Braccialetti, corsi in lingua, direttori stranieri: benvenuti nell’Italia nemica dell'innovazione

In tre giorni abbiamo dimostrato la nostra repulsione verso chi porta le sue competenze dall’estero e la nostra ancestrale diffidenza verso la tecnologia. Un triplice schiaffo allo sviluppo del nostro Paese che dimostra una cosa sola: che il peggior nemico dell'Italia sono gli italiani

Tafazzi
3 Febbraio Feb 2018 0730 03 febbraio 2018 3 Febbraio 2018 - 07:30
Tendenze Online

Non sappiamo quando sia cominciata, questa incredibile diffidenza italiana verso tutto ciò che altrove è innovazione, modernità, anzi oramai normalità. Certo è che quest’ultima settimana è perfetta per raccontare i vizi e le storture di un Paese vittima di un patologico conservatorismo, di una difesa delle rendite di posizione, di un’ancestrale paura di tutto ciò che viene da fuori. E no, non stiamo parlando dei migranti che sbarcano a Lampedusa. Stiamo parlando di direttori di musei che hanno il difetto di provenire da un altro Paese. Parliamo di studenti stranieri che frequentano le nostre università. Parliamo di innovazioni tecnologiche finalizzate a migliorare la produttività, nel Paese con la più bassa produttività del lavoro in Europa.

Partiamo dalla fine, però. Perché è di ieri la notizia che il Consiglio di Stato ha bocciato, per l’ennesima volta, la nomina dei direttori stranieri nei musei italiani. Direttori come Gabriel Zuchtriegel, trentaquattrenne, alla guida del parco archeologico di Paestum, che nel 2016 ha fatto +40% di ingressi e +70% di visitatori, grazie agli orari prolungati fino a mezzanotte, alle rassegne musicali e teatrali, e alle attività didattiche. O come Peter Assman, sessantunenne austriaco che a Palazzo Ducale di Mantova nello stesso anno ha fatto segnare un +51%. Eccellenze di un sistema, che anche grazie alla riforma del ministro Franceschini, è passato dai 38 milioni di visitatori del 2013 ai 50 milioni del 2017, portando gli incassi da 120 a 196 milioni di euro l’anno. Un boom che vede il Lazio e la Campania primeggiare per numeri assoluti e la Liguria e la Puglia come percentuali di crescita, ribaltandone le usuali percentuali e concorrendo a fare sviluppo anche là dove è più difficile. Dovremmo dare una medaglia al valore, ai nostri direttori stranieri: li rispediamo a casa con un calcio nel culo. Difficile fare peggio.

Stiamo parlando di direttori di musei che hanno il difetto di provenire da un altro Paese. Parliamo di studenti stranieri che frequentano le nostre università. Parliamo di innovazioni tecnologiche finalizzate a migliorare la produttività, nel Paese con la più bassa produttività del lavoro in Europa

O forse no, non è così difficile, perché solo il giorno prima abbiamo assistito a una surreale polemica contro i “braccialetti elettronici” che Amazon avrebbe brevettato due anni fa e che aiuterebbero il dipendente di trovare un pacco nel magazzino in un tempo minore. Ok, i magazzini dell’azienda di Jeff Bezos non sono l’utopia del lavoratore, lo sappiamo e, quando ha senso farlo, siamo i primi a denunciarlo. Ma di questa polemica, perdonateci, non troviamo né capo né coda. Primo: perché quel braccialetto non esiste, ma è solo un brevetto tra i tantissimi depositati. Secondo, perché le tecnologie wereable non sono il male assoluto. Come in tutte le cose, dipende dall’uso che se ne fa. Ad esempio, Marco Bentivogli, segretario della Fim Cisl, che, premette di non saperne nulla dell’utilizzo che ne vorrebbe fare Amazon - spiega che i wereable «sono utilizzati nella cantieristica navale per ritrovare e mettere in sicurezza tutti i lavoratori in caso di incendio o incidente, durante l’allestimento a bordo nave. Piuttosto bisognerebbe contrattualizzare le finalità dell’utilizzo di questi devices ma molte aziende italiane, anche famose, non sono disponibili». Temi veri, intendiamoci, che chi ha messo piede in una fabbrica negli ultimi cinque anni conosce bene. Ma tranquilli, non sentirete mai invocare la tecnologia quando muoiono le persone sul lavoro. Oggi la fabbrica è un inferno per colpa del “braccialetto del detenuto” messo al polso dei lavoratori. Già lo sappiamo che arriverà qualcuno a chiedere di vietare tutti i dispositivi wereable nei luoghi di lavoro del nostro Paese. C’è ancora un mese di campagna elettorale: dategli tempo.

Nel frattempo, il giorno prima ancora, l’ineffabile Consiglio di Stato ha deciso di vietare al Politecnico di Milano di tenere alcuni corsi solamente in lingua inglese. Una prassi questa che molti Paesi sperimentano per attrarre giovani studenti stranieri nel loro Paese. Vale la pena di ribadire l’ovvio? Che la conoscenza è il capitale del ventunesimo secolo, che i luoghi della formazione sono le nostre stamperie di moneta, che un Paese in pieno inverno demografico dovrebbe avere una strategia di incentivo all’immigrazione giovanile, finalizzata ad attrarre i migliori talenti sul territorio italiano? Ribadiamolo, che pare serva. E nel frattempo aggiungiamo due numeri: che un milione di studenti stranieri, negli Stati Uniti, hanno generato ricchezza aggiuntiva per 32 miliardi di dollari e creato 400mila posti di lavoro nel solo biennio 2015-2016. Sarà stata pure una grande vittoria della lingua italiana, quella che ha vietato i corsi in lingua, ma la sensazione è che l’unica cosa da celebrare, dopo questa devastante combo di mentalità regressiva e neoluddista, è il funerale dell’Italia.

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