Giovani, cupi e innocui: abbiamo ucciso la goliardia

I giovani iperconnessi vivono nell'ansia per il futuro e non hanno più tempo per godersi il tempo sacro della burla. Se il '68 ha ammazzato la goliardia, la società attuale ha mistificato ciò che ne restava. Ma gli ultimi goliardi resistono ancora, interpretando in senso nuovo la loro missione

Linkiesta Quadro
3 Febbraio Feb 2018 0745 03 febbraio 2018 3 Febbraio 2018 - 07:45

C’era una volta la spensieratezza, questa sconosciuta. Il periodo della giovinezza era un momento di crescita e di tempeste ormonali. I ragazzotti sviluppavano il proprio corpo e intelletto con calma, prendendosi il tempo dell’incoscienza, del convivio e del cameratismo da colonia estiva; ma anche degli scherzi e delle angherie. E proprio lo scherzo, la petulanza, erano la spada dalla punta di gomma del discolo dispettoso. La giovinezza era, idealmente, una bella storia di ragazzini solari e “combina guai“ vissuta nella provincia eterna di Fellini.

Ma balziamo in avanti nel postmoderno: eccoci qua a osservare il presente e a chiederci qual è la differenza tra i ragazzi di oggi e quelli di ieri. Non c’è dubbio che il divario si apre sul fronte della spensieratezza. Inutile provare a descrivere l’infinita montagna di delizia psicologica che grava sulle spalle degli adolescenti perennemente connessi: il controllo sociale a fuoco incrociato e la ricerca costante di consenso-amore-amicizia-accanimento emotivo mediato dai social media; la sudditanza psicologica nei confronti di quelle entità, eteree quanto spesso subdole, che prendono il nome di influencer; la mancanza di riferimenti culturali a causa del nulla culturale, o culturalmente sedizioso, dopo l’avvento della televisione privata nel nostro Paese. Ma soprattutto l’ansia per il futuro, il bigio compagno che incalza le nostre giornate. La crisi, la disoccupazione giovanile, la sfiducia nei confronti del sistema scolastico: la vita di un giovane adolescente che affronta gli anni del Liceo o dell’Università è poco o per nulla spensierata. Al massimo dissoluta. Ma molto più comunemente, mediocre; nel senso che tende ad un appiattimento emotivo livellato dalla necessità di sentirsi accettati dai propri simili, o di rubare almeno un like dalla tipa abbordata il giorno prima al bar dell’Università. Non abbiamo mai fatto il minimo accenno al tentativo di disertare la folla solitaria, dopotutto.

La spensieratezza di per sé non è facilmente interpretabile dall’esterno. Molto più intuitivo è ragionare su uno dei suoi risvolti tangibili, nonché status culturale mitico: la goliardia. Proprio lei, quella che, per dirlo con la Treccani, è il comportamento caratteristico dei goliardi, quindi giovanile, generoso, spensierato, irriverente, irresponsabile, privo di ponderatezza o di serietà. Ovvero, un temperamento opposto a quello dei giovani che vivono nella nostra epoca.

La goliardia, concepita come istituzione, ha scritto una pagina di storia importante del nostro Paese, centrale nella costruzione narrativa della quotidianità dei giovani universitari. Una storia questa, di spregiudicatezza e cialtronerie che ha accompagnato la vita delle congregazioni universitarie già a partire dal medioevo.

I goliardi infatti prendono le mosse dai clerici vagantes, quei preti e frati, uomini cioè di chiesa e di scuola, che durante il Basso Medioevo per falsa vocazione abbandonavano il loro stato religioso per vivere secondo ambizioni mondane, così come per sete di libertà e di conoscenza, ma spesso indotti da esigenze sociali e da urgenti necessità pratiche. La vita spregiudicata e a tratti immorale trovò presto il suo naturale sbocco nella produzione poetica, cosiddetta “goliardica”. Le fonti non sono chiare, ma sicuramente i goliardi fanno il loro ingresso nelle università italiane nell'epoca moderna quando, durante il XIX secolo, l’atteggiamento goliardico sposò la spensieratezza dei giovani - e facoltosi - studenti degli atenei italiani. In particolare Bologna fu un centro importante per la diffusione di questa cultura. Qui il movimento venne fondato sotto l’impulso di Giosuè Carducci che allora era professore presso la facoltà di lettere. Nel giugno del 1888 i festeggiamenti per l’ottavo centena­rio dell’Università di Bologna portarono in città delegazioni di universitari provenienti da tutta Europa: fu un momento di incontro importante per i goliardici italiani, che videro nei goliardi tedeschi, e nelle loro uniformi delle confrater­nite, gli eredi di quei clerici vagantes tanto osteggiati dalla Chiesa durante il XII secolo.

