto di altissima qualità, grazie a ottime strategie comunicative. Il mondo va avanti, insomma, e per rimanere su 87 mercati esteri dobbiamo crescere tantissimo pure noi, anno dopo anno.

A proposito, quest’anno presentate i vini dell’annus horribilis 2014, imbottigliati tre anni fa e ora pronti per la prova del bicchiere...
Sarà stata orribile l’annata, ma il vino a quanto pare non lo è. A dicembre abbiamo fatto degustazione per l’annata 2014 con una commissione di cui fanno parte sommelier, enologi, produttori, tecnici e il profilo dell’annata - comunque non stratosferica - non è così pessimo com’è stato dipinto. Certo, è un vino un po’ diverso: ha caratteristiche balsamiche e profumi molto freschi, mentre non ha note erbacee. Non è l’annata che si mette sul podio, ma per come si erano messe le cose va bene così. Anche perché le annate successive sono state stupende...

La prossima frontiera?
Abbiamo registrato una grande soddisfazione sugli Usa, dove siamo in controtendenza rispetto al vino italiano. La Germania, ovviamente, è sempre primo mercato, seguita dalla Svizzera, dove l’Amarone va fortissimo. Cresciamo anche se poco in Gran Bretagna, nonostante Brexit, e andiamo molto forte negli Stati Uniti e, piano piano, bene anche in Russia. La prossima frontiera però si chiama Cina.

Come mai?
È un mercato che ci darà soddisfazione, perché quello dell’Amarone è un sapore che piace. Noi siamo molto alcolici, più rotondi. Brunello e Barolo sono più tannici, devi mangiarci assieme. I cinesi però il vino non lo bevono a tavola, ma fuori pasto, come degustazione. In questo senso, l’Amarone è perfetto perché sta benissimo anche solo.

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