Parla Alain Dehaze, mister Adecco: «Il futuro del lavoro? Formazione, formazione e ancora formazione»

Parla il ceo della piattaforma per le risorse umane leader al mondo: «Reddito di cittadinanza? Il lavoro è il miglior integratore sociale che conosca. La scuola? Per tutta la vita, e trainata dall’economia. L’Italia? Deve investire in grandi hub culturali fondati sulle sue eccellenze.

Dehaze Linkiesta

ERIC PIERMONT / AFP

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2 Febbraio Feb 2018 1020 02 febbraio 2018 2 Febbraio 2018 - 10:20
WebSim News

«Sono realisticamente ottimista». Fuori dalla finestra infuria la tempesta di neve, ma Alain Dehaze non sta pensando alle condizioni atmosferiche. Siamo a Davos, alla vigilia dell’inizio del World Economic Forum e il ceo di The Adecco Group è arrivato con un giorno di anticipo per presentare l’edizione 2018 del Global Talent Competitivness Index che realizza ogni anno insieme a Insead e che mette in fila i Paesi e le città del mondo in relazione alla loro capacità di attrarre talenti da ogni parte del mondo. L’ottimismo realista - o temperato, fate voi - di Dehaze riguarda il futuro del lavoro. La possibilità cioè che non si verifichi ciò che a suo tempo fu preconizzato da John Maynard Keynes, nel suo celebre discorso di Madrid nel giugno del 1930: «Quello di cui soffriamo non sono acciacchi della vecchiaia - disse -, ma disturbi di una crescita fatta di mutamenti troppo rapidi, e dolori di riassestamento da un periodo economico a un altro. L’efficienza tecnica è andata intensificandosi con un ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a risolvere il problema dell’assorbimento della manodopera». Che in altre parole, oggi il mondo soffra di quella che a suo tempo il più celebre tra gli economisti definì come “disoccupazione tecnologica”: «Io sono convinto che tutti questi cambiamenti creeranno molte nuove opportunità, invece - spiega Dehaze -. Guardiamo al passato: all’inizio del ventesimo secolo, più o meno il 40% della popolazione americana lavorava nell’agricoltura. Oggi siamo al 2%, ma gli Stati Uniti hanno raggiunto il più basso tasso di disoccupazione di tutti i tempi».

Keynes ha torto, quindi? La tecnologia crea lavoro anziché distruggerne?
La tecnologia crea sempre nuove industrie e nuovi lavori. Oggi vedo un sacco di nuovi lavori che stanno vedendo la luce: data scientist, esperti di cybersicurezza, diversi lavori nel campo della salute, che deriva dall’invecchiamento della popolazione.

Però lei dice anche che è “realisticamente ottimista”. In che senso è realista?
Nel senso che la tecnologia sta cambiando le cose in modo molto veloce. E la domanda è: saremo in grado di creare nuovi tipi di business e occupazioni? E, seconda domanda: saremo capaci di rieducare le persone, permettendo alla forza lavoro di adattarsi a questo nuovo ambiente competitivo. Questa è la sfida dei nostri tempi.

In altre parole, parafrasando Keynes, nel lungo periodo siamo tutti vivi, ed è il breve periodo ciò di cui dobbiamo preoccuparci. E come se ne esce da una situazione di questo tipo?
Se guardiamo alla situazione attuale, il problema è che tutta la formazione successiva all’iniziale periodo di studio è governata dalle regioni, dai governi e comunque dai decisori politici. Il vero cambiamento dovrebbe essere quello di far guidare questo tipo di formazione dalla comunità economica, dalle imprese. Una maggior collaborazione tra le aziende, gli attori del sistema educativo e le istituzioni creerebbe un ecosistema virtuoso in grado di formare le competenze che servono al mercato. L’adattamento è necessario. Basta guardare alla riforma dell’apprendistato che è stata fatta in Francia. Ha cambiato tutto, è diventata molto orientata al business e molto professionalizzante.

Insiste molto sul life long learning, la formazione durante tutto l’arco della vita…
La fase storica in cui si studiava, poi si lavorava, poi si andava in pensione è finita. Ora la formazione dev’essere permanente. Lavorare, studiare, adattarsi alle nuove tecnologie di un settore. Ma per farlo, bisogna avere la giusta cornice nelle imprese, nelle leggi sul lavoro, nel governo. E non è un problema di Paesi. È un problema globale: tutto il mondo deve cambiare il suo paradigma sulla formazione.