Goliardia è cultura ed intelligenza. È amore per la libertà e coscienza delle proprie responsabilità sociali davanti alla scuola d’oggi e alla professione di domani. È culto dello spirito che genera un particolare modo di intendere la vita alla luce di un’assoluta libertà di critica: senza alcun pregiudizio di fronte ad uomini ed istituti. È infine culto delle antichissime tradizioni che portarono nel mondo il nome delle nostre libere università di Scolari

Definizione di Goliardia, dal Primo Convegno dei Principi della Goliardia Italiana

Neanche a dirlo, in seguito il fascismo osteggiò apertamente la goliardia - per contro Starace, teatrale segretario del partito fascista, venne più volte punzecchiato e ridicolizzato dalla vivace intelligenza goliardica -, la quale rinacque in grande stile solo nel secondo dopoguerra. Dalla seconda metà degli anni ’40 fino agli anni ’60 queste organizzazioni vissero un periodo glorioso, e sull’onda dell’euforia costituzionale i goliardi italiani iniziarono anche ad incontrarsi e a formulare degli statuti. Come accadde al convegno dei Principi di Goliardia a Venezia tra il 6 e l'8 Aprile del 1946, dove fu impressa con l’inchiostro l’acclamata definizione:

“Goliardia è cultura ed intelligenza. È amore per la libertà e coscienza delle proprie responsabilità sociali davanti alla scuola d’oggi e alla professione di domani. È culto dello spirito che genera un particolare modo di intendere la vita alla luce di un’assoluta libertà di critica: senza alcun pregiudizio di fronte ad uomini ed istituti. È infine culto delle antichissime tradizioni che portarono nel mondo il nome delle nostre libere università di Scolari”.

Questo è il momento più esplosivo. L’università non è ancora di massa, e perciò gli universitari riescono a coltivare una vita comunitaria stringente. In questo periodo nasce, per esempio, la paradigmatica caccia alle matricole per rilasciare il papiro di immatricolazione – documento particolarmente elaborato che dichiara lo status di matricola di uno studente.

Così le congregazioni vissero felicemente fino al ’68, l’anno dei grandi movimenti di massa, che decretò la loro fine: la politica ammazzò – a buon diritto si direbbe – la goliardia. L’impegno politico prese il sopravvento su ogni altra attività all’interno delle Università.

Lo spirito goliardico, come ripetevamo prima, è morto e sepolto. Lo stesso si direbbe per la goliardia nelle Università. Ciò, però, non è esattamente vero. Gruppi goliardici sparsi per l’Italia sopravvivono ancora, cercando di tramandare quella tradizione libertina cara alla compianta gioventù spensierata. Bologna in particolare resta la città più attiva, forte della sua tradizione. Qui esistono ben nove balle - ordini goliardici –, che vivono in autonomia sotto l’autorità di un ordine sovrano.

La goliardia di oggi la racconta a Linkiesta.it l’“Imperatore delle Terre del Nord” Padella Panarchico Ilnotturno Frangimoomin Blindflotnr Odino VII, nome goliardico di Alessandro Corona, il capo di una delle nove balle bolognesi. Lo dice con chiarezza Alessandro: «la goliardia moderna è estremamente differente da quella del periodo prima della contestazione. Ora è impossibile fondare un movimento di massa goliardico per il fatto che il numero degli studenti universitari è molto elevato. I presupposti, così, sono diversi dal passato. Alla base del gioco rimangono gli statuti – la dichiarazione di goliardia -, ma questo non si fonda soltanto su una condotta di vita dissoluta».

Il ruolo dei goliardi all’interno della vita universitaria e cittadina è stato alterato, così come le attività principali: «ad oggi, il momento fondante della comunità è la discussione: ovvero quando ci si confronta con chi ti è sopra e chi ti è pari, ma anche con l’esterno – spiega Alessandro -. Il “bar” è un momento in cui si beve insieme discutendo, e alla fine di decreta il vincitore. Si disserta di argomenti futili così come di massimi sistemi. Il momento della discussione regola una socialità molto diversa da quella a cui siamo abituati. Ci sono regole da rispettare, e se non conosci i presenti devi per forza presentarti, non puoi fare finta di ignorare. Diciamo che i goliardi possono essere individuati in due contesti differenti: in giro, mentre fanno scherzi o fanno festa, oppure al “bar”, mentre discutono.»

Le congregazioni vissero felicemente fino al ’68, l’anno dei grandi movimenti di massa, che decretò la loro fine: la politica ammazzò – a buon diritto si direbbe – la goliardia. L’impegno politico prese il sopravvento su ogni altra attività all’interno delle Università

Il rito di iniziazione si è ritagliato nel tempo il titolo di caposaldo culturale, e differisce di gruppo in gruppo. Nella balla di Alessandro ad esempio, per entrare è sufficiente essere interessati e comunicarlo a qualcuno che è già inserito nella comunità. Il neofita subirà poi un “processo goliardico”. «Al processo ci si va bendati, per creare atmosfera, e per evidenziare la posizione subordinata di chi ancora non è entrato a far parte della balla. Ci sono prove di tipo dialettico, di creatività e cose di questo genere. Io, da imperatore, mi appoggio alla tradizione dei giochi di ruolo, che faccio vivere all’iniziato in prima persona: è una sorta di iniziazione demenziale».

Una volta dentro, la vita del goliardo si fonda principalmente sull’incontro settimanale e sulla partecipazione ad eventi ad hoc organizzati in tutta Italia. «Ogni weekend c’è qualcosa da fare. In questo periodo ad esempio ci sono le feste per le matricole: è un momento in cui la nostra città fa vedere il meglio di sé». «Bologna – ci tiene a sottolineare Alessandro – è a mani basse la città più attiva dal punto di vista goliardico in Italia».

La goliardia è morta? Secondo Alessandro, non esattamente. Si è più che altro “trasformata”. L’imperatore bolognese fa notare che uno dei motti in voga nel periodo della rifondazione – metà anni ’70 – era proprio: “no, la goliardia non è morta”. La cultura goliardica avrebbe piuttosto rivisto le sue priorità, in ossequio a un disegno più conforme alla nuova società liquida. Un’inedita svolta introspettiva.

«Dall’interno della mia balla posso dirti che la società in cui viviamo è inadatta a quello che si palesa come comportamento goliardico – riflette Alessandro -. La goliardia a mo’ di “Amici miei” è anacronistica. Negli anni ‘50 il goliardo faceva satira verso la classe agiata della società, una classe impettita, che non tollerava i beoni e il libertinaggio. In seguito, la società si è ammorbidita e l’oscenità è diventata uno strumento alla portata di chiunque: non è più una provocazione nei confronti del potente. Anzi, ultimamente la libertà di parola tende più spesso a danneggiare il debole. In questo momento la società è triste, e i goliardi hanno messo da parte l’arma tagliente della satira per impugnare quella dell’umorismo, della felicità, e del divertimento. “Goliardia is about sharing and caring”, come mi disse una volta un goliardo francese. Ci stiamo, in un certo senso, normalizzando».

Se il ’68 ha ammazzato la goliardia, quel poco che ne resta, lo spirito titanico e sovversivo, ha perso l’aureola. È caduta nel fango, come quella di Boudelaire, saltellando “tra quel caos dove la morte giunge al galoppo da tutte le parti tutt’in una volta”. Il caos del postmoderno, che prende gli dei e li mette ben in vista sulle bottiglie di detersivo

E forse è proprio questo il punto. Se il ’68 ha ammazzato la goliardia, quel poco che ne resta, lo spirito titanico e sovversivo, ha perso l’aureola. È caduta nel fango, come quella di Baudelaire, saltellando “tra quel caos dove la morte giunge al galoppo da tutte le parti tutt’in una volta”. Il caos del postmoderno, che prende gli dei e li mette ben in vista sulle bottiglie di detersivo.

La goliardia non esiste più perché è stata mistificata e inflazionata. Come scrisse Adriano Sofri su Panorama: «confermo la mia opinione che ritorni di goliardia non possano che essere sciocchezze, ormai: dunque possono avvenire, perché le sciocchezze vanno forte, ma solo come parodie farsesche e mai più innocenti. Si dirà che tv domenicali e stadi di calcio sono la prova rumorosa del contrario, e che la goliardia, estinta nelle università, se ne è vendicata conquistando il mondo intero».

Conquistando il mondo intero però è venuta a mancare la base culturale, poiché la goliardia è ontologicamente elitaria.

Ci sono rimaste solo le parodie farsesche insomma. Ma ci annoiano anche quelle ormai, viste e riviste in video a bassa risoluzione sul micro schermo di uno smartphone.

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