Anche il welfare deve cambiare, si dice. A proposito, che ne pensa del reddito di cittadinanza?
Il lavoro è il miglior integratore sociale che abbiamo sperimentato dall’inizio dei tempi. La gente si integra nella società grazie al lavoro. Creare un sistema che metta nelle condizioni le persone di integrarsi nella società senza nemmeno cercare un lavoro è sbagliato. Ricordate cosa si usava, durante l’Impero Romano per mantenere il popolo tranquillo? Panem et circensem. Ora, potremmo tradurlo in “reddito di cittadinanza e videogiochi”. Per me, è molto importante che la società promuova lo sviluppo del lavoro e dia l’opportunità ai cittadini di lavorare.

È la formazione, il nuovo welfare? La capacità di riadattarsi e ripartire?
Per me è più un driver che assistenza sociale. Vuole un’idea? Io penso che il diritto a imparare, ad avere servizi di welfare e ammortizzatori sociali dovrebbero essere legati alla persona, non al contratto che uno ha, o all’impresa in cui lavora. La società è ancora tarata sull’idea del posto fisso per tutta la vita. Al contrario, noi dobbiamo far sì che il lavoratore proti con se i suoi diritti per tutta la vita, incurante di quale sia il progetto o l’impresa cui lavora oggi.

La fase storica in cui si studiava, poi si lavorava, poi si andava in pensione è finita. Ora la formazione dev’essere permanente. Lavorare, studiare, adattarsi alle nuove tecnologie di un settore. Ma per farlo, bisogna avere la giusta cornice nelle imprese, nelle leggi sul lavoro, nel governo. E non è un problema di Paesi. È un problema globale: tutto il mondo deve cambiare il suo paradigma sulla formazione

Alain Dehaze, ceo The Adecco Group

Veniamo a noi: che ne pensa dell’Italia? Che dice l’indice sulla competitività e l’attrattività dei talenti che avete stilato con Insead?
Che siete 36esimi al mondo. La buona notizia è che siete migliorati rispetto allo scorso anno e che avete una buona istruzione di base. Quella cattiva è che avete una tassazione e una burocrazia tali da far scappare la gente dal vostro Paese. Del resto, perché qualcuno vorrebbe trasferirsi in un luogo dove paga un mare di tasse? Specialmente, aggiungo, se le infrastrutture e i servizi non sono al medesimo livello come ad esempio accade nei Paesi scandinavi. Un altro problema è la difficile relazione tra il governo e le imprese e un sistema regolatorio molto complesso e l’instabilità politica. Inoltre, non avete un ambiente che promuove l’imprenditorialità, né tantomeno l’insediamento di grandi hub dell’innovazione. Questo rende il Paese molto poco attrattivo per le aziende. Ed è un peccato: perché è un Paese bellissimo.

Insomma, siamo un disastro…
No, al contrario. Qual è il primo Paese al mondo nel campo del cibo? Esatto, l’Italia. E qual è il Paese con la più alta concentrazione di arte e bellezza? L’Italia, di nuovo. E, terza domanda, dov’è la più importante scuola per l’ospitalità turistica? A Losanna, in Svizzera.

Cosa vuol dire, con questo?
Che un Paese dovrebbe avere almeno un grande un hub culturale in grado di valorizzare al meglio le sue ricchezze e le sue potenzialità, per attrarre investimenti e talenti. Per essere qualcuno nel mondo, devi cominciare dal miglior cultural hub nel mondo, che sia coerente, ovviamente, con i tuoi talenti. Perché tutto parte della formazione.

Tutto giusto, ma noi siamo un Paese di piccole patrie, piccole imprese, infinite specializzazioni…
Cosa cambia, scusa? Prendi Apple, ad esempio. In ognuno degli Apple Store c’è un morning briefing mattutino, di soli trenta minuti, nel quale si fa formazione per dieci minuti. Tutti i giorni. Non è solo tecnologia, e non è una questione di essere grandi o piccoli. È un problema di forma mentis.

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